Eravamo ragazzi - sembra ieri - e nelle piazze portavamo con sventato orgoglio la bandiera tricolore di Yasser Arafat e il sogno di una patria palestinese. Mezzo secolo dopo guardo, osservo il deserto insanguinato in cui è ridotta Gaza, qui riconosco la mia angoscia e confesso la mia ignoranza. Ovunque vedo umani sacrificati in un monumento all’odio: in questa storia feroce solo i morti sono innocenti. Mi ripeto le parole di un antico Bertoltd Brecht: “Al momento di marciare molti non sanno/che alla loro testa marcia il nemico./La voce che li comanda/ è la voce del nemico./ E chi parla del nemico/è lui stesso il nemico.” In questo campo di morte ognuno agita le sue bandiere, e più potente è l’esercito più le sue bandiere sono insanguinate. Leggo - e mi riconosco in ogni parola - la dolente confessione di Anna Foa: “Il suicidio di Israele.” Mi dico che da tempo anche i palestinesi – sulla sponda opposta - si sono arresi a un loro personale suicidio: Gerusalemme si è consegnata agli odiatori e ai razzisti, i palestinesi si sono consegnati ai terroristi. Oggi i “buoni” sono ridotti ad implorare una tregua - una tregua qualsiasi - e agitano il vessillo lacero dei “due popoli due Stati.”
Ma in questa storia proprio i “buoni” sono massimamente colpevoli, avendo commesso il crimine imperdonabile di insipienza e cecità. Per decenni l’opinione pubblica e le istituzioni internazionali, i governi delle democrazie, il rifugio che chiamiamo Occidente, la nostra Europa e per quello che vale i leader del mondo arabo hanno assistito inerti alla crescita del mostro. Hanno visto da una parte il moltiplicarsi delle frontiere, l’espandersi delle colonie e la ferocia dei coloni, le punizioni quotidiane inflitte alla popolazione palestinese, la demolizione delle case e il furto dell’acqua e della terra, un discorso di odio razziale che giorno dopo giorno diventa “discorso pubblico”, una democrazia che si nega e si trasfigura in autoritarismo messianico. Hanno visto dall’altra parte Gaza trasformata negli ultimi venti anni in una cenciosa avanguardia armata del terrorismo alla frontiera con Israele, il sud del Libano appaltato alle feroci milizie Hezbollah, la progressiva decadenza della vecchia Olp, condannata dall’inettitudine e dalla corruzione, infine il discorso di odio razziale e il fiume di dollari che scorre dall’Iran degli Ayatollah alle potenti consorterie del terrore. Per troppo tempo i buoni inerti e svogliati e i cattivi sempre più aggressivi: la fine era ben nota fin dall’inizio: “Ben scavato, vecchia talpa”!
Sono di famiglia contadina, e quando ero ragazzo mio nonno mezzadro mi parlava della volpe. Se la volpe entra nel pollaio mangia qualche gallina per fame, ma non si ferma: eccitata dal sangue, continua a far strage in una orgia di morte e distruzione. Possiamo dire che il meccanismo perverso innescato da Netanyahu e dai suoi sgherri è lo stesso? Un automatismo sciagurato, gemello di quel pogrom – chiamiamo le cose con il loro nome – che il 7 ottobre spalancò le porte dell’inferno, con i ragazzi decapitati, le donne stuprate e uccise, i bambini fatti a pezzi, cataste di cadaveri bruciati, oltre duecento deportati. Possiamo dire nello stesso tempo che Hamas – quello che resta di Hamas – è decisa a combattere fino all’ultimo ostaggio e all’ultimo palestinese? Vittime trasformate in martiri: il sangue fresco ingrassa il discorso dell’odio. Di fronte all’enormità di quello che si rivela davanti ai nostri occhi, assistiamo oggi a una disputa forsennata – spero tutta italiana – sui nominalismi. Ci si chiede, e si combatte a spada sguainata, se quello che vediamo debba essere definito “genocidio”. Su questo interrogativo epocale si chiamano a raccolta intellettuali e scrittori, partigiani della causa palestinese o dolenti rappresentanti della tradizione ebrea: da Anna Foa ad Edith Bruck, da Roberto Saviano a Gad Lerner, da David Grossman a Liliana Segre. Peggio: nei social – in quella latrina a cielo aperto che mima le grandi questioni e le trasforma in una scostumata lotta nel fango – si ingaggiano i partigiani armati dell’una e dell’altra parte.
