RETORICA
QUOTIDIANA
ONORE
ALLA PAROLA
Quattro operazioni
che muovono le idee
Una recensione di
ROBERTO ROSCANI
Non so se vi è capitato di recente di ascoltare un discorso di Obama. Beh, alle nostre orecchie abituate al linguaggio della politica italiana c'è da restare stupiti: una costruzione complessa e insieme perfettamente comprensibile, l'uso di un linguaggio che si fa capire ma insieme non appare banale, le citazioni e i personaggi che sono spesso chiamati in causa sono coerenti col ragionamento e appartengono alla coscienza condivisa al senso comune di quella cultura.
Obama non è un'eccezione nel modo di esprimersi della politica statunitense (semmai lo è Trump, che somiglia fin troppo ad una parodia della peggiore politica italiana) ma è l'interprete di una grande scuola. Nelle università americane (ma persino nelle high school) tra gli insegnamenti ci sono quelli della retorica, ci sono gli esercizi oratori, i confronti pubblici tra studenti chiamati a sostenere tesi diverse in modo che possano colpire e convincere.
Retorica quotidiana
Quattro modi per muovere le idee
di Gigi Spina
Damiani editore
15,90 euro
Ecco, questo è ciò che possiamo chiamare una buona retorica. È curioso che un filologo e un docente di spessore come Gigi Spina (già ordinario di filologia classica alla Federico II di Napoli, studioso dell'Atene democratica) debba partire nel suo nuovo libro, "Retorica quotidiana. Quattro modi per muovere le idee" uscito da poco per Enrico Damiani Editore, da una difesa della parola retorica che alle orecchie del pubblico italiano appare come negativa. Tutti quei modi di precisare "lo dico senza retorica"... usati spesso a sproposito (anche da chi dovrebbe comprendere il significato di questa parola) segnalano una usura, un capovolgimento addirittura. La retorica si è trasformata nel discorso pubblico da arte dell'esprimersi e del farsi comprendere ad arte della mistificazione, delle parole "biforcute".
Gigi Spina cerca invece di ristabilire l'onore di questa parola (e di questa disciplina) facendo comprendere con mille esempi (presi dai discorsi dei politici come dalle espressioni colte in mezzo alla strada) quanto della retorica ci sarebbe bisogno. Perché la verità è che - senza darlo a vedere e magari con pochissima cognizione - ancora oggi la retorica, quella cattiva, modifica il nostro discorso.
Volete un esempio? Prendete queste righe di una scrittrice (ed educatrice) come Paola Mastrocola e guardate l'esame che ne fa Spina: "I ragazzi sempre più spesso sono disperati, vanno profondamente in crisi... Certo! Li stiamo allevando evitando loro la minima frustrazione, il minimo ostacolo. Chiediamo loro cosa vogliono, siamo al loro servizio. Spianiamo loro la strada. È ovvio che appena prendono un 4 in prima liceo si sentono disperati. Noi alla loro età eravamo capaci di sopportare brutti voti o anche delle umiliazioni in classe, una brutta figura".
Fin qui Mastrocola, e ecco il commento che ne fa Spina: "I primi plurali verbali sembrano coinvolgere l’intera collettività nazionale in azioni criticabili, che sostanzialmente viziano le nuove generazioni. Una constatazione narrativa, quasi una ripresa in tempo reale ('li stiamo') che mi ha fatto pensare alla scelta del piano sequenza nella recente miniserie inglese 'Adolescence', dedicata proprio alla crescita delle nuove generazioni. Per Mastrocola, dunque, tutto avviene sotto i nostri occhi e ne siamo noi gli attori (e attrici). Ma poi interviene un noi rievocativo, generazionale, che rivendica una diversità comparativa ('alla loro età'), una diversa capacità di rifiutare la protezione genitoriale e magari dello stesso corpo docente, per affrontare il peso degli errori e delle sconfitte. A questo punto verrebbe da chiedersi: ma si tratta dello stesso noi?"
Ecco, vedete come un discorso può allineare in apparente coerenza un "noi" associativo a cui far seguire il noi pseudoassociativo. Quante volte abbiamo sentito nel discorso pubblico comparire questo tipo di "noi"? "Tipicamente: noi - illustra Spina - dobbiamo vergognarci/voi dovete vergognarvi, ma elaborato in forme sempre più colpevolizzanti, a diverso grado di raffinata brutalità. Benché in apparenza radicalmente diverse, queste forme si assomigliano, sia perché – nonostante si usi la prima persona – non implicano affatto un’autocritica e pongono chi parla nella posizione dell’Arringatore, sia perché sono comunque entrambe rivolte a un "noi" – che noi lettori ne siamo consapevoli o no – rappresentato dall’Occidente, o dall’Italia, o dal Veneto, o dai Romani, insomma da un insieme di persone che ci è vicino e dal quale è impossibile emergere come singolo individuo. Ne fai parte e il tuo rivendicare di non farne parte, oltre che scorretto (sei un'occidentale, una donna, un’italiana ecc., no?), è sospetto come una negazione freudiana". Non so se voluto, ma questa frase del libro mi ha fatto venire in mente forse la più celebre "autodefinizione" - questa sì ultra retorica - di Giorgia Meloni donna, cristiana ecc...
Il libro non serve solo a far comprendere quanto conti la retorica, sia in chi si esprime sia in chi deve avere capacità di comprendere e - se serve - decrittare o addirittura smascherare quello che viene detto. "Cosa c’è di più quotidiano del linguaggio e della voglia di comunicare, di portare dalla nostra parte, di proporre, e quanti altri atti di parola e relativi scopi si potrebbero aggiungere?" Il mondo della retorica è complesso, fatto di molte sfumature, eppure gli antichi greci e poi i romani avevano indicato i quattro movimenti del linguaggio fondamentale: aggiungere, sottrarre, cambiare di posto e sostituire che, interagendo con la ”triade” aristotelica (oratore, discorso, uditorio), evocano una serie di esperienze antiche e contemporanee per aiutarci a perfezionare la nostra, efficace, retorica quotidiana.
Questa "Retorica quotidiana" è un libro che non dovrebbe leggere solo chi ha un ruolo pubblico; dovrebbe far parte di quel bagaglio direi quasi scolastico di chi vuole capire e partecipare. Perché ha ragione nella sua introduzione il grande grecista francese Laurent Pernot a scrivere: "Nella vita reale, nulla è immutabile. La comunicazione è imperfetta. Non si contempla, ma si lotta, ci si sforza e si cerca di interagire. Bisogna muoversi: 'Muovere le idee', muovere le situazioni, muovere le persone, muovere sé stessi. Questa è l’avventura a cui ci invita Gigi Spina. È l’avventura della retorica, un concetto molto antico e sempre attuale.”
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