Anche i produttori e trafficanti di droga messicani hanno cercato e trovato una differenziazione per la loro offerta e l’hanno trovata nella coltivazione e commercializzazione dell’avocado, soprattutto verso gli Stati Uniti. Il centro di questo lucroso affare è lo stato di Michoacan, quello che confina a est con Città del Messico e ad ovest con l’oceano Pacifico. E dove impera il cartello Jalisco Nueva Generaciòn. Effettivamente in tutto il mondo il consumo di avocado, l’aguacate in spagnolo, è cresciuto a dismisura in questi ultimi 20 anni e promette di continuare la sua corsa. Secondo dati ufficiali attualmente vale 10 miliardi di dollari, ma tra dieci anni dovrebbe toccare i 30.
In Michoacan l’allarme arriva dal ministro all’ambiente dello stato (il Messico è una repubblica federale) Alejandro Mendez, che ha fornito alcuni dati impressionanti. Segnala come tutto è cominciato nel 1987, quando il parlamento degli Stati Uniti approvò una legge che consentiva l’acquisto in Messico degli avocado. “Ma per arrivare a quella decisione venne pagata una tangente di 5 mila dollari al mese a Eligio “Kiko” de la Garza, nato in Texas e legato ai produttori messicani, ma al contempo Presidente del comitato dell’agricoltura della Camera dei rappresentanti statunitensi”. Secondo uno studio dell’Università nazionale del Messico (Unam) in 30 anni sono stati destinati alla coltivazione dell’avocado 140 mila ettari di territorio del Michoacan, un terzo dei quali completamente illegali. Nel 1987 il Messico promulgò una legge che vieta la deforestazione per coltivare aguacate o altri prodotti, ma, come sottolinea Mendez “Abbiamo buone leggi, del tutto inapplicate”.
Il primo problema è proprio quello della deforestazione che viene praticata da chi non è nemmeno interessato a sfruttare il legname prodotto: “Le mafie usano grandi scavatori per seppellire in buche profonde i tronchi tagliati. Hanno fretta e non perdono nemmeno tempo a lavorare e commercializzare il legno”. Le piantagioni richiedono un massiccio uso dell’acqua, e in questi anni il cambiamento climatico ha inciso anche sulla sua disponibilità. Prima la mafia ha cominciato a “rubare” nel sottosuolo, scavando per trovare falde anche a danno degli altri produttori della zona. Poi, non contenti, gli illegali hanno cominciato ad aspirare dal lago di Zerahuèn e dal fiume Caracuaro. Il Cartello non si accontenta di coltivare e commercializzare in proprio, ma taglieggia i contadini legali e spesso li utilizza per esportare negli Usa i loro prodotti. Infatti è necessario per accedere al mercato statunitense una certificazione della qualità dell’avocado, che non sempre gli illegali hanno. Così, come è stato più volte riscontrato, corrompono o obbligano i produttori in possesso della patente a inserire gli aguacate illegali tra quelli legali. Nel giro di 5 anni ci sono stati 327 casi denunciati seguiti da sequestri. Ma tutti sanno che è solo la punta dell’iceberg. Un altro problema è che nelle piantagioni, soprattutto in quelle del Cartello, lavorano immigrati che arrivano dal Centro e Sud America in condizioni tremende, di totale supersfruttamento. Per questo ormai quelli che arrivano dal Michoacan sono “gli avocados di sangue”.
Nei mesi scorsi il governo del Messico ha sottoscritto un accordo con quello della Norvegia per controllare con i satelliti il territorio. “Un ottimo passo – dice Mendez – Speriamo solo che anche questa buona iniziativa non finisca come quelle del passato ad essere senza conseguenze”. Come direbbe Manzoni, grida manzoniane in salsa chili.
Giorgio Oldrini