di
MASSIMO CECCONI
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In un allevamento di polli super intensivo nasce, tra migliaia di consimili di colore giallo, un pulcino nero. E, come in un famoso Carosello di anni fa, non appena divenuto gallina viene espulsa per essere destinata a una zuppa casalinga.
L’intraprendenza della giovane pennuta però la porta alla fuga dall’ingrato destino per immergerla in un susseguirsi di situazioni di pericolo (una volpe famelica, l’attraversamento di un’autostrada, un’aquila a caccia di prede) che la portano anche a imbattersi in un affollato mercato rionale e persino in una manifestazione politica contro il governo.
La sua fuga termina però nelle fauci di un cane che, senza recarle danno alcuno, la deposita ai piedi del suo vecchio padrone Ioannis (Yannis Kokiasmenos). Il vecchio battezza la gallina con il nome Hen (gallina in inglese, ma il titolo originale del film è “Kota” che presenta lo stesso significato in lingua greca) e la rinchiude nel suo pollaio, dove la povera bestiola subisce le attenzioni dei galli, deposita un uovo al giorno e cerca, appena se ne presenta occasione, di trovare una via di fuga.
Ioannis vive in quello che un tempo era un ristorante con una splendida vista sullo splendido mare greco. Ora la fatiscente struttura ospita gli sporchi affari del convivente della figlia di Ioannis che, in accolita con un gruppo di malfattori locali, commercia in sostanze varie ma anche in traffici umani.
La stessa Hen, per quanto incolpevole, è causa di una tragedia che gli umani risolvono senza pietà alcuna.
Qui il racconto assume uno spessore diverso, agli istinti degli animali si sovrappongono le crudeltà degli umani che culminano in un dramma annunciato. Là dove regna ormai la morte e il disfacimento sembrano sopravvivere solo gli animali che hanno evitato i soprusi estremi di un boss locale.
Oltre metafora e oltre il racconto di formazione, il film del poco prolifico regista ungherese György Pálfi si divide in due atti ben distinti.
Nel primo, a misura e ad altezza di gallina, si sfiora, spesso con toni surreali, la leggerezza dell’apologo, esaltando la capacità di sopravvivenza di un animale che, a torto, viene considerato poco intelligente ed empatico, complice anche, dalle nostri parti, il verso della ironica canzoncina della premiata ditta Jannacci-Cochi&Renato, secondo cui “la gallina non è un animale intelligente…”.
Nella seconda parte, in cui la presenza degli esseri umani risulta preponderante, il clima narrativo vira, dal grottesco e dal bizzarro, in tragedia spropositata rispetto al preambolo, persino non giustificata.
Un cambio di registro che nuoce alla narrazione e ne inficia i presupposti.
Rimane originale l’utilizzo nella parte di Hen di ben otto galline, senza alcun ausilio di computer grafica, che dona una particolare spontaneità al racconto.
Del resto, come ebbe modo di dire Nicolò Ammaniti: ”La gallina non pensa, sa”.
Le galline insomma sono da Oscar, mentre gli umani sono poco credibili nella loro superficiale crudeltà.
Ma si sa che le galline fanno buon brodo…
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