Un Mago
in Purgatorio
Napolimondo
vite senza biografia
Una recensione di
GIGI SPINA
In una delle commedie più esilaranti e amare di Eduardo de Filippo, 'Ditegli sempre di sì' (1927), Michele (Eduardo), dopo anni di manicomio, torna a casa apparentemente guarito. Durante una cena fra amici, un poeta ermetico (Antonio Casagrande) recita una poesia cimiteriale per attirare l’attenzione della ragazza di cui è innamorato. Michele ascolta un po’ perplesso, perché, da ‘sano’, non riesce più ad accettare le ambiguità della comunicazione, vorrebbe che tutto fosse chiaro - locutore, discorso, destinatario -; che non ci fossero metafore o allusioni intricate. Per cui, quando il giovane poeta recita: 'Chi è, chi vedo?', Michele lo ferma e chiede deciso: 'Ma chi è che dice chi è chi vedo?' E alla risposta: 'il poeta', Michele incalza: 'Ma allora il poeta sta anche lui nel cimitero?'.
Le vie del Mago
Guida sentimentale al Purgatorio
di Paolo Birolini
CartaCanta edizioni
12 euro
Ecco, leggendo il libro di Paolo Birolini 'Le vie del Mago' ho tentato per un momento di dimenticare che sono amico di Paolo, che conosco bene le sue poesie e i suoi post notturni su facebook, che condivido con lui il distacco da Napoli, in tempi diversi: lui da una Napoli periferica ma pur sempre Napoli; io da una Napoli fin troppo centrale, Napoli anch’essa. Perché faccio questa premessa? Dal momento che questa non è una recensione – non sono un critico letterario ma un filologo, interpreto testi – ed è solo la lettura personale di chi vuole invitare a leggere il libro, dico subito, per presentarlo, che il libro nasce dalla rivisitazione (vedremo in quali modi) di un luogo ben preciso, anche se diluita nel tempo.
Mi sono chiesto, dunque, come mettere in guardia un lettore, non solo non napoletano, dal non scambiare neanche per un momento la guida al Purgatorio – questo il nome incredibile del Quartiere – per una guida, ma di leggerla subito come una ‘magica’ biografia costruita attraverso l’operazione multimediale e sinestetica di uno scrittore-poeta che ha sentito il bisogno di condividere su pagine stampate sentimenti e ricordi, visioni, passioni, evocazioni. Mi sono immaginato Paolo seduto su una sedia girevole, dinanzi a una specie di consolle multitecnologica, intento a premere bottoni collegati a video, audio, suoni, odori, rumori, ologrammi, tutti collegati a ricordi filtrati attraverso la lente di un io oscillante, non convinto.
Mi spiego meglio citando qualche passaggio. Cominciamo dall’io narrante, che dichiara preliminarmente lo scritto “costruito su elementi della mia biografia, ma non sono io. O meglio sono io trasfigurato, come tutti gli altri personaggi di queste pagine”. Il topos della nota in premessa è presente esemplarmente in un romanzo di Jonathan Safran Foer, 'Eccomi' (2016): si tratta di una serie TV che comincia con l’inizio della scrittura della serie: “Se un giorno l’avesse condivisa e gli fosse stato chiesto in quale misura era autobiografica, avrebbe detto: ‘Non è la mia vita, ma sono io’. E se qualcuno gli avesse chiesto quanto fosse autobiografica la sua vita, avrebbe detto: ‘è la mia vita, ma non sono io’ “.
Una tensione che attraversa tutto lo scritto di Birolini: in questo senso un io oscillante, non convinto mai definitivamente della direzione. Perché in principio (p. 15) era un incrocio. Non un bivio, come per Eracle, o per Robert Frost (La strada non presa). Un incrocio è come nel finale di Cast Away (R. Zemeckis, 2000), quando Chuck Noland (Tom Hanks), dopo aver perso definitivamente l’amore della sua vita, ha di fronte quattro possibilità e sceglie seguendo una nuova pulsione. E poi il contesto. Il Quartiere non esiste senza la Città, il contraltare, Inferno più che Paradiso, discesa più che ascesa (non so se è vero il contrario). La città è, nell’aggettivazione di Birolini: “inguaribile, verminosa, dilagante, grande, infinita, lacerata, disturbante, insostenibile (delle città in generale)”.
In questo continuo impatto fra io narrante e contesto si snoda un flusso di ricordi che ha il ritmo e, qualche volta, cadenze da Paolo Conte: sintagmi, endiadi, accumulazioni, elenchi, metafore, che la mano del mago scrittore, manovrando sulla consolle, mette continuamente in moto, lasciando il lettore frastornato, o forse chiedendogli di seguire l’istinto, l’evocazione, per ritrovare i personali ricordi, indipendenti dal contesto preciso. Solo in pochi passaggi, gli Entracte (pp. 36-39; 62-64; 86-88) e in poche altre pagine, compaiono individui precisi, nominati, e allora la narrazione diventa frammenti di romanzo, storia di individui.
Ma Birolini non vuole parlare di individui (p. 96), se non per via di metafora, di simbolo. Vuole parlare di luoghi, forse perché sono i luoghi che diventano elastici nel ricordo, perché sono i luoghi che si affollano di spazi e tempi continuamente rinnovabili, indefiniti come gli appuntamenti napoletani, che si danno in un luogo (pressappoco) e non a un’ora precisa.
Ma c’è qualcosa di più in questo scritto, e chi conosce Birolini può notarlo meglio, anche se viene esplicitamente tematizzato nel finale (“Come fate a costruire un racconto in questo limbo?”, p. 96, e non solo in quella pagina). Mentre racconta, Birolini scrive spesso che poi racconterà, che ne parlerà in un altro momento, come se quell’io oscillante, non convinto, fosse alla ricerca di un modo definitivo di raccontare. E questo mi ha ricordato la mia passione per l’ucronia e un’osservazione che feci a proposito di un bel romanzo ucronico (o fantascientifico, come alcuni preferiscono) di Stephen King, “22/11/63” (2011): che in realtà il vero nucleo di quel romanzo erano le domande che si pone uno scrittore che voglia scrivere un romanzo ucronico, le difficoltà che deve affrontare per far quadrare la narrazione.
Ecco, io credo (mi sbaglierò) che il tema nascosto di questo libro di Birolini sia come si fa a passare dalla poesia alla prosa narrativa, come si fa a raccontare di un luogo, di ricordi personali e di storie di individui, mescolando prosa e poesia, come si trova uno stile che contempli la brevità dei post e la simbologia evocativa ed enumerativa dei versi in un fluire più disteso della prosa. In una frase, come si fa a poter dirsi, alla fine di ogni scrittura, di ogni letteraria espiazione: questa storia è la mia vita, e sono io.
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