PUNTA CAMPANELLA
SOSPESI FRA CAPRI
E IL CIELO



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Punta Campanella è l’estremità più a sud del golfo di Napoli. Dopo il suo sperone roccioso c’è la famosa Baia di Ieranto (bene di proprietà e gestione FAI) e inizia il golfo di Salerno, con Positano, Praiano, Amalfi e dietro di loro il comprensorio dei Monti Lattari.



Qui, dove la leggenda dice che Ulisse avesse fatto erigere un tempio alla dea Athena per ringraziarla della sua protezione durante l’incontro con le Sirene nei pressi dell’isolotto dei Galli, siamo nella propaggine più meridionale della provincia napoletana e di fronte, vicina, vicinissima e con una prospettiva diversa da quella con la quale viene solitamente fotografata, c’è l’isola di Capri.



Arrivare a Punta della Campanella non è particolarmente difficile. Il percorso parte da Termini (non fraintendete, è una frazione del comune di Massalubrense) e con una camminata in discesa lungo la via Minerva, molto panoramica e di circa un’ora, si arriva alla meta.



La strada, in parte basolato, in parte un chiaro asfalto e in parte piccolissima l’originaria pavimentazione romana, è immersa nella macchia mediterranea e soprattutto nel suo tratto iniziale è punteggiata da traversine che portano a piccole case e agli orti.



Pure se Capri, che diventa via via più vicina, è il richiamo più forte per il camminatore, la leggerezza e i profumi dell’aria, i cespuglioni di mirto e lentisco, il ronzare degli insetti, il sinuoso movimento di una biscia su un muretto introducono quasi subitaneamente in un’atmosfera di genuina natura.



Affacciandosi verso destra si scorgono gli ordinati terrazzamenti coltivati a olivi e a verdure, piccole abitazioni bianche che si ripagano della loro scomodità godendo notte e giorno di uno dei panorami più belli al mondo, e alzando la vista verso l’orizzonte appare la curva del golfo di Napoli e le sagomine lontanissime di Ischia e Procida.



C’è poca gente all’inizio, un’allegra famigliola con tre bambini ai quali il padre nomina le piante e due coppie di attempati ma agilissimi turisti lombardi che a ogni passo ringraziano dio (o chi per lui) dell’aria e della luce.



Alla fine della strada si sbuca davanti a un fiordo, i passi già prudenti rallentano e resta il desiderio, esaudibile solo venendo in barca dal mare, di vedere come si presenta la stretta insenatura in tutta la sua altezza. Una delle signore mi racconta che durante la sua visita precedente il fiordo poteva essere disceso dai più spericolati grazie a una scala con piccoli gradini in ferro aiutati da una fune inchiodata nella roccia, ma l’informazione non mi produce rammarico.



Già solo stare su questo piccolo altipiano proiettato nel mare, con i resti di una torre saracena e un faro che sembra un traliccio, mi produce un senso di vertigine.



Di fianco alla torre c’è una piccola gradinata che conduce a una spianata più vicina al mare, dove tre ragazzi campeggiano davanti all’infinito con una musica di sottofondo: se proprio devo, invidio la loro gioventù.



Sono soddisfatta, e dopo una breve pausa e altre fotografie, mi appresto alla risalita. Incontro diversi camminatori stranieri ben attrezzati per il trekking (ma ringrazio le mie modeste Sketcher per la loro ottima performance) con cui scambiarci un saluto e mi giro continuamente indietro a salutare l’isola mentre a favore di sole apprezzo in tutta la loro fioritura i cespugli di euforbia e di calicotome, enormi macchie di giallo interrotte solo da timidi asfodeli e da agavi fuori misura.



Mi ricongiungo con gli amici pigri che si erano fermati a metà percorso e continuiamo la risalita. Giunti alla fine, dove una sbarra con lucchetto consente per un piccolo tratto l’accesso delle auto solo ai proprietari di terreni e case, incrociamo un anziano e sorridente signore con un furgoncino che ci chiede se ci è piaciuta la passeggiata.



Allora approfitto per chiedergli se le poche abitazioni sono servite da acqua ed elettricità e lui ce lo conferma, per poi subito rivelare la sua identità. È don Alfonso Iaccarino dell’omonimo stellato ristorante della vicina Sant’Agata sui due Golfi, persona affabile e prodiga di informazioni, strenuo difensore di questo lembo di terra dove alleva api e coltiva senza diserbanti (“Sono il male!”) olivi e altri frutti della terra.



Ha 80 anni molto ben portati perché mangia da sempre a chilometro zero e viene qui da 40 anni ogni giorno a occuparsi della sua terra dove ha in animo, a breve, di trasferirsi definitivamente. Ci salutiamo molto cordialmente ed io penso che pur desiderando di mangiare almeno una volta alla tavola di uno chef stellato, sarei molto più contenta di farmi invitare al suo desco privato a mangiare pane e pomodoro con Capri di fronte ascoltando i suoi racconti.



Cosa che vagamente tentiamo di imitare andando a mangiare i nostri panini portati da casa sul molo deserto di Marina della Lobra, il borgo a mare di Massalubrense. Siamo contenti di aver accolto la primavera nel silenzio e nella luce di questi luoghi e di avere scoperto che il toponimo di Campanella deriva dalla leggenda della campana trafugata dai Saraceni dalla chiesa di Sant’Antonino a Sorrento: da allora ogni 14 febbraio (festa del Santo) la campana torna a risuonare dal fondo del mare.



Siamo in ritardo per verificare la leggenda, ma qualcosa ha risuonato dentro di noi.

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