I MAGNIFICI QUATTRO
REPUBBLICA
E LO SPORT
Brera, Clerici, Minà e Mura
così Smorto racconta
quei maestri in redazione
Una recensione di
GIANNI CERASUOLO
Una bevanda che zampillava da un’ampolla piena di fiori immersi in un tè nero è stata servita alla tavola di chef stellati e diplomatici a Milano. Era l’incipit di un articolo letto su un magazine nei giorni scorsi, che voleva spiegare come la rinuncia al vino (anche nelle cene gourmet) sia ormai un segno dei tempi, il segnale dell’avanzata dei dealcolati. E il pensiero è corso a Gianni Mura, che al vino mi ha introdotto a modo suo parlandomi del Biancolella di Ischia e del Pere ’e palumme dei Campi Flegrei. Ma anche sentendolo chiacchierare di questa o quella bottiglia con altri, oppure vedendolo rassegnarsi al rosso che il padrone dell’Abruzzese versava nei bicchieri nella trattoria davanti a Repubblica in via dei Mille a Roma. Chef stellati e cene gourmet, ma anche dealcolati, avrebbero preso 1 nei "Sette giorni di cattivi pensieri" di Gianni Mura, appunto. Mezzo voto in più di Papa Wojtyla, che si beccò uno 0,5 quando parlò delle donne bosniache stuprate alle quali il pontefice polacco chiese "di trasformare l’atto di violenza" che avevano subito "in atto d’amore e accoglienza".
I quattro Gianni
Brera, Clerici, Minà, Mura
e lo sport di Repubblica
di Giuseppe Smorto
Minerva edizioni
18 euro
Confesso che ho provato della buona invidia, vale a dire ammirazione, per Peppe (Giuseppe) Smorto leggendo questo suo libro: “I 4 Gianni. Brera, Clerici, Minà, Mura e lo sport di Repubblica”, 228 pagine, edito da Minerva, costo 18 euro. Forse anche della gelosia per il suo rapporto privilegiato verso alcuni dei quattro, Minà e Mura in particolare. Una relazione che io non sono riuscito a costruire per la mia timidezza, il mio carattere introverso. In quella nazionale del giornalismo sportivo, come Peppe chiama i suoi scrittori e la redazione – che diresse a lungo dopo Mario Sconcerti, al quale il libro è dedicato - mi sentivo più un Gattuso che un Oriali, un faticatore un po’ arrabbiato più che uno generoso che recupera palloni.
Smorto ha ammirato le pareti nella casa di Minà dove c’erano foto che nessuno ha mai visto per la riservatezza del giornalista, istantanee con Muhammad Alì o il presidente Lula. Era a cena con lui e con i suoi ospiti, scrittori, gente dello spettacolo, giornalisti. Ha cercato di non spezzare quel legame tra Minà e Repubblica quando la direzione non gradiva più i suoi articoli, non apprezzava le considerazioni politiche e umane di Gianni su Cuba. Con lui ha diretto per due anni 'Tuttosport' cercando di dargli una impostazione diversa. Smorto ha viaggiato con Mura, insieme hanno lanciato tante belle iniziative, ha messo mano alle migliaia di scritti e di lettere di chi lo leggeva, ai libri lasciati da questo altro Gianni nella sua casa milanese (e che ora sono entrati nella Biblioteca dello Sport a lui intitolata in via Confalonieri 3, al quartiere Isola, inaugurata da pochi giorni). Di Mura non si butta via niente, come ebbe a dire Sconcerti, è come il maiale, il suo adorato maiale.
Un rapporto, quello di Peppe, che è andato ben oltre il giornale. Una intesa fatta di fratellanza e complicità. Minà e Mura due giornalisti alfa, come Brera e Clerici, personaggi difficili quanto divertenti da gestire. Perché poi andavano per i loro sentieri, un quadro piuttosto che un verso, Clerici; una provocazione o un neologismo, Brera. Non erano fatti per essere corti nei loro articoli né compiacenti verso le tifoserie. Al contrario di quello che succede oggi, un’epoca di buonismo mieloso da un lato e di una ferocia irragionevole dall’altro. I media da un lato, i social dall’altro. Spesso si assiste a una contraffazione della realtà con le tv che non ci fanno vedere o sentire nulla, a cominciare dagli striscioni e dai cori razzisti. È tutto un mettersi le mani davanti alla bocca anche per dire ciao, come stai. I Sette giorni non troverebbero spazio da nessuna parte.
