FERMI
IN GALLERIA
QUANTO CONTA
UN CAPOTRENO

Fermi in galleria, quanto conta un capotreno

wave

Lunedì primo dicembre. Un giorno come tanti, e Italo delle 17.05 da Roma Termini era lì, un serpente lucido d'acciaio pronto a divorare i chilometri. La partenza fu un'ode alla puntualità. Obiettivo: Bologna, in due ore esatte. Un non-stop per impazienti. Mi accomodai in prima classe, il solito rituale di chi macina chilometri per lavoro o per piacere.

Tutto filava liscio finché, passata la mezz'ora, notai il primo presagio: tutte le icone dei servizi igienici erano di un rosso acceso. Strano, il treno era quasi nuovo. Mi alzai, entrai... la porta non si chiudeva. Perfetto. Proprio mentre uscivo, incrociai il Capotreno, un uomo dall'aria metodica. "Capotreno, le toilette sono fuori uso," dissi. Lui non si scompose ma il suo sguardo conteneva un'ombra. "Sì, lo so. Abbiamo... problemi." (e fuori uso ovviamente le toilette resteranno in seguito, permessa solo la pipì, fino all’orlo).

Il guaio arrivò subito dopo, in un lampo. Il treno si bloccò, inghiottito dall'oscurità di una galleria. I primi quindici minuti furono un silenzio educato. Poi, il brusio. Il sacro passa-voce italiano prese il via. "Cos'è successo?", "Siamo fermi, perbacco!". Finalmente la voce metallica e contrita del Capotreno ruppe il silenzio: "Signore e signori, abbiamo un guasto elettrico sulla nostra linea. La linea a fianco, quella Nord-Sud, è operativa, ma la nostra è KO. Stiamo aspettando che RFI risolva. Vi prego di scusare il disagio."

intervento

Le scuse, sebbene sentite, erano l'unica cosa che poteva offrirci. E così l'attesa ebbe inizio. L'aria si fece subito densa. Non c'era ventilazione, eravamo in una scatola di metallo sigillata nel cuore della montagna. La frustrazione montò non appena ci rendemmo conto del doppio colpo: in galleria i cellulari erano muti, e per il guasto elettrico anche il Wi-Fi del treno era morto. Eravamo isolati, tagliati fuori dal mondo.

Fu in quel momento che il Capotreno e il suo staff diedero una vera performance. Volti seri ma compostezza impeccabile. Iniziarono a distribuire acqua gratuitamente, camminando su e giù come instancabili sentinelle. Poi le luci principali si spensero, lasciando solo le flebili luci d'emergenza, alimentate dal generatore del treno. Controllai la torcia del mio telefono (spento per risparmiare batteria) e condivisi una banale, ma vera, osservazione con i miei vicini: "Che seccatura essere piombati qui dentro, con i finestrini sigillati."

Ma la mossa più geniale, e inattesa, doveva ancora arrivare. Il Capotreno iniziò una processione metodica, chiedendo: "C'è un medico? Un infermiere? Qualcuno delle forze dell'ordine, anche fuori servizio?" I medici e gli infermieri erano ovvi: un po' di claustrofobia, un attacco di panico, cose che capitano. Ma la Polizia? Il brillante Capotreno aveva un piano di emergenza di una maturità rara. Dopo aver identificato gli "agenti" in borghese, diede l'ordine. In un attimo le porte del treno, lato muro della galleria, furono aperte manualmente. L'aria — non certo profumata, ma infinitamente meglio di quella viziata e sigillata del vagone — inondò finalmente il treno. Davanti a ogni porta aperta, a sorvegliare, c'era ora un "agente" fuori servizio.

Ci fu solo un attacco di panico, una giovane che fu immediatamente assistita da un nugolo di infermiere e una volontaria del 118. Il resto del vagone restò in un'attesa rassegnata, quasi filosofica. Quando il personale distribuì due torce per vagone, spiegando che avrebbero resistito per dodici ore in caso di spegnimento del generatore, qualcuno deglutì a vuoto. "Come avvisiamo a casa?" fu il primo pensiero. Ma poi la rassegnazione vinse. Eravamo in mezzo a decine di altri treni bloccati. La notizia, pensammo, doveva essere già arrivata in stazione.

Il Capotreno, instancabile, tornò con l'ultima rassicurazione: se RFI non fosse riuscita a riparare, ci avrebbero rimorchiato, blocco dopo blocco, fino al tratto di linea dove riprendeva l'elettricità. La rete è saggia, suddivisa in compartimenti. Due ore e mezza dopo l'immobilità, l'evento. La luce! Le plafoniere si riaccesero, un'esplosione di normalità nel buio forzato. Partì un applauso spontaneo, catartico, non di gioia per la fine dell'incubo ma di ammirazione per la gestione impeccabile.

Arrivammo a Bologna con un ritardo di tre ore su un viaggio di due, e non provai un briciolo di rabbia. Solo ammirazione. Fu una lezione di calma e professionalità inaspettata. La domanda, però, restò: mentre noi in Prima (business) eravamo accuditi da medici e sorvegliati da agenti, la Seconda Classe (Smart) aveva ricevuto altrettanta cura? O l'Odissea aveva avuto un biglietto di diversa tariffa?