IL MONDO
DEGLI AUTOCRATI
E L'ISOLA
EUROPEA

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“Partiamo dal presupposto che tutti i partner, che potrebbero avere delle lamentele l’uno contro l’altro, dovrebbero cercare di risolvere i problemi attraverso il dialogo. Siamo pronti a sostenerli in questo. Deve essere garantito il diritto di determinare autonomamente il proprio destino senza alcuna interferenza esterna distruttiva, tanto meno di tipo militare. È inaccettabile violare la sovranità di uno Stato indipendente, il cui rispetto è un principio fondamentale del diritto internazionale”.

In tempi di asfissia politica e diplomatica, di autocrazie dilaganti e corrosione del concetto stesso di democrazia almeno per come si è strutturata nel corso del secolo passato, la dichiarazione resa recentemente alle agenzie dal ministero degli Esteri russo suona ragionevole e ispirata a cautela. Che sia in atto nel regime putiniano una riflessione autocritica sull’invasione dell’Ucraina? Sarebbe una boccata d’ossigeno. Peccato che il “Ministerstvo inostrannych del” si riferisse con faccia di bronzo al Venezuela, sottoposto dal Commander in Chief americano a severi bombardamenti. A corollario la cattura del presidente Maduro e pure della moglie, a fare buon peso. Un’opzione militare su larga scala decisa a Natale, il giorno migliore, direbbero i cinici (forse gli unici che ancora patiscono lo scandalo). Mentre i realisti sulla linea Hobbes-Schmitt alzerebbero a stento un ciglio per ricordarci che lo Stato sudamericano detiene il 18% delle riserve petrolifere, altro che fentanyl e narco-stato da abbattere.

La politica di potenza è il nuovo-antico imperativo categorico, le hanno fatto un po’ di solletico con la Società delle Nazioni prima e l’Onu poi, la Corte Penale Internazionale emette mandati d’arresto per brutti ceffi come Netanyahu pur sapendo bene che il premier israeliano ha un sistema di difesa più inattaccabile dell’Iron Dome e si chiama Stati Uniti d’America, paese dove vivono circa sette milioni di ebrei, tanti quanti sotto la stella di Davide nel Vicino Oriente. Il Venezuela è semplicemente uno degli inquilini affacciati sul cortile di casa americano da tenere a bada.


(Maduro in manette)


Pensavate che i tempi delle giunte militari anticomuniste con benedizione Cia, dall’Argentina al Brasile, dal Cile al Guatemala fossero andati in archivio? Errore. Continuate a credere che la Storia - benché abbia provato a insegnare al genere umano qualcosa senza riuscirci - viva comunque di corsi e ricorsi, di ciclicità? Errore. Siamo su un binario unico, senza scambi immaginabili, e viaggiamo divorando l’aria e la terra che calpestiamo nel nome di Techné e dei suoi padroni finanziari, cibernetici, militari. Il ciclo capitalista di distruzione e ricostruzione (guerra e pace) singhiozza, il Tempo non ci appare più infinito e quindi è interamente percorribile, fino al capolinea. Camminiamo intonando la canzone delle Guardie Svizzere, posta da Céline a esergo del “Viaggio al termine della notte”: “Notre vie est un voyage/ Dans l’hiver et dans la Nuit/ Nous cherchons notre passage/ Dans le Ciel où rien ne luit”.

Viaggiamo d’inverno e di notte cercando una strada nel cielo senza stelle, così cantavano i mercenari al seguito di Napoleone nella campagna di Russia. Così potrebbe pensare uno Jacopo Ortis del ventunesimo secolo, a giorno della pericolosità insita nei complessi militar-industriali, nello sviluppismo cieco, nella legge marmorea che impone rendimenti crescenti del capitale investito a spese di chiunque non abbia la forza o il coraggio o la possibilità di dire basta. Fossimo nella Grecia del VI secolo avanti Cristo, chiederemmo a Pisistrato di tornare un’altra volta come tiranno: bada al popolo, salvaci, siamo divisi. Di “buoni” tiranni non ce n’è a disposizione, proliferano i despoti affamatori in Corea del Nord, Iran, Russia, colonizzatori-oppressori in Israele, ossimorici in America con il Trump pacificatore a suon di missili.


