(Duomo di Milano, 2009)


AURELIO AMENDOLA, OBIETTIVO DENTRO L'ARTE

di ROBERTO MUTTI

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I libri di storia dell’arte dei licei – questo fino agli anni Settanta – erano suddivisi in due tomi, comprendendo uno i testi e l’altro l’apparato fotografico che, quando i soggetti erano italiani ed erano ovviamente moltissimi, proveniva tutto dal lavoro dei fratelli Alinari. Immagini ineccepibili, composizioni perfette, luci morbide, inquadrature rigorose eppure… Gli studenti di allora potevano accontentarsi di quelle immagini ma erano ben lontani dall' esserne sedotti perché intuivano senza saperselo ben spiegare (fidatevi, ero uno di loro) che in quelle fotografie mancava qualcosa.

Quel qualcosa lo si trova e in una misura eloquente nella personale che Aurelio Amendola tiene fino al 6 settembre a Palazzo Reale di Milano (da martedì a domenica 10-19.30 giovedì 10-22) con un titolo, “Capolavori fotografati”, che anticipa un allestimento suddiviso in sei aree ognuna dedicata a un artista e una settima a una finora inedita analisi del Duomo che lo fa apparire vivo e palpitante a noi milanesi i quali, passando da quella piazza, appena lo degniamo di uno sguardo distratto.

Pistoiese, classe 1938, qui Aurelio Amendola ci dà una grande lezione di modernità perché affronta Gian Lorenzo Bernini, Antonio Canova e Michelangelo Buonarroti come fossero contemporanei e si misura con Alberto Burri, Emilio Vedova e Hermann Nitsch considerandoli dei classici. Affrontare la scultura non è mai semplice perché si rischia di immobilizzarne la tridimensionalità; ma qui il fotografo, invece di allontanarsi dal soggetto, gli si avvicina, lo studia, ne cerca lo sguardo, lo inscrive nello spazio e lo illumina per farlo vibrare di una bellezza che non è puramente estatica. L’uso sapiente della luce, l’utilizzo del banco ottico e del medio formato, la cura portata a un rigore assoluto per la stampa in un bianconero che incanta sono gli elementi tecnici di corredo cui l’autore ricorre per trasmettere la sua visione a chi osserva le sue opere.

Quando, invece, Aurelio Amendola ci porta nella contemporaneità sono la conoscenza diretta e i rapporti amicali con gli autori a consentirgli di realizzare immagini davvero uniche. Chi lo osserva forse non sa che un artista non si fa (quasi) mai fotografare mentre realizza una sua opera, perché il grado di concentrazione e la tensione emotiva che accompagnano il momento creativo non prevedono la distrazione che un’altra presenza comporta. Per questa ragione la serie che mostra Alberto Burri mentre realizza una delle sue combustioni, che trova il suo culmine con l’immagine del fuoco in primo piano che si sostituisce al volto dell’artista, acquista un ulteriore valore.

L’immergersi in un’opera fin quasi a identificarsi con essa si ritrova nella sezione dedicata a Emilio Vedova negli spettacolari, grandi spazi della sede veneziana nella cui Fondazione questa mostra era già stata presentata l’anno scorso con un diverso allestimento. Qui domina il colore, con frammenti di bianchi, neri brillanti, gialli vividi e quel blu che per un attimo credi venga dalla tela e invece è l’abito cui l’artista non risparmia schizzi di vernice. Le mani sulla spalliera di una sedia, lo sguardo pensoso, Hermann Nitsch sembra invitare ad entrare nel suo atelier disseminato di secchi di colore dove il sangue – non sai se reale o dipinto – imbratta abiti che sembrano sudari in un gioco provocatorio che allude ai rituali ancestrali ma rende anche reale quanto nelle messe viene evocato solo con la parola. Non a caso la scena prima descritta somiglia molto all’interno di una chiesa.

Il Comune di Milano ha deciso di rendere la mostra aperta gratuitamente al pubblico: ottima occasione per visitarla più volte e scoprire che ogni volta ci si sente arricchiti di qualcosa di nuovo.