RUTH ORKIN, L'ILLUSIONE DEL TEMPO

di ROBERTO MUTTI

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Alzi la mano chi, anche fra i tanti appassionati di fotografia, conosce Ruth Orkin. Quasi nessuno vero? Però se mostri il ritratto di Robert Capa sorridente con la mano appoggiata alla guancia o la fotografia di una ragazza americana che passeggia sorridente a testa alta in una strada di Firenze circondata dagli sguardi di ammirazione dei maschi locali, allora tutti sì che capiscono l’estro della fotografa americana cui Palazzo Pallavicini di Bologna, via San Felice 24, dedica la più importante e soprattutto completa personale italiana che con le sue 187 fotografie resterà aperta fino al 19 luglio.

Curata dalla bravissima Anne Morin e accompagnata da un catalogo edito da Pallavicini la cui prefazione è firmata dalla figlia Mary Engel, direttrice dell’Archivio Fotografico Ruth Orkin, la mostra è organizzata dal punto di vista espositivo come una vera full immersion nella vita di questa donna coraggiosa nata a Boston nel 1921 e capace, per dire, di fare nel 1939 un viaggio in bicicletta da Los Angeles a New York per visitare l’Esposizione Internazionale che lì si teneva, documentando il percorso con immagini scattate con la piccola, economica (costava appena 39 cent) Univex americana regalatale dalla madre.

Proprio questa fotocamera, e una box tedesca Pilot 6, accolgono dalla teca in cui sono custodite il visitatore come a dirgli che non è certo da tecniche raffinate che si sviluppano le buone idee ma dall’estro, dalla fantasia e, perché no, dalla leggerezza. Lo ribadisce il bellissimo titolo “The Illusion of Time” che allude a quel modo di vivere il presente con curiosità alla ricerca della bellezza anche quando la storia mostrava nubi cupe all’orizzonte. Il consiglio per chi visita la mostra è quello di immaginarla su due piani espressivi diversi che si sovrappongono fra di loro per creare un effetto affascinante.

Partiamo da quello puramente fotografico per sottolineare l’abilità con cui Ruth Orkin si rapportava con la vita: i due sorridenti proprietari della spider MG sembrano scaturiti dall’archivio di Jacques Henri Lartigue mentre le due turiste americane che a Roma siedono a un bar sorseggiando una bibita e consultando una dépliant, nel loro essere vestite uguali cappelli di paglia compresi avrebbero potuto essere inquadrate da Henri Cartier-Bresson o da Diane Arbus. Niente di che stupirsi, data la ben riconoscibile influenza della lezione della Photo League e l’importante presenza della Orkin in “The Family of Men”, la mostra curata da Edward Steichen nel 1955 e considerata la più importante del dopoguerra.

In realtà la fotografa bostoniana alla sintesi delle immagini singole preferiva l’analisi che caratterizzava quelle in sequenza, perché capaci di raccontare una storia. Lo si vede quando si sofferma sulla vita quotidiana del molo di Gansevort Street a New York o quando nella serie “From Above” raccoglie le immagini scattate dalla finestra di casa (un po’ come Saul Leiter, Eugene Smith, André Kertész: lo si dice per collocare la Orkin nel contesto della grande fotografia americana) per cogliere negli incontri, nei passi incerti e in quelli decisi un palcoscenico della vita.

Anche quell’immagine della ragazza che si muove a Firenze ricordata prima fa parte di una serie scattata a Nina Lee Craig detta Jinx: narra la vicenda di una giovane americana che viaggia in Europa e approda in Italia per studiare storia dell’arte. Eccolo il secondo suggerimento di lettura di queste immagini: il rapporto con il cinema. Figlia di un’attrice protagonista di film muti, avrebbe voluto intraprendere la carriera di regista ma le troppe difficoltà e i pregiudizi che allora incontrava la indussero a spostare in campo fotografico le sue ambizioni.

Quel viaggio da Los Angeles a New York non a caso l’aveva intitolato “Road Movie”, l’aver lavorato alla realizzazione di fotoromanzi obbediva alla stessa logica mentre non occorre scomodare il dottor Freud per mettere in luce che il marito Moris Engel era un regista cinematografico. Con lui realizzò “Il piccolo fuggitivo” candidato all’Oscar nel 1953, girato in luce naturale fra le strade della città dando l’impressione di seguire il bambino in fuga in presa diretta senza sceneggiatura. Furono i critici dei Cahiers du Cinema e i registi della Nouvelle Vague ad apprezzarlo a tal punto da aver ispirato François Truffaut per “I 400 colpi” (1959) e Jean Luc Godard per “A bout de Souffle” (1960).