ROBERT MAPPLETHORPE. LE FORME DEL DESIDERIO

di ROBERTO MUTTI

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No, mi sa che non ci vengo”, mi ha detto una cara amica cui spesso faccio da complice e guida alle mostre fotografiche che mi trasmettono una passione che amo condividere. A lei le provocazioni un po’ eccessive non piacciono e così mi sa che si perde una mostra che con queste benedette provocazioni proprio non gioca per niente. Già, perché, forse inaspettatamente, "Robert Mapplethorpe. Le forme del desiderio" (Palazzo Reale, piazza Duomo, Milano fino al 17 maggio) è un viaggio nella bellezza dove anche l’esposizione esplicita dei corpi nudi si trasforma in un confronto con la bellezza e l’armonia.

Il curatore Denis Curti, che aveva fatto esordire la mostra a Venezia, ha creato con le oltre duecento fotografie, tutte provenienti dalla fondazione che porta il nome del fotografo scomparso quarantaduenne nel 1989, un percorso a tappe dove ognuna delle sei stanze si apre con l’ingrandimento di una delle opere più significative della sezione. Fa eccezione quella di inizio dove sono esposti piccoli, sorprendenti collage che il giovane Mapplethorpe, non ancora folgorato dalla fotografia, realizzava ritagliando riviste underground e di moda per creare accostamenti funambolici. Con questi suoi esperimenti discuteva a lungo con la sua compagna che gli rinfacciava, visto che vivevano davvero con poco, di spendere soldi per riviste costose che per di più distruggeva ritagliandole.

Allora non aveva ancora scoperto la sua omosessualità e divideva la camera al Chelsea Hotel con una giovane studentessa di cui si era innamorato, arrivata a New York con l’intenzione di diventare la poetessa e la cantante che poi è stata. A lei è dedicata tutta una sala: il ritratto che occupa l’intera parete ci rivela l’inquieta bellezza di Patti Smith che posa guardando in macchina, indossa una camicia da uomo (l’aveva comprata il giorno prima al negozio dell’Esercito della Salvezza) e tiene la giacca su una spalla con elegante noncuranza “con uno stile alla Frank Sinatra”, ricorda lei. La scena si svolge nell’attico di un amico sulla Fifth Avenue che a Robert piace perché è spoglio e soprattutto ha una finestra che proietta una luce di forma triangolare. Non si sono detti niente i due, anche se sanno che dovranno cercare la loro autenticità che lei interpreta concentrandosi sull’aspetto, lui sulla luce. Ne viene fuori un’immagine straordinaria che, anche in virtù della spilla a forma di cavallo che brillava sul bavero della giacca, sarebbe comparsa nel 1975 sulla copertina di 'Horses', album punk rock d’esodio di Patti Smith guadagnandosi così ulteriore fama.

Potremmo fermarci qui ma è spostandoci dall’ingrandimento agli altri ritratti di dimensioni reali che ulteriori elementi ci colpiscono. La disinvoltura con cui la cantante si mette in posa è anche il frutto del lavoro del fotografo che la sa guidare, come dimostra un particolare che non deve sfuggire: la capacità di mettere nella giusta collocazione le mani. Anche con Lysa Lyon, la prima donna ad essere passata alla storia come culturista, il lavoro di ritratto è lungo e preciso, con immagini che raccontano la sua storia attraverso sguardi e pose accuratamente studiate.

Al ritratto di grandi personaggi, da Isabella Rossellini a Keith Haring, è dedicata un’area che si allarga in più file alle pareti e qui, invece, i soggetti sono come sospesi, privi di riferimenti (non a caso tutti sempre scattati in studio), spesso emergono dal buio e ciò che interessa al fotografo sono i volti. Fermiamoci ad osservarli per cogliere l’estrema cura che Mapplethorpe metteva nell’esposizione, nella ripresa con macchine e obiettivi di altissima qualità, nella scelta delle carte per una stampa pregevolissima. Ed è qui che si ritrovano poi molti dei suoi autoritratti, da quello cui Roland Barthes ne 'La camera chiara' ha dedicato una lettura ineccepibile ai tanti travestimenti, fino a quello realizzato poco prima di morire con in primo piano il pomello a forma di teschio del suo bastone.

Chi si aspettava i famosi nudi maschili è finalmente accontentato ma l’accostamento, ribadito in un’ansa del percorso, con le fotografie di sculture ribadisce la continua ricerca del bello che si ritrova anche nei tanti fiori – alcuni a colori – che nel loro svettare e piegarsi sono, quelli sì, fortemente allusivi.

Roberto Mutti