(Xi Jinping)


La democrazia coi poteri separati e tutte le libertà e gli annessi necessari temperamenti dell’economia privata da parte dello Stato, nasce e si preserva attraverso lotte e resistenza al degrado socio-civile. Ma nel corpo pubblico mancano sempre più le energie, come per una febbre debilitante e cronica. Peter Thiel, cofondatore di Paypal, uno dei sultani digitali del mondo, ha idee chiare: “Non credo più che la democrazia sia compatibile con la libertà”. Un erede degno di Samuel Huntington cinquant’anni dopo il suo “La crisi della democrazia: rapporto alla commissione trilaterale sulla governabilità delle democrazie”, dove invitava a temere la mobilitazione sociale e la coscienza civile. Così: “La stessa partecipazione pubblica e politica dovrà essere limitata, dalle democrazie nascenti come da quelle mature, per la salvaguardia dell’ordine”. Donald, il Deporter in Chief (vedi la caccia agli emigrati) legge il Progetto 2025 della Heritage Foundation di Kevin Roberts col suo elenco di provvedimenti reazionari, dall’emigrazione ai ricatti alle università infettate dal wokismo, e sorride. Alex Karp, ceo di Palantir, specializzata in analisi dei big data (capitalizza più di 350 miliardi di dollari), considera apertamente intelligenza artificiale e relative applicazioni militari il nuovo hard power.

A Mosca lo sanno da anni e ci danno dentro con le fake news e l’inquinamento dei social, finite la logosfera e la grafosfera, galleggiamo, ha scritto Regis Debray, nella videosfera massaggiata dagli algoritmi: prodigiosa arma non di distrazione di massa, ma di castrazione del pensiero tout court. Non pochi analisti ritengono che l’arma più pericolosa di Israele sia la manipolazione disinformativa, davvero efficace stanti i silenzi e le cautele davanti alle fiammeggianti operazioni di sostituzione etnica a Gaza e in Cisgiordania. E che dire della mancata distinzione tra orribile antisemitismo e legittimo antisionismo, un modo per sgarrettare il secondo in nome del primo?


(Benjamin Netanyahu)


In Cina non si contano i film di guerra patriottici, dalla guerra contro il Giappone in poi. L’Impero di Mezzo è sempre stato storicamente riluttante ad avventure belliche, semmai le ha subite. Gli Usa combinano oggi sfracelli imperialistici mascherati da lotta al fentanyl, nelle guerre ottocentesche dell’oppio l’Inghilterra mandava esercito e cannoniere in Cina per liberalizzarvi il commercio dello stupefacente che arrivava dall’impero anglo-indiano ed era stato proibito dalla dinastia Qing perché sempre più socialmente dannoso: i soliti scherzetti della civiltà Occidentale, si invertono i ruoli ma il risultato, in nome della legge del più forte, non cambia. E la Cina si adegua, “accarezzando” Taiwan con esercitazioni navali e inquietanti esibizioni muscolari con lanci missilistici.

C’è al mondo un’isola dove si potrebbe continuare per qualche tempo a tener fuori dalla porta le autocrazie e si chiama Unione Europea. Ambita da molti perché buon posto - ancora - per viverci, in nome di regole condivise e difesa dei corpi intermedi, degli enti terzi a garanzia della legge, del quarto potere indispensabile ai check and balances e non poco osteggiato, visto che è il primo bersaglio di “abusivi” continentali come Orban. E dato che di diritti civili ci si riempie molto la bocca, magari non sarebbe male non dimenticare quanti orrori-errori si sono compiuti acriticamente nel loro nome e ridare voce alla diplomazia (ogni riferimento all’Ucraina non è casuale). Costituire una massa critica europea capace non tanto di dissuadere aggressori quanto di diventare interlocutrice attiva nel Big Game, comporta giocoforza un adeguato retroterra militar-difensivo. Senza snaturarci, provando a diventare adulti, influencer di civiltà autentica. Vasto programma, avrebbe detto De Gaulle. Ma l’alternativa è pessima.

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