CARCERI
SE SEI DONNA
RADDOPPIO DI PENA

Una recensione di
PAOLA RIZZI

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Le donne sono “più buone” degli uomini, delinquono meno, molto meno; ma a quelle pochissime che delinquono tocca subire l’onta di aver tradito un pregiudizio positivo: come, proprio tu, donna e madre, ti sei data al crimine? Vergogna. Una volta in carcere, si aggiunge la condizione di essere minoranza in un sistema che non ti prevede, tarato sugli uomini e che ti vive come un fastidio, un intralcio all’ingranaggio dell’istituzione penitenziaria a misura di maschio. Alla fine, il sistema ti esclude e preclude traiettorie di riscatto in misura sproporzionata rispetto a quanto accade agli “ospiti” uomini.

È in questa oscillazione continua tra stereotipo, stigma, vittimizzazione secondaria, isolamento e malessere che si dipana la “doppia condanna delle donne in carcere”, sottotitolo del libro "La pena oltre la pena" di Susanna Ripamonti e Roberta Ghidelli, a cura di Giacomo Ghidelli. In Italia le carceri integralmente femminili, pensate solo per le donne, sono solo tre, per il resto ci sono 46 reparti femminili in altrettante carceri, i più grandi a Rebibbia e Bollate. Ripamonti da quasi vent'anni è direttrice del mensile del carcere di Bollate 'carteBollate', ed è soprattutto da quella realtà che il volume raccoglie dati, esperienze e racconti.


La pena oltre la pena -
la doppia condanna delle donne in carcere

di Susanna Ripamonti
e Roberta Ghidelli
a cura di Giacomo Ghidelli


Libraccio editore
10 euro

Bollate, com’è noto, è la “galera modello”, nata dalla volontà visionaria di Luigi Pagano, intervistato in appendice, che tra le molte cose che ha fatto — direttore a Pianosa, Nuoro, Asinara, San Vittore, provveditore e poi dirigente del Dap — nel 2000 si è inventato in quella periferia milanese un carcere che cercasse di applicare alla lettera quanto previsto da leggi ottime, ma spesso rimaste solo sulla carta. Quindi una prigione un po’ meno prigione, con le celle aperte, la possibilità di muoversi nei reparti, una vigilanza meno oppressiva, la responsabilizzazione dei detenuti e una pluralità di servizi e percorsi educativi e lavorativi capaci di innescare un circolo virtuoso per la riabilitazione del reo così come dice la Costituzione. Non a caso, se a livello generale la recidiva dei detenuti italiani è in media del 70%, per quelli che escono da Bollate è del 17%.

Eppure, quel modello non vale per tutti. Come lo stesso Pagano riconosce, nemmeno Bollate è un carcere pensato per le esigenze delle donne, che sono entrate in un secondo momento: nel 2008 erano 50, oggi sono 178 su circa 1600 detenuti, e vivono condizioni di sovraffollamento impensabili, anche con sei recluse in una sola cella. Le opportunità di corsi, i momenti di formazione e quelli ludici sono inferiori rispetto al reparto maschile per ragioni di spazio, mancanza di operatori e inefficienze del sistema. Oltretutto Bollate non è più quell’isola felice: come tutti i penitenziari, è minacciato dalla moltiplicazione dei reati previsti dai decreti sicurezza e dalla chiusura di alcune case di reclusione, come il femminile di Vigevano, che ha improvvisamente riversato sull’istituto milanese gruppi di detenute non abituate al carcere aperto. Risultato: ora al femminile le porte sono state chiuse, come avviene negli altri penitenziari. Quindi “l’eccezione” Bollate, alla fine, vale solo per un genere.

Le autrici, attraverso le voci delle detenute che partecipano alla redazione di 'carteBollate' (al mensile saranno interamente devoluti gl introiti del libro), mettono poi l’accento anche su altre forme di discriminazione. In Italia le donne rappresentano il 4% della popolazione carceraria, un dato costante, per lo più per reati contro il patrimonio, ma spesso su di loro grava un’attenzione mediatica morbosa. "Secondo me c’è un processo alla morale", dice Elena, una detenuta intervistata. "Quando è la donna a delinquere c’è una severità maggiore anche da parte dell’opinione pubblica".

