CAPITALE DELLA CULTURA
ANAGNI, ALATRI
FERENTINO E VEROLI
QUATTRO PERLE
IN CIOCIARIA



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Il mistero sarà svelato la mattina di mercoledì 18 marzo nella sala Spadolini della Presidenza del Consiglio. Quel giorno, le dieci finaliste in gara per il titolo di Capitale italiana della Cultura 2028 potranno finalmente tirare il fiato, mentre alla vincitrice toccherà la gran festa, oltre al contributo del Ministero della Cultura di un milione di euro. Denaro destinato alla realizzazione del progetto presentato dai comuni che si trasformerà in un calendario di iniziative, eventi e interventi sul territorio. Obiettivo: generare sviluppo turistico.

Ai nastri di partenza - si fa per dire, perché la “corsa” è iniziata molto tempo fa con il dossier di candidatura - ci sono: Anagni (FR), Ancona, Catania, Colle di Val d'Elsa (SI), Forlì, Gravina in Puglia (BA), Massa, Mirabella Eclano (AV), Sarzana (SP) e Tarquinia (VT). Realtà diverse, ognuna con le sue particolarità storiche e ambientali, più o meno conosciute, diversamente attrattive, che accompagnano i progetti di sviluppo con parole d’ordine del tipo: “L’impavida. Sarzana crocevia del futuro”, “Ancona. Questo adesso”, “Hernica Saxa. Dove la storia lega, la cultura unisce”. Slogan pubblicitari che, da Nord a Sud (isole comprese), alludono a luoghi splendidi. Piccoli e grandi frammenti d’Italia.






LE CAPITALI ITALIANE DELLA CULTURA DAL 2015




Tra le tante “tessere” del mosaico-Belpaese, ne raccolgo una per raccontare il mio viaggio in una terra dalla forte identità, ma assai poco nota, perfino abbandonata, sebbene disti pochi chilometri da Roma: la Ciociaria. Quella dell’arte medievale e dei Papi, dell’archeologia nascosta e dei travagli bellici della Seconda Guerra Mondiale. Quella delle balie e della manovalanza debitrice allo Stato Vaticano nell’Ottocento. Povera, contadina e poi malamente defilata. Così marcata dal tempo da testimoniare (nel suo sottosuolo) presenze del paleolitico e, più tardi, di popoli preromani, gli Ernici in particolare. Ed è proprio dalle vestigia di quest’area del basso Lazio che prende spunto il progetto di candidatura a Capitale della Cultura 2028. Una specie di “missione” che ha visto l’unione di Anagni, Alatri, Veroli e Ferentino, felicemente sposate con il nome di Hernica Saxa: al di là di ogni divisione politica (che pure esiste nelle giunte) e campanilistica. Roba che nel nostro Paese (si sa) non accade di frequente.


(Anagni)


Le quattro “sorelle” congiunte toccano a stento i 90mila abitanti, tuttavia stavolta contano sul sostegno di 91 comuni della provincia di Frosinone. E sull’abnegazione di uomini come Antonio Ribezzo, promotore del Progetto Hernica Saxa nonché presidente dell’Archeoclub di Ferentino, immigrato di rango, esperto di antichità, che confida: “Vengo da Brindisi e ho voluto, con una certa ambizione, restituire alla Ciociaria ciò che la Ciociaria mi continua a offrire da cinquant’anni”. E di offerte turistiche il territorio non manca a partire da Anagni, capofila del progetto (perché più conosciuta tra le sconosciute), fondata (forse) dal Dio Saturno, guidata dall’iperattivo sindaco Daniele Natalia, borgo celebre per lo Schiaffo di Anagni che papa Bonifacio VIII incassò il 7 settembre 1303 nella Cattedrale da Giacomo Colonna, cavaliere militante tra i francesi che il pontefice voleva punire scomunicando il loro re Filippo IV con una Bolla da affiggere sul portale della chiesa il giorno seguente.