Signore e signori altrimenti per bene, adusi a postare foto di gattini e ricette di cucina, si improvvisano partigiani armati di una pace che sempre di più assomiglia a una dichiarazione di guerra. Il discorso dell’odio viene alimentato in alto dal dibattito televisivo e in basso dalla guerra dei post. Si chiedono abiure e condanne fuori del tempo, si arriva a definire un personaggio come Liliana Segre “complice” del genocidio – senza se e senza ma - perpetrato dall’esercito di Bibi Netanyahu. Confesso nel mio piccolo di non essere preparato a così complessa tenzone. Credo che un termine come “genocidio” che gronda tanto sangue e che rappresenta uno stigma così lacerante della storia dell’intera umanità che credo debba essere maneggiato con estrema cautela e non dato in pasto ai cani. Dico allora crimini di guerra, dico apartheid, dico massacro e progrom, dico sterminio e pulizia etnica: tutte queste definizioni stanno dentro quel calderone infernale in cui si è trasformata in oltre due anni – due anni! – la questione palestinese. Chiedo, chiedo a me stesso: forse in questa rivendicazione ostinata di una parola viene alla luce il fiume carsico di una sorda rivincita dormiente per generazioni e attraverso il passaggio di due secoli: sionismo uguale nazismo, le vittime del genocidio di allora che diventano agenti di un nuovo genocidio, la richiesta ad alta voce di un nuovo processo di Norimberga. Il desiderio mai confessato di fare finalmente i conti con la vulgata storica dell’ebreo vittima e infine ricacciare al suo posto l’infido Mercante di Venezia con la sua libbra di carne fresca.
Mi sbaglio, certamente. Come mi sbaglio sulla spinosa questione dei “due Stati, due popoli.” Nel marzo del 2000 eravamo a Gerusalemme – noi giornalisti, noi testimoni - al seguito del Papa polacco Superstar, e anche allora risuonava alta la parola d’ordine dei “due Stati, due popoli”, pronunciata da Giovanni Paolo Secondo al Monte del tempio, luogo sacro per ebrei, cristiani a musulmani. Allora tutti si abbracciarono all’ombra del Muro del pianto, in uno spericolato esercizio di ipocrisia. Wojtyla aveva voce tonante e l’indice alzato ad ammonire i peccatori delle due sponde, che a favore di telecamere si battevano il petto e intonavano il “mea culpa, mea maxima culpa.” Ecco invece – solo pochi mesi dopo - la cocente delusione del fallimento nel vertice di Camp David, lo scacco inflitto a tre giganti buoni del Ventesimo secolo: il presidente americano Bill Clinton, il premier israeliano laburista Ehud Barak, l’eroe palestinese Yasser Arafat. E ancora - cinque anni dopo - ecco l’esperimento di Gaza ai palestinesi, subito vanificato dal trionfo di Hamas, dall’assedio israeliano e dalla trasformazione di quell’angolo di terra promessa in un penitenziario a cielo aperto. Da allora sono trascorsi venti anni, e ancora le anime belle della diplomazia internazionale si accapigliano sull’araba fenice del riconoscimento dei due Stati. Ma uno Stato che sia uno Stato non di cartone ha bisogno innanzitutto di un territorio, pur minimo che sia. E dove trovarlo oggi, questo territorio? La terra di Gaza è concimata del sangue di migliaia di vittime, e Bibi intende riprendersi con la forza quello che venti anni fa Sharon concesse con mille dubbi ai palestinesi.
