I PIATTINI
DI VERONESI
"Caducità", tutti i racconti
di uno scrittore
che fa girare il mondo
Una recensione di
ROBERTO ROSCANI
I racconti sono un “formato” difficile e — tutto sommato — poco frequentato. Eppure esistono dei veri maestri. Uno, forse l'unico incontrastato padrone della materia, è stato nel secondo Novecento Raymond Carver. Lui di romanzi non ne ha mai scritti. E quando nel 1987 ho avuto modo di incontrarlo per una intervista disse che sì, una volta ci aveva provato a scriverne uno. Ne era uscita una raccolta di poesie.
Caducità
tutti i racconti
di Sandro Veronesi
La Nave di Teseo
20,90 euro
Sandro Veronesi di racconti ne ha sempre scritti, magari pubblicati sulle riviste, sulle pagine culturali dei giornali, eppure in una produzione letteraria disseminata di romanzi — di grandi romanzi in molti casi — i racconti potevano sembrare un ripiego, un modo per afferrare un tema, un episodio senza magari avere la voglia di svilupparlo e di dargli un corpo più “completo”. Leggendo questo suo Caducità (La Nave di Teseo, 400 pagine, 22 euro), ho avuto l'impressione inversa. I racconti — tutti i suoi racconti, dai lontanissimi primi anni Ottanta ad oggi — sono una trama complessa di storie, personaggi, timbri letterari che ci fanno capire meglio la qualità della sua scrittura, la complessità di materiali con cui costruisce il suo modo di narrare.
Ma cominciamo dal titolo: Caducità è preso da un breve scritto di Sigmund Freud (Vergänglichkeit nell' originale, datato 1915, scritto quindi mentre il mondo andava a fuoco) ripubblicato nel libro di Veronesi, che dà una lettura sorprendentemente ottimistica proprio della transitorietà delle cose del mondo, contrapponendo la sua analisi fatta di termini tecnici come libido o lutto allo sguardo di due compagni di passeggiata che sono il poeta Rilke e (probabilmente) l'amica Lou Andreas Salomé, che al contrario apparivano addolorati per la perdita e la transitorietà del bello.
Freud chiude il suo scritto con queste parole: "Una volta superato il lutto si scoprirà che la nostra alta considerazione dei beni della civiltà non ha sofferto per l’esperienza della loro precarietà. Torneremo a ricostruire tutto ciò che la guerra ha distrutto, forse su un fondamento più solido e duraturo di prima". Non credo che le cose siano andate proprio in questo verso. Eppure Veronesi riconosce in questa intuizione di Freud — connessa al fatto che la perdita libera la libido dagli oggetti cui si era legata, tanto da poter trovare nuovi oggetti da amare — una ispirazione che riemerge carsicamente nei suoi racconti.
Come nelle altre opere, ciò che sorprende di più nella scrittura di Veronesi è la capacità di dare una dimensione letteraria a tutto. Era successo in Colibrì — il romanzo che gli è valso il secondo Premio Strega nel 2020 — con una lista della spesa; succede qui con citazioni sghimbesce (introdurre, narrando l'agonia del padre, il suo doloroso addio, l'immagine di un vecchio film di Stanlio e Ollio sembra quasi un paradosso), con incipit “copiati e incollati” da una canzone dei dEUS, con l'uso di materiale letterario altrui come si fa nelle cover musicali e come di solito non si fa con la narrativa.
Leggere questi racconti — poco più di trenta, alcuni completamente inediti — è un viaggio da fare sfuggendo (ed è Veronesi il primo a farlo) a una ricostruzione cronologica del percorso di uno scrittore, della sua evoluzione. Certo la sua scrittura è cambiata, certi dichiarati “calchi” beckettiani appartengono a una fase della sua vita. Eppure vi scorre dentro una linea di continuità: c'è l'insistere ripetuto di elementi che tornano — la morte della madre e quella del padre avvenuta poco tempo dopo, la passione per il tennis che in uno dei racconti emerge come fosse uno sport oracolare, le citazioni di film e canzoni, il confronto indiretto col fratello che sbuca qua e là.
C'è anche un racconto, Un pesce rosso, uscito nell'estate del 1992 sull'Unità. Doveva far parte di una serie intitolata Le città visibili che mettevano alla prova una nuova generazione di scrittori under-40, chiamati a raccontare la loro città. Sandro Veronesi venne in redazione con il racconto eccentrico di un sabato indolente di un ragazzo appena diciannovenne che vive nella stanza che era stata del fratello, sentendo di non meritarla, di non avere bisogno di spazi perché è privo di sogni. Di Prato (la città di Veronesi) neppure l'ombra, e invece un fuggevole incontro con una ragazza quasi sconosciuta che era stata con suo fratello, finito su un divano in un mezzo sesso imbarazzante. Credo che Veronesi l'avesse portato per vedere che effetto ci faceva, pensando magari che non sarebbe uscito tanto era fuori tema. Ci piacque molto e si prese una pagina intera.
Se dovessi condensare questo Caducità in un solo racconto, lo vedrei in uno dei primi: L'uomo dei piattini, una storia di circo, la vita di un acrobata promettente, capace di superare per coraggio e abilità i propri familiari, che sceglie di fare un altro lavoro: appunto il far girare su lunghe aste dei fragili piattini di ceramica, dando sempre l'impressione che stiano per cadere e riuscendo a riavviare il moto che li tiene in equilibrio. La domanda è: perché lo fa? La risposta è: “Se casca un piatto casca il mondo”. La sua spiegazione abbraccia tutto — il sollievo che i genitori provano occupandosi dei figli, il soffio di speranza che permette di ascoltare la musica, di andare al ristorante, di dormire la notte: tutto regge finché i suoi quattro piattini continuano a girare senza cadere mai.
Ecco, il raccontare di Sandro Veronesi fa girare i piattini.
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