(Anagni, lo stemma)


Non è storicamente chiaro se lo schiaffo (sferrato con guanto di ferro) si sia registrato sul serio, ma che la scissione di Avignone abbia inferto uno strappo lacerante alla Chiesa è un dato incontrovertibile. Altrettanto vero è che il capace Museo della Cattedrale (e la Cattedrale medesima) richiama oltre 40mila visitatori l’anno e vale, senz’altro, la prima tappa di questo moderno Grand Tour ernico che mostra chicche inaspettate. Prima tra tutte la fantasmagorica (l’iperbole è d’obbligo) cripta di San Magno nella Cattedrale, che cela sotto le sue ventuno volte un ciclo di affreschi perfettamente conservati: dal Giorno della Creazione a quello del Giudizio. Magnificamente colorate in lapislazzulo, rosso arancio, oro, le figure sacre sono disposte lungo otto metri di lunghezza, su lunette e archi a tutto sesto, in tre navate separate da colonne e rappresentano il meglio dell’arte medievale.


(Anagni, la statua di Bonifacio VIII)


Nella piccola Cappella Sistina ciociara, opera di tre pittori benedettini che qui lavorarono tra il 1200 e il 1300 (in diverse fasi), si conservano tra l’altro le reliquie di San Magno, patrono della città. Doveva lasciare davvero sbalorditi i viandanti di passaggio lungo la Valle del Sacco (su cui Anagni si affaccia) anche quello che adesso è chiamato il palazzo di Bonifacio VIII (nato Caetani, primo papa a istituire il Giubileo a suon di care indulgenze) che apparteneva in realtà al suo predecessore Papa Gregorio IX. Bifore, arcate e pietra donano imponenza e rigore, il resto glielo regalano le molte vicende che si sono succedute, tutte inevitabilmente legate alla Chiesa. E guarda caso, è proprio una tiara dorata a simboleggiare Anagni nel logo che compare nei manifesti per la candidatura di Hernica Saxa a Capitale della Cultura 2028, il copricapo papale si trova accanto ai tre poligoni che indicano le mura delle città di Alatri, Veroli e Ferentino.


(Alatri)


E di due cinta di mura ciclopiche (una interna e l’altra esterna), imponenti, poligonali, costruite nei secoli - non c’è una datazione precisa - con grandi macigni calcarei, composti a incastro, tenuti insieme da una tecnica a secco, è provvista Alatri. La città era difesa in modo egregio dagli assalti nemici (per quasi due chilometri) e ha un’acropoli al centro, ovvero un tempio repubblicano a cui si accede dalla Porta Maggiore. A chi fosse dedicato lo ignoriamo. La cinta esterna è scandita da quattro porte, non è detto però che in epoca antica fossero proprio dove si trovano ora. Ciò che importa è che abbiano resistito a tutto, proprio come i guerrieri Ernici che fecero di Alatri la propria civita sulla collina, prima della sottomissione ai romani. Ma oltre l’impronta romana del Portico di Betilieno Varo, c’è molto di più da queste parti: dalla Chiesa di Santa Maria Maggiore al Chiostro, dalla Chiesa di San Francesco alla Cattedrale di San Paolo.


(Alatri)


Tuttavia l’unicum che inorgoglisce il sindaco Maurizio Cianfrocca “è il Cristo del Labirinto scoperto per caso nel 1996 dietro ad una intercapedine nel Chiostro di San Francesco. Rappresenta il Cristo Pantocratore al centro del labirinto: un’opera assolutamente unica”. Personalmente mi sento di segnalare ad Alatri una statua lignea di rara bellezza: detta la Madonna di Costantinopoli, si trova dietro a una cancellata nella Chiesa di Santa Maria Maggiore (che merita in ogni caso una sosta), ha lo sguardo fisso delle Madonne bizantine, è assisa in trono ma è essa stessa trono per il Bambino Gesù, suo figlio. Risale alla fine del 1100, - probabilmente inizio 1200 - e poco ha a che vedere con l’iconografia occidentale. Pare piuttosto un’icona popolare, una madre mediorientale dalla pelle scura e dallo sguardo ieratico.