Lo sport di Repubblica nacque per caso. L’aneddoto è noto: Scalfari che rimane solo in un salotto romano e si chiede che cavolo stia succedendo, di là c’è Martellini che fa la telecronaca di una partita dell’Italia ai Mondiali di Argentina, 1978. Così nel quotidiano di Piazza Indipendenza, nato due anni prima senza pagine sportive, lo sport entra a piccoli passi, a stento e non senza contrasti. Lo sport è l’ultimo vagone del treno Repubblica. E quando in una riunione mattutina del giornale chiedono a Sconcerti che servizi e articoli preveda per quel giorno, lui risponde sarcastico: "Visto lo spazio che mi date, il mio programma è: due didascalie". Seguono una campagna acquisti sontuosa, Brera, Clerici, più tardi Mario Fossati (ma anche Carlo Marincovich, Corrado Sannucci e molto prima Emanuela Audisio). Poi vengono il Mundial di Spagna, Oliviero Beha che contesta Brera, "immobile come un reliquario", il caso Camerun che lacera la redazione, il Mundialito e Berlusconi, la crescita e l’affermazione di Repubblica non solo nei numeri. E fa rabbia e tristezza vederla ora comprata e venduta dagli eredi Agnelli.
Accanto ai record, ai gol e ai personaggi in quelle pagine c’era una specie di manifesto non scritto, che Smorto produsse, firmato da titolari e panchinari di quella redazione, che può riassumersi così: lo sport come mezzo e luogo di integrazione, lo sport pulito senza gli intrugli del doping, lo sport come luogo di incontro di culture e lingue diverse, lo sport contro le mafie. Certo, detto così sa un po’ di retorica. Ma tra gli scazzi e gli affanni quotidiani e però anche un po’ di allegria e zingarate, ad un certo punto vedevi arrivare gente che si era schierata e che aveva fatto la storia: tipo Tommie Smith e Lee Evans, la protesta nera di Città del Messico. Tommie Smith venne portato come testimonial in una manifestazione, una marea di gente che protestava per l’assassinio di Jerry Essan Masslo, sudafricano, difensore dei braccianti sfruttati nelle campagne del Casertano.
Poi c’erano le visite speciali di Julio Velasco ed Eduardo Galeano, i meeting con Mennea per ricordare Vito Schifani, ucciso dai mafiosi a Capaci, la partita tra giornalisti e la nazionale della Palestina e poi quella di ebrei e arabi contro la Salernitana. Altri tempi d’accordo, due paroline che sono diventate come l’amen di una preghiera. Con gli articoli da scrivere e i menabò da disegnare, si faceva anche questo. Presuntuosi, quelli di Repubblica. E certo qualcuno la puzza sotto il naso la deve aver avuta. Ma Maurizio Crosetti venne espulso dalla Juve perché aveva denunciato certi legami pericolosi con gli ultrà. Licia Granello mandò affanculo Platini dopo la strage dell’Heysel.
Si fa fatica a immaginare i 4 Gianni nei media di oggi. Mura mal si adattava al portatile, figuriamoci all’AI. I new media per lui erano ultracorpi: "Sono il pastore errante per l’Asia che vede passare il jet in cielo, e lui sta lì con le sue pecore". Le redazioni non sono più come l’atrio di una stazione con la gente che entrava e usciva, l’Intelligenza Artificiale livella ogni cosa, i racconti dal Tour con i girasoli e l’Armagnac verrebbero bocciati dal web-analyst. Non importa, noi andremo a bere qualcosa, magari in un bar d’estate con il pergolato dietro.
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