CAPIRE
IL PADRE
Storia di Ilario Tabarri
dalla Spagna al Pci
Una recensione di
MARCELLA CIARNELLI
Fogli di carta conservati in un baule. Per preservarli, non per nasconderli. Note di vita vissuta messe al sicuro, e per molto tempo credute perse. Un lascito di fogli ingialliti, poche righe a volte interrotte, notazioni minime ma comunque tali da arricchire la ricostruzione della vita di un combattente e comandante partigiano, Ilario Tabarri. Ce le offre "La figlia di Ilario - dal baule di un combattente" (di Bruna Tabarri, editrice 'Il Ponte Vecchio', 132 pagine, 15 euro).
Garibaldino in Spagna (il governo spagnolo ha concesso di recente la cittadinanza agli eredi di quegli eroi), antifascista, confinato politico a Ventotene per cinque anni con Sandro Pertini, Pietro Secchia, Camilla Ravera, partigiano combattente col nome di Pietro Mauri, Tabarri fu un dirigente politico nel Pci e un sindacalista della Cgil. Morì a 53 anni, troppo presto per compiere appieno l’impegno politico e sociale cui aveva destinato la sua vita e senza aver potuto raccontare lui, in prima persona, gli avventurosi, entusiasmanti, sofferti anni di una militanza vissuta in modo totale. Completa, senza dubbi. Senza esitazioni. Avendo come strada maestra l’imperativo ad approfondire sempre, l’eredità fondamentale tramandata ai figli: lo studio, l’impegno, il lavoro.
La figlia di Ilario
(dal baule di un combattente)
di Bruna Tabarri
Il Ponte Vecchio editore
15 euro
Il compito di ripercorrere la vita troppo breve (ma così importante per chi lo ha conosciuto, gli ha voluto bene, ha lottato con lui nel percorso di una esistenza andata di pari passo con la storia del nostro paese in un periodo difficile ma fondamentale) del comandante Pietro se lo è assunto la figlia Bruna, la “cara Brunella…” cui arrivavano impreviste ma gradite e desiderate le rare lettere di un padre dal carattere apparentemente duro, armato di una corazza invisibile, destinato a stare lontano da lei per l’impegno politico ma anche per la separazione dalla moglie Olga nel 1956, dopo pochi anni di matrimonio. "Olghina", che pure fu una figura di donna amorosa e concreta, attenta ai bisogni di tutti, della figlia, della nonna Emilia, del nuovo compagno Gualdi, dei parenti e dei compagni, ma anche una coraggiosa staffetta partigiana capace di arricchire la quotidianità con straordinarie prove di coraggio e di impegno per gli altri.
"Mi arrovello" - scrive Bruna, che non si capacita di come Ilario "non abbia lasciato dietro di sé alcuna traccia della sua vita, nessuna annotazione, nemmeno un appunto". La promessa di scrivere della sua vita che le aveva fatto tanti anni prima in una piazza di Brescia abbracciandola, cosa davvero inusuale, la figlia per molto tempo l’ha considerata tradita, e non solo a causa della morte prematura. Ma ecco che Sergio, fratello più giovane di sedici anni, "traslocando dalla casa dove aveva vissuto con sua madre Bianca trova un baule pieno di carte in cui potrò immergermi per conoscere meglio l’uomo col basco, per conoscere le motivazioni di scelte coraggiose e difficili ma anche personali. Il rovello di tanti anni può trovare risposte e quindi serenità. Nel baule ci sono pile di fogli ingialliti, numerose cartelle tenute insieme da elastici usurati dal tempo, inerti. Ci sono documenti personali, lettere, giornali, cartine, una miriade di fogli scritti a macchina". E poi, sul fondo, i quaderni con gli appunti che sarebbero serviti per scrivere le memorie, quelle promesse alla figlia.
Il libro di Bruna Tabarri accompagna il lettore in una ricostruzione di vite private dentro lo scorrere della storia con la S maiuscola, gli anni di un’epoca difficile ma eroica. 'La figlia di Ilario', spiega l’autrice nella dedica iniziale, è un racconto che nasce dall’esigenza di una figlia e non di una storica, "che non è la mia vocazione", dato che a scriverlo è una biologa laureata a Bologna con Giorgio Prodi, che ha sempre lavorato in ospedale prima a Ravenna e poi a Cesena, e poi, una volta pensionata, impegnata nell’ Anpi e nel volontariato; porta così a termine l’impegno che il padre si era prefisso e cioè raccontare la sua vita e quella degli altri sul finire di una esistenza avventurosa e impegnata che sperava più lunga.
A Ilario Bruna scrive avviandosi alla stesura del libro: "Caro babbo, ti ho cancellato a lungo, anzi no, ti ho solo messo in disparte. Sono stata arrabbiata con te per non avermi dato le risposte che cercavo quando sei stato in vita e ora sto provando a rintracciare le tue radici. Con queste, le mie. Caro babbo, purtroppo vecchio non lo sei diventato. Te ne sei andato troppo presto lasciando senza risposte le mie domande. Mi sono arrovellata, ti ho cercato in tutte le foto in cui mi sono imbattuta, ho interrogato ogni singola immagine dei luoghi dove hai portato avanti le tue incredibili battaglie. E oggi mentre scrivo finalmente sono a un passo dal comprendere chi sei stato. Di conseguenza chi sono io, tua figlia". Una volta finito il libro, anche il lettore lo capirà.
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