(Bollate)

Se poi per tutti il carcere è innanzitutto esercizio di potere sui corpi, nel caso delle donne le conseguenze sono più feroci. Il primo capitolo si intitola 'Il corpo dimenticato' e inizia con un flash: l’arrivo di Roberta, che per quindici anni è stata reclusa ad Opera senza mai essersi potuta guardare in uno specchio. Perché gli specchi, a meno che non siano piccolissimi e di plastica, sono vietati. A Bollate, però, c’è una postazione da parrucchiere con un grande specchio, l’unico, ed è lì che Roberta può vedersi per la prima volta dopo tre lustri. Per Ripamonti lo specchio vietato è il simbolo del corpo recluso "da dimenticare". Con l’ennesimo paradosso per cui, se il corpo delle donne è sottoposto alla pressione della cultura e dell’immaginario patriarcale "fuori", la sua cancellazione "dentro" costituisce un surplus di pena.

Il tema della pena in più non prevista dalla sentenza di condanna è sottotraccia in tutto il libro: come la privazione della sessualità, che non è scritta nel codice penale ma è una pena aggiuntiva, superata solo da pochissimo dalla realizzazione di stanze apposite fruibili però solo dalle coppie regolarmente sposate o unite civilmente. Un’afflizione che scardina anche codici e convenzioni: nei reparti femminili le relazioni omosessuali sono più frequenti e meno nascoste rispetto ai reparti maschili.

Ci sono altre restrizioni che pesano di più: la separazione dai figli, soprattutto in contesti, anche criminali, in cui la donna è ancora inquadrata nel ruolo di moglie-madre. Toglierle la funzione di cura significa negarle l’identità alla radice. Rivelatore che alcune recluse chiedano di poter stirare in cella i panni dei famigliari. Si stima che circa il 70% delle detenute sia madre, nel 50% dei casi di minori. La maternità mutilata è una delle principali ragioni del malessere femminile: sei ore di colloqui al mese non bastano. Bollate è anche uno dei pochi istituti che ha spazi adeguati per l’incontro con i bambini e i familiari, ma ci sono anche detenute che preferiscono non far venire i figli in galera.

Se grazie alla realizzazione degli ICAM (Istituti a custodia attenuata per le madri) il fenomeno dei bambini in prigione è diminuito (sono tre attualmente a Bollate), è prevedibile un’inversione di tendenza alla luce della stretta securitaria e cattivista inserita nell’ultimo decreto sicurezza, che ha cancellato l’obbligo del rinvio dell’esecuzione della pena per le donne incinte o con figli sotto l’anno di età. L’argomento "madre" è poi usato dall’istituzione anche in chiave paternalistica: "Fatelo per i vostri figli, avete già commesso un errore nei loro confronti, non potete sbagliare di nuovo". Come dice una detenuta, esercitare il proprio ruolo materno è praticamente impossibile, ma l'istituzione fa leva proprio su quello.

Un capitolo è dedicato anche al genere negato: quello delle persone transgender che il sistema non sa dove collocare. Il risultato è che Angelo — a tutti gli effetti maschio sia nell’aspetto che per l’anagrafe, ma non per l'intervento demolitivo dei genitali che per l’istituzione penale pare inderogabile — deve convivere con le detenute del reparto femminile.

(Bollate)

Il filo rosso che attraversa la voce delle donne recluse è "l’amarezza e l’inutilità di quella afflittività aggiuntiva regalata a piene mani agli e alle ospiti dell’istituzione e non prevista da alcuna sentenza di condanna", come scrive Lucia Castellano, per molti anni alla direzione di Bollate, nella prefazione. Alla fine, d’accordo con le autrici, la conclusione è che "rifiutare il carcere è un segno di salute mentale e non di insubordinazione".




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