L’arresto di Maduro e consorte sono l’evidente applicazione di ciò che probabilmente gli storici un giorno chiameranno la “Dottrina Trump”, ovvero una moderna versione, mutatis mutandis, delle dottrine di Truman, Monroe e Eisenhower nonché del Piano Marshall. Se queste dottrine potevano avere un senso, anche se discutibili nella forma di esecuzione e/o nella sostanza, esse sono state espressione del periodo in cui sono state formulate, di un establishment politico internazionale e di un contesto mondiale del tutto differente da quello attuale. Il che rende la “Dottrina Trump” un elemento di forte squilibrio nel mondo post-Guerra Fredda che si è venuto a creare. Lo si è visto con il gioco dei dazi, con l’intervento fulmineo in Iran, e, in modo inequivocabile, con il documento sulla Strategia per la Sicurezza Nazionale dello scorso novembre.
Per meglio capire, ma non per questo giustificare, quanto accaduto in Venezuela e il perché Trump abbia voluto intervenire, bisogna riavvolgere i nastri di qualche anno e tornare al 1999, l’anno di ascesa al potere di Hugo Chavez, proclamatosi erede di Simon Bolivar e di “Che” Guevara e profeta di un socialismo del XXI° secolo basato sul democrazia diretta, funzione sociale della proprietà privata, stato sociale, patriottismo, anti-imperialismo etc. Come accaduto in altri paesi che hanno intrapreso politiche simili, il Venezuela si è incamminato sulla strada delle confische e della nazionalizzazione di aziende straniere, accusate di sfruttare le ricchezze del paese e di sottrarre al popolo gli utili economici prodotti. Una politica condivisa e continuata dal successore di Chavez, Nicolas Maduro. L’attività petrolifera era stata nazionalizzata già negli anni ’70, anni in cui fu creata la compagnia nazionale PDVSA (Petróleos de Venezuela, S.A.), ma rimasero in piedi molte joint-venture con compagnie straniere in cui la società statale aveva interessi minoritari. Nel 2007, sotto Chavez, ogni società petrolifera straniera fu costretta a cedere almeno il 60% della proprietà alla PDVSA. Tra tutte le società allora presenti solo l’americana Chevron accettò la restrizione e continuò ad operare in misura molto ridotta e controllata mentre tutte le altre (Exxon-Mobil, Conoco-Phillips, Helmerich&Payne e altre ancora) decisero di lasciare il paese, perdendo ogni investimento fatto.
Oltre al settore petrolifero furono interessati anche quello delle telecomunicazioni e dei servizi marittimi. Ne seguirono una serie di ritorsioni e reciproche confische (curiosa la similitudine con la questione delle riserve russe) da parte dei paesi interessati con arbitrati internazionali a loro favore, per cui il Venezuela era stato chiamato a risarcire circa 20 miliardi di dollari agli interessati. Cifre mai pagate. Finché uno stato è in grado di subentrare in toto nella gestione di attività fino a quel momento eseguita da altri, la nazionalizzazione o confisca può anche avere successo, ma non fu così per il Venezuela (la lista di paesi in simili condizioni è molto lunga) e da circa venti anni il paese vive in uno stato continuo di crisi economica e sociale allarmante, colpito da quella che viene chiamata “Sindrome olandese”, vale dire quando un paese ha una malsana dipendenza su risorse naturali che sviluppa a scapito di altri settori. Il disegno, in termini molto semplificati, intendeva ridistribuire il reddito generato dal settore petrolifero verso il consumo e investimenti interni, stimolando l’economia e gli investimenti in altri settori, migliorando le condizioni sociali della popolazione. Tale gestione, molto approssimativa e in alcuni casi del tutto sbagliata, non ha tenuto in considerazione gli effetti della volatilità dei prezzi del petrolio, degli effetti delle nazionalizzazioni in termini di continuità degli investimenti nelle infrastrutture, degli apprezzamenti o deprezzamenti valutari e dei conseguenti effetti sui prezzi interni. Si è generata così una spirale distruttiva con alti livelli di disoccupazione e una ulteriore dipendenza dai ricavi dal petrolio, a sua volta minacciata dalle sanzioni internazionali, dalla scarsa produzione e dalla volatilità dei mercati internazionali.
La politica economica rovinosa degli ultimi 20 anni ha distrutto i fondamentali dell’economia, portato il livello di indebitamento a superare quota 150 miliardi di dollari USA, creato un malessere sociale diffuso, motivato una corruzione allargata e dato forma a un potere di stampo autoritario-dittatoriale. La produzione di petrolio, che superava i 2,5 milioni di barili al giorno nel 2005, aveva toccato il minimo storico di appena 500.000 nel 2021, assestandosi da allora a circa 1 milione di barili, ma solo grazie a un alleggerimento delle sanzioni USA, ormai ventennali, in seguito al conflitto in Ucraina. La crisi è anche umanitaria, con la maggioranza del paese in stato di povertà assoluta e una mancanza di beni alimentari che ha portato circa 7 dei 28 milioni della popolazione a cercare rifugio nei paesi confinanti, senza contare il flusso migratorio verso altri paesi del mondo – tra cui circa 1 milione verso gli USA e 65 mila verso l’Italia.