In Cisgiordania i coloni spadroneggiano e si muovono come truppe di occupazione con la complicità dell’esercito e quando serve della magistratura. Tragica ironia della storia: i coloni di oggi somigliano alle Centurie nere di ieri, “indaffarate ad annientare gli ebrei russi” nella Polonia dello Zar di inizio Novecento. E sono i numeri a far paura: 300.000 coloni vivono lungo la barriera israeliana, altri 200.000 a Gerusalemme Est, quasi centomila in quella terra di nessuno stabilita dall’antico accordo di pace tra Israele e Giordania. Votano, questi cittadini, e ormai rappresentano la massa di manovra dei partiti di destra che dominano alla Knesset: l’ossatura di uno Stato confessionale. Quale governo del presente o del futuro avrà il coraggio di farli sloggiare, per restituire la terra ai palestinesi? Ancora: uno Stato – che non sia un Califfato – ha bisogno di uno straccio di governo legittimo, una pur modesta separazione di poteri, partiti che si confrontano con il voto e non con il kalashnikov, una qualsiasi barriera tra politica e religione, una parvenza di opinione pubblica. Vediamo anche solo il fantasma di una di queste pre-condizioni nei territori residui governati dai palestinesi? Infine: uno Stato – anche un Califfato – ha bisogno di frontiere passabilmente sicure, di vicini affidabili e non pronti ogni giorno a tagliarti la testa. Quale di queste minime condizioni esiste oggi in terra d’Israele e Palestina?
Lo sanno bene Macron e Starmer, Sanchez e quanti in Europa si dichiarano pronti a riconoscere uno Stato di Palestina. Sanno bene che la trappola per topi è stata creata dai loro predecessori e che sarà affidata ai loro successori. Dunque si appellano all’ennesimo espediente retorico per disperazione o interesse, per guadagnare tempo, per qualche voto in più alle elezioni, o per una sorta di ammirevole, doverosa testimonianza. Certo, meglio degli altri loro colleghi europei - e non parliamo di Trump – che rifiutano per codardia o per complicità anche questa estrema testimonianza. Poveri palestinesi, infine. Sono loro, in questa tornata storica, a impersonare plasticamente quella “infelicità araba” di cui scrisse Samir Kassir in un profetico saggio pubblicato nel 2004. In un pugno di pagine, la storia dolente di un pezzo di mondo: modernità e modernizzazione, democrazia e vittimismo, violenza e fatalismo, tradizione e futuro.
Scriveva Kassir: “È probabilmente troppo ambizioso pensare che le catene dell’infelicità stiano per spezzarsi. Il malo-sviluppo arabo si è troppo aggravato perché la felicità possa essere a portata di mano.” L’autore chiedeva però agli arabi di “guardare finalmente in faccia la loro vera storia, in attesa di esserle fedeli.” Va da sé che appena un anno dopo il giornalista e intellettuale libanese fu assassinato a Beirut da un commando terrorista, e amen. E poveri noi, infine. Il mondo di oggi, come noi lo sperimentiamo dal nostro osservatorio privilegiato di occidentali privilegiati, somiglia a quello descritto agli albori del secolo scorso da William Butler Yeats: “Le cose cadono a pezzi, il centro non può reggere. E la pura anarchia si rovescia sul mondo, la torbida marea di sangue dilaga, e in ogni dove annega il rito dell’innocenza. I migliori hanno perso ogni fede, e i peggiori si gonfiano di ardore appassionato.” Il torbido viluppo mediorientale non si risolverà in questa generazione, né – temo – in quella dei nostri figli. Per noi ragazzi del boom “si è fatto tardi”, come scrive Adriano Sofri. Dovremo accontentarci, e non è poco, del “cielo stellato sopra di noi e della legge morale dentro di noi.” Il nostro orizzonte è questo, la nostra corsa finisce qui. Sorgerà forse un nuovo sol dell’ avvenire, “ma noi non ci saremo, noi non ci saremo…” come dice la canzone.