ALTA VALLE AURINA
STORIA E MINIERE
ALLA VETTA
D'ITALIA

Ho conosciuto Casere, Kasern per i sudtirolesi, l’ultimo borgo abitato nell’alta Valle Aurina e, quindi, il posto stabilmente abitato più a nord d’Italia, più di 40 anni fa.

All’epoca non avevo neppure la patente, tanto meno l’auto, e ci arrivai grazie a Gabriella, la mia compagna di allora, e ad una Mini minor prestataci da una amica.

In quegli anni l’estate era, per me, uno splendido periodo che dividevo equamente tra mare e montagna, preferibilmente scegliendo destinazioni dove fosse possibile unire facilmente le due cose.

Per il mare, non potevo che scegliere la Corsica – “la montagna in mezzo al mare”, come la descriveva la pubblicità di allora – e ne ho percorse con qualsiasi mezzo, dal pullman all’autostop, fino ad un epico viaggio di andata e ritorno in sella ad un ciclomotore, quasi tutte le strade, salendo ogni giorno dal mare alle alte montagne che ne costituiscono la spina dorsale, dormendo alla belle étoile sulle sue spiagge e bivaccando vicino ai torrenti che scorrono nelle sue foreste di pini.


(La Vetta d'Italia nel 1918 - Museo centrale del Risorgimento)


Per la montagna, la scelta più logica, anche per le origini di una parte della mia famiglia, è stata quella del Parco Nazionale d’Abruzzo (ed oggi anche di Lazio e Molise) luogo di scorribande della mia giovinezza, quando ancora la montagna era piena di carbonai e pastori, piuttosto che di mountainbiker e runner assatanati.

Qui quasi ogni anno ripercorro, sci di fondo ai piedi, le piste che da Macchiarvana, tra Opi e il valico di Forca d’Acero, conducono fino al santuario del Monte Tranquillo.

Da adulto, dopo aver percorso gli alti sentieri intorno al Monte Rosa e l’Alta Via n.1 delle Dolomiti, sono capitato, quasi per caso, in Valle Aurina, la più lunga e quella che si spinge più a nord, tra le valli che confluiscono nella Pusteria, segnando, con le sue cime, lo spartiacque tra i bacini idrografici del Mediterraneo e del Mar Nero.


(Uno scorcio dell'alta Valle Aurina)


Di essa mi intrigava, prima di tutto, che vi fosse collocato l’estremo punto settentrionale del nostro Paese; quella Vetta d’Italia (Klockerkarkopf, in tedesco), il cui nome avevo imparato a memoria già dalle elementari, veniva raccontata come uno dei simboli della volontà del giovane Stato italiano di riprendere i propri confini naturali.

A dimostrazione di ciò, il 16 luglio 1904 la vetta venne raggiunta dall'irredentista trentino Ettore Tolomei, che nella relazione che scrisse per il Bollettino del Club Alpino Italiano affermò di aver raggiunto il punto più a settentrione del territorio geografico italiano, vantandosi –a torto - di essere il primo scalatore a giungere in cima e ritenendo perciò di avere il diritto di poterla battezzare, scegliendole il nome di Vetta d'Italia: "Lassù la mente si compiace di considerare che la Gran Catena dello Spartiacque, lunga mille e cento chilometri, inarcata dai geli alle palme, estesa da Nizza a Fiume, dal Mar Adriatico al Ligure, dalle foci del Varo alle onde del Quarnero 'che Italia chiude e i suoi termini bagna' ha in questo sasso il suo punto culminante. (...) A noi, primi tra gli alpinisti a mettervi il piede, spetta di pien diritto darle un nome, e le diamo un nome che tutto dice: 'Vetta d'Italia'. "

Né d’altra parte, negli ultimi decenni, sono mancate le provocazioni, al riguardo: nel 2002 un gruppo di Schützen pose in vetta in segno di rivendicazione politica una placca in bronzo con l'aquila tirolese e la scritta in lingua tedesca «Klockerkarkopf – Mitten in Tirol» («Klockerkarkopf – In mezzo al Tirolo»).

Peccato per questi baldi montanari - certamente più a loro agio con i lederhosen, i tradizionali pantaloni di cuoio, ed i cappelli piumati che con la geografia - che a nord della Vetta d'Italia ci sia l’Austria Salisburghese e non certo il loro immaginario Tirolo.


(Riva di Tures - foto di Alessio Battistella)


Bene hanno fatto, dunque, il 26 febbraio 2011 i Verdi del Sudtirolo/Alto Adige, appoggiati in questo dall'ANPI, dal "Forum Trentino per la Pace" e dal "Punto Pax Christi di Bolzano", a proporre ufficialmente di rinominare la cima – anche memori che già nel 1989 il leader locale dei Verdi Alexander Langer al termine dell'ascesa sulla Vetta d'Italia l'aveva ribattezzata simbolicamente Europagipfel/Vetta d'Europa, a chiusura di contese davvero ormai incomprensibili ed inaccettabili.