Il diritto internazionale si basa sull’autodeterminazione dei popoli e non consente l’uso della forza per sovvertire la forma di governo di un paese. Per questo motivo la destituzione di Maduro non poteva avvenire nel nome del popolo venezuelano e/o per salvare il paese da uno stato di bancarotta e di crisi. Sotto quest’ottica, la “Dottrina Trump” è un passo in direzione opposta rispetto al diritto internazionale e verso, invece, il rafforzamento di una visione autocratica del mondo. Ma sarebbe un errore vedere l’operazione Venezuela come un atto di puro imperialismo vecchio stile finalizzato alla rapina di ricchezza straniera. Anche se la (pseudo) copertura legale è l’incriminazione per traffico di droga verso gli Stati Uniti, l’arresto è stato eseguito per motivi di “Sicurezza Nazionale.” Con il Premio Nobel per la Pace riconosciuto alla venezuelana María Corina Machado, oppositrice prima di Chavez e ora di Maduro, e con il mancato riconoscimento dei risultati delle ultime elezioni politiche che hanno visto Maduro proclamarsi vincitore, da parte di molti paesi occidentali, la questione Venezuela assume un peso importante nella “Dottrina Trump” dove il petrolio ha certamente importanza ma dove la componente geopolitica ne ha uno forse maggiore.
Tra i paesi che riconoscono la legittimità della presidenza Maduro vi sono Cina e Russia. Entrambi i paesi hanno anche normali rapporti economici e politici con il Venezuela. Il 4% del petrolio importato dalla Cina proviene dal Venezuela, e costituisce circa l’80% di tutte le sue esportazioni, in cambio la Cina ha concesso prestiti per circa 60-70 miliardi di dollari USA. Ma il Venezuela è anche un buon mercato per la tecnologia cinese dove, ad esempio, l’infrastruttura delle telecomunicazioni è basata su componenti cinesi. Inutile dire che anche gli armamenti in uso sono cinesi. Ma la presenza di Pechino in sud America include Panama, il Perù, la Colombia e il Brasile, il che tiene gli USA sulle spine, spingendoli a pensare a proteggere i propri confini e, in una certa misura, a distogliere l’attenzione da altre aree del mondo, come ad esempio dall’area indo-pacifica dove invece la Cina è impegnata su molti fronti, compreso Taiwan.
Anche la Russia ha interessi nella regione (già dalla crisi cubana degli anni ’60) e sebbene sia impegnata sul fronte ucraino il caso Maduro probabilmente diverrà argomento di possibili concessioni tra Trump e Putin. In ballo quindi ci sono tanti interessi: dalle rivendicazioni delle compagnie petrolifere soggette a espropri alla democrazia, dalla ristrutturazione del debito miliardario, alla fornitura di petrolio, dalla migrazione nei paesi circostanti ai flussi, anche illegali, verso altri paesi, passando anche per il traffico di droga, esseri umani e di animali. D’altro canto, non sarà la presenza sul campo degli USA a riportare il paese su una strada di sviluppo, soprattutto non nei prossimi mesi. Gli sviluppi della vicenda sono del tutto imprevedibili. Anche se l’intero paese dovesse decidere di sottostare alle condizioni imposte da Trump, occorreranno molti anni per ristabilire condizioni di fiducia da parte di investitori, per far rientrare i milioni di cittadini fuggiti, per ricostruire un’infrastruttura produttiva e di servizi nonché un sistema finanziario, in un paese che nel 2018 ha raggiunto un tasso di inflazione del 130.000 per cento (centotrentamila)!
La arrogante e fallace “Dottrina Trump” prevede e giustifica azioni come l’arresto di Maduro. Il documento sulla Strategia per la Sicurezza Nazionale lascia pensare che vi potrà essere un seguito in altre situazioni in cui si riterrà esservi un rischio per la sicurezza del paese, specie se il rischio riguarda la difesa dei confini nazionali, la supremazia militare e politica nel mondo. Per questo il caso Venezuela va visto insieme alle pressioni su Panama per la gestione del canale e alle critiche verso altri governi del Centro e Sud America. Ma l’obiettivo primario è la Cina. E la questione della Groenlandia ricade perfettamente nel teorema della “Dottrina”. Per controbilanciare l’egemonia della triade politica Trump-Putin-XiJinPing sarebbe stato molto opportuno avere un quarto incomodo come l’Europa, che però, come al momento vediamo, è stata ed è incapace di esprimere una visione coerente e coesa su quasi ogni fronte, riducendosi ad essere derisa da Trump, offesa da Putin e snobbata da Xi Jin Ping. Il che solleva un (comprensibile) dilemma: c’è un’alternativa alla Dottrina Trump?