La storia del “cubo nero” di Firenze mi sta facendo diventare matto. Gli articoli li avete letti tutti, i fulmini e le maledizioni anche. Per i pochi che non hanno seguito la vicenda faccio un breve riassunto. Negli spazi del vecchio Teatro Comunale sede del Maggio Fiorentino è stato realizzato un palazzo che ospita appartamenti di lusso. La facciata è rimasta la stessa (per altro non un granché) ma le strutture moderne e un po’ “piacione” - compreso un tratto di ultimi piani realizzati in metallo e vetro neri - superano di una decina di metri la vecchia sagoma disegnata originariamente a fine Ottocento e poi mille volte rimaneggiata fino agli anni Cinquanta del Novecento, ma non superano invece in altezza la torre scenica del teatro (il teatro ha avuto una vita complicata e sfortunata tra incendi, demolizioni, i bombardamenti della guerra e i danni strutturali provocati dall’alluvione). Anzi in realtà il costruito del nuovo edificio (un complesso di palazzi al cui interno c’è anche una piazzetta) è notevolmente minore di quello vecchio, per l’esattezza di un quarto, da 21.000 a 15.000 metri quadri.
Questa la realtà. Il Comunale – che ha una prestigiosa e antica storia artistico musicale ma non una grande storia architettonica e che si trova in una zona ottocentesca di Firenze dove non vi sono edifici antichi – è stato trasferito dal 2014 nella nuova sede che si trova alle spalle della ormai famosa stazione Leopolda e accanto al parco delle Cascine in una zona ex industriale, è una grande edificio moderno, tra le più belle sale d’opera d’Europa. Quando nacque, a Firenze molti storsero la bocca. Allo stesso modo non era piaciuto il nuovo palazzo di Giustizia, o gli edifici della nuova università collocati in direzione di Novoli, ed era stato circondato di anatemi il tram che da Scandicci doveva portare in centro e che è stato fermato alla stazione.
La realtà è che nelle grandi città storiche (e Firenze ha una sua fisionomia tutta particolare) ogni elemento di novità appare una mostruosità, senza che si riesca a distinguere tra aree storiche medievali o rinascimentali e edifici otto-novecenteschi di un limitatissimo valore estetico. Come sempre poi c’è chi agita la questione della speculazione. In realtà in questo caso un edificio non abitativo è stato sostituito da abitazioni.
Sono case da ricchi? Sì, e non poteva essere altrimenti, visto che l’edificio del vecchio Comunale è stato venduto dal Comune di Firenze (che era il proprietario e che ora possiede la nuova sede del Maggio) dopo aste andate deserte a Cassa Depositi e Prestiti ad una bella cifra e che CDP (è una struttura pubblica ma non un ente di beneficenza, altrimenti quella spesa sarebbe finita a carico dei cittadini) lo ha rivenduto, per fortuna, a una società immobiliare internazionale. Che quell’area fosse destinata ad abitazioni era scritto, che il progetto sia stato seguito passo dopo passo dalla Sovrintendenza di Firenze che ha fissato le regole volumetriche e obbligato a mantenere sul fronte strada la vecchia facciata del Comunale, che ha persino scelto i colori per la realizzazione dell’edificio, è un'altra realtà. Un inciso sulla questione della facciata: ormai preventivamente quando si interviene con nuovi edifici nelle città storiche si usa il contentino preventivo di lasciare l’aspetto esterno com’era. Anche se era e resta brutto. Persino il MAXXI di Zaha Hadid ha dovuto rinuciare ad avere una sua faccia conservando quella ridicola della vecchia caserma di cui ha preso il posto, lo store della Rinascente a via del Tritone ha mantenuto una facciata anonima da palazzone degli anni Venti.
È bello? È brutto? Rovina lo skyline fiorentino? Potrei rispondere che è un interessante edificio contemporaneo, un po’ troppo lezioso nei “vuoti” lasciati dalle strutture ma complessivamente né invadente né “orribile”, come scrivono i commentatori sui quotidiani. Ma il mio sarebbe un parere di nessun interesse. A Fuksas non piace granché (eppure a me ricorda alcuni suoi progetti giovanili), a difenderlo timidamente c’è stato soltanto il presidente degli architetti fiorentini, attento solo a mostrare che le norme edilizie sono state rispettate. Ma tutti si sentono in diritto di parlarne male e – come sempre – finisce per apparire una questione di inimicizie amministrative: Renzi - che non era ancora sindaco quando partì il progetto della nuova sede del Maggio - cerca di buttare le colpe sul suo predecessore Domenici e sul suo successore ed amico Nardella e soprattutto sulla Sovrintendenza. Le opposizioni gridano all’ecomostro. I giornali non si sentono in dovere di aprire una discussione sul tema di come si interviene col moderno in una realtà storica ma vanno dietro alle grida, che specialmente qui a Firenze, sono sempre degli “alti lai”.