Per giunta, la mia delusione è stata notevole quando ho scoperto che, in realtà, la Vetta d’Italia, oltre a non essere l’esatto punto geografico più settentrionale del paese - il primato spetta alla montagna situata a nord-est di essa e distante alcune centinaia di metri, sul crinale orientale del massiccio, il cui nome è Testa Gemella Occidentale (Zwillingsköpfe, 2.841) - appaia soprattutto come una sorta di nanerottolo (2.912) rispetto alle imponenti cime, ben 80 sopra i 3000 metri, che dalle Zillertaler Alps agli Alti Tauri bordano il confine della Valle Aurina con l’Austria, tra cui le principali sono il Picco dei Tre Signori (3.499), Il Pizzo Rosso di Predoi (3.495), il Grande Mèsule (3.478), la Cima di Campo (3.418), il Monte Lovello (3.378), il Sasso Nero (3.368), il Monte Fumo (3.251), la Punta di Valle (3.210) e la Cima Floite Ovest (3.195).


(L'Hochgall-Collalto)


Vette aguzze che ai miei occhi rievocano ancora oggi - a differenza, nessuno me ne voglia, dei pur splendidi torrioni delle Dolomiti - l’archetipo della montagna, quello che ogni ragazzino ha da sempre disegnato: un triangolo acuto, con la cima imbiancata dalla neve.

La Valle Aurina è una lunga Valle che da Campo Tures sale, per 30 km, fino alle malghe di Fonte alla Roccia ed il cui accesso sembra voler essere chiuso dal poderoso Castel Taufers, a picco sulla strettoia con cui il torrente Aurino sbocca, placandosi, nella vasta piana di Sand in Taufers/Campo Tures.

La Valle è ormai da anni uno dei riferimenti turistici più noti del Pusterese, più per tedeschi e austriaci che per gli italiani, che sembrano piuttosto preferire la vicinissima Brunico e gli impianti di Plan de Corones o la Val Badia che si apre proprio in faccia.

A sua volta, la Valle Aurina vanta due stazioni sciistiche assai attrezzate – quella di Monte Spico/Speikboden, con 41 km di piste e quella, più in alto, di Cadipietra/Klausberg, altri 40 km, che si arrampica sulle pendici del Durreck Gruppe, oltre a varie piste di slittino e una notevole dotazione di piste da fondo.

Le convalli sono anch’esse spettacolari: dalla Valle dei Molini, da cui si sale verso il lago di Neves ed il Gran Pilastro , a quella Riobianco con la sua pista di slittino, per finire con quella forse più bella: la valle di Riva, circondata dalle più alte cime delle Vedrette di Ries - dal Collalto/Hochgall (3436 m.) al Collaspro/Windgall (3.273 m.) – che la dividono dalla parallela Valle di Anterselva e con una eccellente area da sci da fondo, spesso utilizzata anche per gare di buon livello.

In questa valle sorge il rifugio Roma/Kasselerhütte, da cui partono impegnativi quanto magnifici itinerari di scialpino.


(Rifugio Vedrette de Ries)


Da Riva, poi, si precipita un torrente che, attraverso tre imponenti cascate, si va a gettare nell’Aurino, una volta giunto nella piana di Tures.

E, a proposito di Campo Tures, una sola notazione, ma assai interessante e certamente assi poco nota.

Nel suo Castello Neumelans furono trasferite dal Reparto militare tedesco per la tutela del patrimonio artistico (Deutscher militärischer Kunstschutz), ai diretti ordini di Hermann Göring, varie centinaia di dipinti e sculture provenienti dagli Uffizi e da altri musei fiorentini, fra cui opere di Michelangelo, Raffaello, Tiziano, Lukas Cranach, Botticelli, Donatello, Caravaggio, Tintoretto, Dürer e Rembrandt, razziate in Italia dopo l’8 settembre.

L'intento dei tedeschi era quello di trasportare tutte le opere verso l'Austria.

Fu solo grazie al tempestivo intervento delle famose squadre di soldati/critici d’arte/archeologi americani - i famosi Monuments Men – che tutte le opere d'arte furono fortunosamente recuperate poco prima della loro partenza e fecero ritorno alle loro sedi di origine.


(Presepe Tradizionale a Lutago - foto di Luca Giovanni Bertini)


Come si sarà compreso, amo la Valle Aurina.

Ma c’è una parte, la più alta e la più nascosta, che, da sempre, ho più amato: è quella di Casere.

Se vorrete seguirmi, vi racconterò qualche storia per farvela conoscere meglio.

È certamente meno nota e meno glamour di quella più in basso, ma racchiude almeno due storie interessanti: quella di una delle più antiche e importanti miniere di rame dell’arco alpino e quella dell’esodo di oltre 5.000 ebrei attraverso un passo ad oltre 3.000 metri di quota, verso Venezia, l’Adriatico e la Palestina.

(1. continua)

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