Torna “Io e Vito”: il 3 agosto nel borgo medioevale abruzzese di Alba Fucens, il 4 agosto a San Sebastiano di Bisegna, il 17 agosto a Aielli. È un monologo di un’ora – fatto di lunghe pause e scrosci irruenti – che compie un piccolo miracolo: fa correre sulle strade della Marsica la vita e il mito di Vito Taccone. Un campione del ciclismo italiano degli anni ‘60, ma anche il simbolo di una generazione vissuta nella fatica, nel sudore del riscatto sociale, nella sfida della conquista. "Il camoscio d’Abruzzo" lo chiamavano, per quella sua imbattibile forza di scalatore. Ed è proprio la scalata da una esistenza fatta di miseria e dolore verso un futuro migliore che Taccone continua a rappresentare per tutti i marsicani. Lo spettacolo teatrale, andato in scena in anteprima a maggio nel Castello Orsini di Avezzano (città natale di Taccone), è stato realizzato su iniziativa dell’Associazione Piazza Cavour e prodotto dal Teatro Lanciavicchio con la collaborazione dell’Associazione culturale Teatri dei Marsi.
La regia è di Giovanni Degni, nipote del coprotagonista della storia: Ernesto Venditti, il meccanico, amico e consigliere di Taccone. L’attore Alberto Santucci interpreta i due amici, mettendo in scena il solido rapporto di collaborazione profonda tra due personalità speculari. Tanto irruente e estroverso il campione, quanto silenzioso e riflessivo il suo “coach”. L’ambientazione è l’officina di Venditti, che si trovava su corso della Libertà (ancora oggi tutti i boomer di Avezzano la ricordano), dove Taccone trascorreva intere giornate ad aggiustare la sua bici, a parlare di gare, di tappe, di traguardi. Il testo è stato costruito grazie a nipoti e pronipoti dei due, che hanno messo insieme una miriade di aneddoti, passati di padre in figlio, con cui si ricostruisce un’intesa definita quasi “sacra” dai familiari.
Per l’associazione Piazza Cavour lo spettacolo è il punto di arrivo di un percorso iniziato già anni fa. “Per noi Taccone rappresenta il carattere profondo dei marsicani – spiega il presidente Franco Casmirri – Quella forza da montanari, quella fatica della vita dura che la nostra città ha dovuto affrontare”. Nella vicenda del campione, infatti, si condensa quasi mezzo secolo di dolore e devastazione della Marsica, e infine la sua rinascita. Da bambino ha “respirato” il senso di morte del terremoto devastante del 1915 nel ricordo dei genitori, la tragedia di chi aveva perso tutto, ed è passato dalle macerie al fango delle trincee della prima guerra mondiale. Ha “sentito” le bombe della seconda guerra mondiale che hanno raso al suolo la città appena ricostruita, nella caccia al nemico lungo la vicina linea Gustav. Ha vissuto la miseria del pastore (sua prima attività), poi quella del fornaio.
Proprio portando il pane in bici verso le linee di autobus che collegavano Avezzano ai paesi limitrofi scoprì la sua grande abilità. Un giorno arrivò tardi e decise di raggiungere la vicina Capistrello affrontando il monte Salviano in bicicletta. Un uomo lo notò: vide che pedalava senza fatica sulla salita, mantenendo una velocità sostenuta. E da lì la vita cambiò. Arrivarono gli anni della fama conquistata col sudore nel giro d’Italia. Quello del ’63 fu leggendario: vinse cinque tappe, di cui quattro consecutive. Quando tornò ad Avezzano 60.000 persone lo accolsero nella piazza del Comune. Poi, frequentazioni importanti e inviti alle trasmissioni sportive della Rai, sempre parlando in quel dialetto tanto strano per chi non vive sulle montagne abruzzesi. Non perdendo mai la sua autenticità di uomo del popolo, dalle radici ben piantate a terra. Persino Pier Paolo Pasolini ne riconobbe il valore simbolico di giovane che nel successo non rinnega le sue origini umili e popolari.
Un paio di anni fa lo hanno accolto ancora migliaia di avezzanesi, quando la sua statua fu recuperata dagli scantinati del Comune (dove era finita dopo diverse vicissitudini, tra cui anche un tentato furto), restaurata e collocata nel mezzo di piazza Cavour, vicino alla sua vecchia abitazione. E non solo: in suo onore l’associazione Piazza Cavour riuscì anche ad ottenere che una tappa del Giro del 2024 passasse ad Avezzano. Fu un evento commovente vedere i corridori raggiungere la statua e salutare il campione di una volta. “Siamo impegnati da anni nel recupero di questa zona – spiega Casmirri – che è la porta di ingresso di Avezzano per chi arriva dalla piana del Fucino, il cuore della sua economia. È l’area in cui si estendeva il vecchio insediamento urbano già prima del terremoto, come testimoniano le vicine rovine della Chiesa di San Bartolomeo. La statua di Taccone, che rappresenta una storia di riscatto e rinascita, è il risultato più bello che abbiamo raggiunto”.
Per decidere la collocazione dell’opera si tenne una raccolta di firme – raccontano all’associazione - e una donna anziana volle sottoscrivere la richiesta davanti alla tomba di suo marito, vecchio tifoso di Taccone. Oggi l’opera è in lizza per entrare nei luoghi del cuore Fai. “È un monumento che parla al cuore dei nostri concittadini – conclude Casmirri – E non va dimenticato che il suo autore, l’artista avezzanese di etnia rom Bruno Morelli, racconta un altro pezzo della storia cittadina con la presenza della comunità rom che da anni si è integrata”. La terza vita di Taccone fu dedicata all’imprenditoria: aprì la fabbrica che produce l’amaro che porta il suo nome alle falde del monte Velino. La fabbrica è ancora in attività, gestita dai suoi familiari. Ma Vito non era uomo da carte e bilanci. Finì in una brutta storia di fatture poco chiare. Il suo cuore non resse e morì di infarto nel 2007. Ma la sua esperienza ha dato buoni frutti: suo nipote Ivan oggi fa il ciclista professionista. Questione di sangue e di radici.