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Spesso si sente dire che le più importanti mostre di fotografia in Italia propongono sempre grandi autori di fama e, si aggiunge, sempre quelli. C’era stata questa estate anche una polemica sulle pagine del Giornale dell’Arte proprio sul tema: vi si affermava che curatori e organizzatori andavano sul sicuro con le mostre dello Steve McCurry di turno ma non si spingevano nel terreno più audace di nuove scoperte. Terreno minato, rispondevano i soggetti chiamati in causa, perché i nomi meno conosciuti non sono altrettanto attrattivi dal gran pubblico per sostenere in biglietteria e da parte degli sponsor i costi di produzione. Tutti avevano un po’ di ragioni e anche dei torti (quando si propongono mostre insolite e coraggiose di autori emergenti, lo dico con la lunga esperienza personale di curatore di questo genere, non è che poi il Giornale dell’Arte le recensisca) però onestamente il problema resta.
La premessa è un po’ lunga ma serve a segnalare un pregevole caso che va nella direzione opposta: parliamo di “Paolo Di Paolo. Fotografie ritrovate” esposta fino al 6 aprile nello spazio del Sottoporticato di Palazzo Ducale a Genova. Accompagnata da una accurata monografia edita da Marsilio che fa da catalogo, la mostra è stata curata con rigore affettuoso da Giovanna Calvenzi e da Silvia Di Paolo che è anche la protagonista di una bellissima vicenda tutta da raccontare.






Un giorno, siamo alla fine degli anni Novanta, va nella cantina di famiglia a recuperare un paio di sci ma il suo sguardo intercetta un grande contenitore che, aperto, rivela un tesoretto di centinaia di fotografie in bianconero di pregevolissima fattura. Erano del padre che un giorno in quel baule aveva chiuso con un coperchio una parte importante della sua vita, come confesserà alla figlia sorpresa e ammutolita ma anche determinata a farla riemergere dalla memoria per restituirci la vicenda di un grandissimo fotografo dimenticato dai testi di storia della fotografia pur essendo stato il più prolifico autore pubblicato dalla leggendaria rivista 'Il Mondo' di Mario Panunzio. Quella che considerava le fotografie non come appoggio ai testi ma esse stesse articoli.
Le curatrici hanno creato un percorso sinuoso e lieve (non spaventatevi, le 300 fotografie scorrono davanti agli occhi che è un piacere) così ben pensato da indurre molti visitatori, compreso chi scrive, a tornare sui loro passi per riguardare le immagini che raccontano non solo l’opera di Paolo Di Paolo ma, soprattutto, la vita di quegli anni e l’atmosfera culturale che la attraversava. La mostra è suddivisa in stanze tematiche dedicate ai ritratti (Sophia Loren e Marcello Mastroianni come non li avete visti mai, Charlotte Rampoling seduttiva prima ancora che la rendesse tale Newton, Pasolini nella quotidianità), ai viaggi con un inevitabile omaggio a Genova e alla Liguria, ai reportage con una originale inaugurazione dell’Autosole e profonde ricerche sulle carceri. Ma la parte più ricca comprende quel genere di fotografie di stampo sociale che tanto piacevano a 'Il Mondo', la cui chiusura nel 1966 induce il fotografo a chiudere in breve la sua formidabile carriera.
Accompagnata da precise e concise introduzioni, video con interviste all’autore, materiali cartacei, provinature, riviste dell’epoca questa è una mostra che racconta di come il giovane molisano giunto a Roma per frequentare la facoltà di lettere e filosofia lavora come fattorino, correttore di bozze, venditore di pubblicità, redattore per il quotidiano 'L’Unità', grafico per la rivista Montaggio (qui esposta) prima di comprarsi una Leica IIIc con cui gira Roma con la curiosità del grande fotografo capace di trasformare la quotidianità in poesia. Fosse stato francese sarebbe entrato nel novero degli autori della photographie humaniste e invece è stato dimenticato ma ora riconsiderato negli ultimi anni della sua vita e riconsegnato a tutti con questa mostra e la relativa monografia.
Un ultimo suggerimento: guardate con attenzione le fotografie esposte e, se conoscete la storia della fotografia, troverete i richiami ai grandi suoi contemporanei: l’ironia di Erwitt, il surrealismo di Cartier-Bresson, la leggerezza di Doisneau, l’acume di Pinna, lo sguardo ricercato di De Biasi. E poi c’è tutta l’umanità che sapeva catturare, quella stessa che Dino Risi in “Una vita difficile” ed Ettore Scola in “C’eravamo tanto amati” ci hanno raccontato nella stagione migliore del cinema italiano.