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Le notizie che si trovano sui giornali – soprattutto quelle che abitano le pagine interne e non meritano quasi mai gli "strilli" di apertura – non vivono mai da sole ma sono come gli elementi della chimica: possiedono legami fra argomenti solo apparentemente lontani attraverso cui stabiliscono connessioni che è molto produttivo seguire. Mi ha molto colpito recentemente l'articolo dell'inviata di la Repubblica Elena Dusi che raccontava dell'antica città di Arslantepe, posta nell'Anatolia Orientale nell'attuale Turchia, e della sua civiltà sviluppatasi fra i seimila e i cinquemila anni fa. Qui gli archeologi scavano per ricostruire storie che parlano di una grandiosità di cui si è persa memoria: chi era quel re sepolto con il suo corredo di armi e gioielli, come reagirono gli abitanti quando giunsero nuove popolazioni nomadi caucasiche, chi commissionò la Porta dei Leoni per la città diventata capitale ittita e perché il re assiro Sargon II la distrusse?
Diciamoci la verità, nessuno di noi che non sia un fine archeologo di tutto questo aveva mai sentito parlare. Però viene in mente: e se quella notizia invece di un reportage fosse una metafora? Quanto impiega una civiltà a scomparire, delle mura inaccessibili a cadere, una lingua a perdere significato, un sistema di vita a collassare sono domande cui converrebbe dare una risposta. Non rassicurante, però. Non sarebbe male ricordare che l'uomo abita sulla terra da 4 milioni di anni (se vogliamo partire dall'australophitecus afarensis) mentre i grandi sauri vi hanno vissuto per 100 milioni prima di scomparire perché non più adeguati ai mutamenti del pianeta.









Prendiamo il grande tema del cambiamento climatico e, per non allargare troppo il discorso, concentriamoci su quello dell'arretramento dell'area dei ghiacciai e del loro lento dissolversi. Davvero è un argomento di attualità visti i più recenti disastri che questo sta creando? No, è da tanto tempo che se ne parla e non solo fra gli scienziati; e la fotografia ha dato il suo contributo per sensibilizzare quella parte di opinione pubblica che ascolta, discute, osserva, si preoccupa e non si limita a negare l'evidenza divertendosi a offendere Greta Thumberg e a minacciare ogni azione degli ecologisti che disturbi il manovratore. Tantissimi sono i fotografi che si sono impegnati su questo fronte (il grande Sebastiao Salgado intitolò "L'urlo del ghiacciaio" una delle sue fotografie più note) e qui ne ricordiamo solo alcuni fra gli italiani che con mostre e pubblicazioni hanno contribuito a documentare quanto sta accadendo con immagini che alla denuncia accostano la bellezza, perché anche le grandi tragedie si nutrono di estetica.
Fabiano Ventura nel 2009 ha ideato il progetto "Sulle tracce dei ghiacciai", una spedizione fra le montagne del Karakorum e del K2 dove cento anni prima si era spinta quella guidata dal Duca degli Abruzzi documentata dalle immagini del grande pioniere del fotoalpinismo Vittorio Sella. Usando come modello quelle splendide riprese scattate in bianconero con un banco ottico, ha ripreso dallo stesso punto di vista le identiche montagne per mettere in luce quanto i ghiacciai si siano ritirati riducendo in modo molto visibile la loro superficie. Da questa iniziativa è nata una mostra esposta a Roma nel 2010 e l'omonimo libro edito dall'Associazione Macromico e anni dopo itinerante a Torino, Biella, Bolzano.
Sempre ai primi anni del Duemila risalgono le riprese realizzate da Gianni Maffi che alla montagna ha sempre dedicato nel suo percorso visivo una particolare attenzione. Il Gran Sasso visto da Campo Imperatore e uno scorcio delle Dolomiti del Brenta sono distese sassose dove qua e là compaiono isolate chiazze di neve e quel cumulo di piccole rocce a formare una piccola piramide in equilibrio si erge come un segnale o un simbolo.
Una denuncia più netta viene da due autori che si sono mossi con modalità diverse e intenti comuni. Claudio Orlandi con il suo "Ultimate Landscape" racconta di come, posizionando grandi teli sui ghiacciai, si tenta di preservarli o, per meglio dire, di ritardarne il degrado. Frequentando località di straordinaria bellezza come la Marmolada, il fotografo romano ha creato percorsi visivi di inaspettata bellezza: i teli sospesi sul ghiaccio in qualche misura ne riproducono la superficie mentre la luce si insinua sotto di loro ricreando le tonalità dei crepacci, in altri casi scendono dall'alto in basso fino a creare un fronte che simula quello reale che un tempo si ergeva di fronte ai primi visitatori delle terre artiche e ora è solo un ricordo.
"Ultimate Landscape" è un lavoro creativo che usa la dimensione artistica per sensibilizzare. Stefano Torrione, per ottenere lo stesso risultato, ricorre invece al reportage. Le fotografie scattate per il progetto "Deserto Italia" parlano con determinazione feroce che il bianconero esalta in modo ancora più netto di quanto sta succedendo sotto i nostri sguardi indifferenti. Anche se la sua analisi riguarda tutto il territorio, quando si sofferma sulle sue Alpi lo fa con una grande forza espressiva: ecco, dunque, l'anfiteatro morenico nel Gruppo della Presolana, ecco l'alveo del lago di Ceresole Reale ora completamente in secca, ecco i crepacci che si aprono per lo spessore ridotto del ghiaccio sul Ghiacciaio del Toula sul Monte Bianco.
Concludiamo questo panorama con due immagini non d'autore perché scattate dai satelliti Copernicus Sentinel-2 che riprendono, guarda un po', la stessa idea di fondo di Fabiano Ventura. In questo dittico sono accostati una ripresa del ghiacciaio del massiccio dell'Adamello scattata il 7 agosto 2016 e una realizzata sullo stesso sito il 5 agosto 2026. Fra la prima dominata dal bianco brillante della neve e la seconda dove è il grigio delle pietre a emergere c'è un dato che dice molto: in dieci anni il bacino di scarico è arretrato di 550 metri.
Nessuno si augura quello che teme, ma se nell'agenda di chi governa il mondo (ma anche, diciamolo, dei paesi in via di sviluppo) il tema ecologico non compare mai e si rimanda ogni possibile intervento il rischio è di finire come l'antica civiltà di Arslantepe.