Ricordo, un bel po’ di anni fa mentre si parlava ancora della realizzazione della Loggia di Isozaki progettata come nuovo ingresso degli Uffizi, una chiacchierata con Antonio Paolucci (che all’epoca, se non sbaglio, dirigeva il museo fiorentino) il quale davanti alle polemiche rispose: “Quando Michelucci vinse il concorso per la Stazione di Santa Maria Novella, i critici ne dissero di tutti i colori. Per fortuna non la spuntarono e Firenze ha una magnifica stazione razionalista al posto di avere un tempio assiro-babilonese”. Per la cronaca tra i contrari, all’epoca, c’era Ugo Ojetti, tra i favorevoli Elio Vittorini, Alessandro Bonsanti e Romano Bilenchi. Paradossalmente in pieno fascismo la stazione di Michelucci si fece, mentre della Loggia di Isozaki non se n’è fatto nulla. Chi erano i conservatori e chi i progressisti?
Una idea immobile e musealizzata della città non è una idea positiva e neppure una idea di sinistra. Ricordo – correvano gli anni Settanta del Novecento – che a Roma fu bandito un concorso internazionale per la realizzazione di un edificio alle spalle del Parlamento. A presiedere la giuria era Manfredo Tafuri, il più bravo dei nostri storici dell’architettura. Vennero fuori dei progetti importanti, qualcosa che sarebbe servito a dare al nostro Parlamento una giusta sede per i servizi (dai gruppi parlamentari alle strutture tecnologiche ) in un’area che non ospita la bella facciata di Palazzo Montecitorio di ispirazione berniniana e poi ridisegnata da Carlo Fontana a metà Seicento ma un “retro” disegnato da Basile in uno stile indefinibile e sinceramente dimenticabile. Il concorso finì nel nulla e l’area resta ancora aggi un bruttissimo parcheggio, un “vuoto urbano” con tanto di facciate cieche. Tafuri ne uscì con l’idea che la rinuncia a misurarsi con la città storica fosse una sconfitta ancora più amara, mentre Roma subiva gli assalti dei palazzinari e la devastazione delle sue periferie, accompagnata dallo svuotamento residenziale del centro per far spazio a uffici e oggi ai bed and breakfast.
Quella sconfitta non l’abbiamo ancora superata davvero, e s’è diffusa una sorta di rinuncia alla pianificazione urbana che non sia una mera crescita delle periferie, ma che si faccia carico di rimettere in gioco anche le aree storiche puntando a una restituzione alla residenzialità e anche guardando all’edilizia sociale e popolare.
Si parla molto di gentrificazione, di trasformazione di quartieri ritenuti degradati per accogliere ceti sociali più ricchi e portando all’allontanamento delle classi più povere. La gentrificazione come parola nasce nell’Inghilterra degli anni Sessanta. Ma in Italia il concetto lo conoscevamo bene: era stato praticato a forza di demolizioni e “deportazioni” dal fascismo e dal Regno d’Italia a partire dagli anni Dieci del Novecento. Certe aree del centro storico negli anni Sessanta erano ancora abitate dai ceti più poveri, rioni come Ponte e Parione avevano fama di essere abitati da poveracci e da un bel po’ di delinquenti. Oggi ci sono gli antiquari, i negozi vegani, e gli immancabili b&b. L’ultimo tentativo di replicare alla gentrificazione lo fece la giunta Argan (e poi Petroselli) grazie a una bella idea dell’assessore e architetta Vittoria Calzolari Ghio, recuperando le vecchie cadenti case di Tor di Nona per farne alloggi popolari.
Se proprio vogliamo farci delle domande sul “cubo nero”, nome inventato apposta per spaventare, quelle giuste non dovrebbero riguardare la “ferita” allo skyline o l’orrore del moderno, ma invece la capacità delle città – tanto più delle città storiche – di darsi strutture moderne per i grandi servizi (e i teatri dell’opera sono tra queste) e di restituire le aree centrali alla vita dei cittadini, specie delle classi più povere.
Se si rimane alla superficie, al giudizio estetico (neppure motivato) allora finiremo come in America, dove Trump ha appena emanato un nuovo regolamento per gli edifici federali in odio al modernismo (al brutalismo dicono loro, che è una variante soprattutto americana di quello che in Italia si chiamava International Style e che deve il suo nome non al “brutto” ma all’uso nelle facciate del “béton brut” ovvero del cemento a vista senza rivestimenti) dove tutto deve sembrare aulico e classico. Proprio lui, il re della speculazione edilizia e degli immobiliaristi. Tenetevelo. Trump.