'MILANO, ITALIA'. CARRIERI E LA RETORICA DEL RISERBO

di ROBERTO MUTTI

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Se ne è andato a novantatré anni nella sua Milano un fotografo che avrebbe lasciato di sé un ricordo ancora più importante se non avesse preferito da sempre lavorare in un assoluto riserbo alimentando un carattere non facile, anche se a chi ha avuto la fortuna di entrare nel suo studio riservava piacevolissimi racconti e preziose indicazioni sulla sua visione della fotografia.

Mario Carrieri era figlio di Raffaele, un avventuroso personaggio che da giovane aveva fatto il gabelliere (da cui il titolo 'Il lamento del gabelliere' di una sua futura raccolta di poesie), si era trasferito a Parigi entrando in contatto con la locale comunità intellettuale che comprendeva Picasso e Modigliani e nel 1930 era arrivato a Milano dove lavorò come critico d’arte per il Corriere della Sera affermandosi anche come poeta. Certe determinazioni caratterizzano anche Mario che, insofferente del conservatorismo che lì domina, lascia l’insegnamento per trasferirsi all’archivio mondadoriano del periodico Epoca e contemporaneamente realizza cortometraggi pubblicitari di successo.

In realtà ha in mente un progetto rivoluzionario e per farlo ancora una volta abbandona il lavoro nel 1957 per dedicarvisi totalmente. Con la sua Nikon caricata con pellicole in bianconero gira la città per otto mesi scattando migliaia di fotografie che confluiranno due anni dopo, in una selezione che le riduce a centotrenta suddivise in dieci sezioni che chiama scene, in un volume edito da Lerici dal semplice, enigmatico titolo 'Milano, Italia'. Il pubblico non lo capisce (chi scrive ne trovò una pila di invenduti in una libreria che li lasciava a metà prezzo), i fotoamatori e i critici trovano disturbanti le stampe con la grana evidente, i neri catramosi, i mossi improvvisi che attraversano la scena e quello strano modo di impaginare con le fotografie a pieno formato accostate con quella che sembrava provocazione ed era invece saggezza.

Solo Ugo Mulas difende pubblicamente il lavoro perché è un uomo colto che intuisce due importanti richiami che caratterizzano il libro: il primo riguarda l’impaginazione, fatta in modo da non avere mai composizioni che si ripetono, secondo la lezione del grande Alexei Brodovich, art director di Harper’s Bazaar; il secondo riguarda l’omaggio che Carrieri fa a quel libro che William Klein aveva dedicato a New York usando la stessa estetica graffiante. Ciò che turba i critici non è tanto questo – siamo sicuri che conoscano Brodovich e Klein? – quanto la mancanza di retorica che anima un autore che per fotografare il Duomo sceglie di farlo inquadrandolo dalle scale che scendono ai gabinetti pubblici e invece dei giardini curati riprende quelli della periferia dove i bambini giocano fra i rottami.

Anche se quel magnifico libro di tono espressionista sarebbe diventata una pietra miliare, il suo autore ha sempre mantenuto il riserbo continuando a lavorare nello studio che aveva ereditato dall’amico Ugo Mulas in via Spallanzani, dove realizzava calibrati still life di oggetti d’arte e di design, vasi, maschere africane. Rigorosissimo, per usare nel modo giusto l’illuminazione inventava soluzioni inedite che riservava ad ogni soggetto e il risultato era impeccabile, come dimostrano i cataloghi e i libri sulle maschere edito da Mazziotta e quello su Rodin pubblicato da Gruppo Mondiale Est. Ma è quel 'Milano, Italia' che ancora ci guida, perché sfogliandolo si coglie un monito che la modernità dello sguardo di Mario Carrieri ancora ci trasmette: altro che Milano da bere!