(Alatri)


Il terzo giorno di Grand Tour Hernica Saxa si arriva a Veroli, governata dal sindaco Germano Caperna che ci accoglie – con l’assessore alla Cultura Francesca Cerquozzi – nell’elegante sala consiliare che ogni borgo italiano vorrebbe avere. Salotto pregiato di un paese da meno di 20mila abitanti: scranni di legno dismessi da un monastero benedettino della zona nel 1711, soffitto a cassettoni decorato, ma soprattutto (alle pareti) ecco a voi Gratilla Pomponia Verulana, cittadina ernica che sposò il filosofo romano Lucio Giunio Aruleno. Lo sguardo ha la profondità di chi non si arrende, il costume è ciociaro e come copricapo indossa la testa e il manto di un lupo. Tanto per chiarire che gli Ernici erano pastori belligeranti e quando Roma cercò di espandersi si unirono nella lega che ora viene riproposta nel progetto presentato al Ministero della Cultura.


(La Biblioteca Giovardiana di Veroli)


Ciò che scopro nelle ventiquattro ore che seguono il primo incontro con Veroli richiederebbe un racconto accurato per ogni singola opportunità, monumento, cappella, area sacra, cattedrale. Lascio invece a voi il piacere di identificare il meglio tra la Basilica di Sant’Erasmo, la Scala Santa - una delle tre al mondo, con Roma e Gerusalemme. Istituita per volere di Benedetto XIV nel 1751, sono solo 12 gradini nella Basilica di Santa Maria Salòme, martire patrona della città che cristianizzò la zona, la tavola dei Fasti Verulani (una sorta di calendario degli appuntamenti civici) e i suggestivi vicoli del borgo. Voglio comunque suggerire a chi legge un’esplorazione eccezionale tra gli scaffali della Biblioteca Giovardiana, prima biblioteca a uso pubblico nel Lazio. Fu istituita nel 1773 da monsignor Vittorio Giovardi per i suoi seminaristi. Il religioso permise da subito ai cittadini la consultazione dei libri e negò il prestito. Lasciò così “alle cure della Curia” un patrimonio di manoscritti, incunaboli e libri a stampa mobile visibili in meravigliose librerie verde acqua ornate da tralci di fiori. C’è ancora un ballatoio per i volumi stipati al piano superiore, ma ormai le opere sono digitalizzate: quarantamila tomi in un tempio di fascino universale.


(I Fasti verulani)


Trascina con sé la storia romana e la tragica memoria recente Ferentino. I bombardamenti alleati uccisero qui, il 24 maggio 1944, ben 400 persone, per bloccare la ritirata tedesca distrussero l’80 per cento del borgo. Ordigni giganteschi sono rimasti per anni nelle campagne, inesplosi. La casa di don Giuseppe Morosini, prete e partigiano trucidato dai nazisti a Forte Bravetta, è poco lontana dal Mercato Romano del II secolo a.C., dall’Acropoli, da un Teatro Romano non pienamente portato alla luce perché “avvinghiato” alla fitta stratificazione urbanistica popolare del quartiere Santa Lucia. Sembra che già nel Medioevo le case “soffocassero” la chiesa di Santa Lucia a cui erano appoggiate: come se passato e presente s’intrecciassero indissolubilmente.


(Il teatro romano di Ferentino)


Lo sa bene il sindaco Piergianni Fiorletta, che di Ferentino conosce ogni pietra. “Abbiamo inaugurato il Teatro Romano traianeo a settembre 2025 - racconta ai cronisti - dopo anni di lavoro e di espropri delle casette disabitate. È stata una battaglia e non è ancora terminata. Il recupero della cavea ci ha permesso però di assistere a spettacoli e di godere delle gradinate che i romani avevano pensato per 500 spettori. Ma molto c’è ancora da fare”. Tra il “molto” da realizzare va annoverato il museo civico di Ferentino che si dovrebbe inaugurare in giugno e che si aggiunge ai 26 siti storici e archeologici della città, alle mura megalitiche del IV-III secolo a.C., alla Porta Montana medievale che - a guisa di una matrioska - nasconde una Porta Romana che nasconde chissà cosa.


(Il mercato romano di Ferentino)


Ma in un Grand Tour che si rispetti ogni tappa alimenta lo spirito di conoscenza ed Hernica Saxa era sulla rotta dei grandi viaggiatori che toccavano Roma e Napoli fin dal Settecento. Una ragione ci sarà pur stata. Magari il testamento di Aulo Quintilio Prisco? La lapide epìgrafica scolpita nella roccia è del II secolo d.C., riporta le ultime volontà dell’uomo che lascia i suoi beni al municipio di Ferentino. Ed è l’unico superstite documentale di questo tipo.

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