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FELICITÀ:
UNA VITA
SENZA SCONTI

di ANDREA ALOI

 

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Per il suo esordio registico Micaela Ramazzotti si è ritagliato un personaggio femminile su misura, dentro e fuori i margini della vita, teneramente disfunzionale, una summa, perfino facile, delle sue precedenti caratterizzazioni nei lavori diretti dal marito Paolo Virzì. La Desirè di “Felicità” - mai titolo fu più antifrastico - è una quarantenne irrisolta che vive d’istinto, burinotta romana, sensuale, dislessica ma non fatua, di gran cuore. Manipolabile, tradita dagli uomini, nuotando contro la corrente di una vita senza sconti, a partire dagli orrendi genitori Max (Max Tortora) e Floriana (Anna Galiena), si è conquistata un posticino nel Circo Cinema. Fa la vice parrucchiera precaria sui set e subito la vediamo molestata in una roulotte da un attore che la invita a verificare con mano la serietà delle sue intenzioni scopatorie e lei tocca lo strumento, ammettendo: “Però, complimenti”.



Desirè è così, sulle nuvole e zavorrata dai problemi familiari, ama il fratello minore Claudio (Matteo Olivetti), afflitto da disturbo bipolare e soprattutto spiritualmente demolito da una madre possessiva e da un padre senza la minima idea di cosa significhi esserlo davvero. Proprio per aiutare Claudio, ricattata moralmente da Max, comico fallito ridotto a mesti siparietti su una tv locale, e da Floriana, madre stolida col cervello di un tacchino, Desirè accetta di garantire con tanto d’incauta firma per un prestito che serve a pagare Mercedes nera e licenza Ncc, così il fratello lavorerà e la smetterà con gli psicofarmaci che lo velano al mondo. I genitori - li vediamo tutti contenti per il prestito mentre mimano una famigliola felice riunita nel tinello di casa a Ostia per la sottoscrizione del prestito - non solo rappresentano, come due Frankenstein, un mostruoso puzzle di rancore, vittimismo e ignorante supponenza, sono pure avidi e colpevolizzanti, arrivano ad accusare ingiustamente Desirè di ingratitudine e menefreghismo. Campioni nell’instillare il veleno della disistima, da nocivi perdenti senza speranza si riveleranno pure razzisti: ossignùr, quasi peggio di Olindo e Rosa!



Claudio fallisce come autista e cade in depressione, tenta il suicidio e viene salvato per un pelo dalla sorella. Ricoverato in reparto psichiatrico, viene dimesso ancora male in arnese e il ritorno a casa lo consegna alle “cure” di mammina: pastiglie e punture calmanti, perché “così adesso guarisci”, Max da parte sua non si capacita: “Io ho fatto un figlio sano, non un incapace che ha provato tanti lavori e non ha combinato niente”. Desirè capisce, deve strapparlo da lì e gli paga coi risparmi di una vita la clinica privata. La prima notte dormono vicini, sono due bambini indifesi gettati nel mondo e una seduta familiare con la psicologa della clinica metterà a nudo qualche drammatica rimozione. A metterci il buon peso delle sfighe, Desirè ha un fidanzato narcisetto, Bruno è professore all’università e sembra voglia aiutarla a ribellarsi contro i genitori-vampiri, la ama e un po’ la disprezza, si vergogna di lei. Si rivelerà un bieco figuro. All’orizzonte di Claudio spunta invece uno sbaffo rosa dopo l’incontro in clinica con una giovane anoressica (Beatrice Vendramin, una presenza che si impone). E sipario.



Ramazzotti, pure in sceneggiatura con Isabella Cecchi e Alessandra Guidi, all’inizio carica un po’ troppo di vezzi la sua Desirè poi trova una certa “dismisura”, ma un rischio di andare oltre nei toni alti o cupi lo corrono anche il tormentassimo Claudio del bravo Matteo Olivetti (lo ricordiamo all’esordio con “La terra dell’abbastanza”, primo, robusto film dei fratelli D’Innocenzo) e i genitori di Max Tortora e Anna Galiena caricati a mille, contorni calcati: due antologici villain ai confini della surrealtà. A Tortora toccano in commedia le scene in cui balena il grottesco, all’apice quando il regista Giovanni Veronesi, interprete di sé stesso, e la troupe intera sbeffeggiano l’atroce entertainer, così pieno del suo nulla da proporsi come primo attore di un musical da lui scritto. Lo truccano, gli fanno raccontare un monologo, Max piroetta. E richiama, ridicolmente tragico, l’Ugo Tognazzi-Gigi Baggini, vecchiotto arnese dello spettacolo, che a una festa si esibisce ballando su un tavolo ritmando i passi per imitare il treno in “Io la conoscevo bene” di Antonio Pietrangeli (1965). In quel formidabile, impietoso affresco del generone cinematografico romano, luccicava Stefania Sandrelli-Adriana arrivata nella capitale dalla provincia per sognare e perdersi, una ragazza semplice, indifesa rassomigliante a diverse figure femminili portate sullo schermo da Micaela Ramazzotti, dalla Anna di “La prima cosa bella” alla Donatella di “La pazza gioia”.



“Felicità” occhieggia alla generazione dei trenta-quarantenni ancora ruminanti in famiglia, irrisolti, senza orizzonte adulto, ha un certo ritmo e tiene onestamente i suoi 104 minuti senza prolissità. Da spettatore un appello: visto che si parla in romanesco nell’ottanta per cento dei film italiani, almeno andrebbero scandite bene le parole. In bilancio c’è un debutto registico discreto, e tra le registe alla prima volta è la più accattivante, benché un paio di gradini sotto la Giulia Steigerwalt di “Settembre”, premiato agli ultimi David di Donatello. Oltre a Emilia Mazzacurati, figlia di Carlo, e al suo acerbo “Billy”, nel mazzo delle esordienti altre due attrici, Jasmine Trinca col discusso “Marcel!” e Paola Cortellesi con “C’è ancora domani”, presentato alla Festa del Cinema di Roma e in uscita a fine ottobre. Auguri.



“Felicità”, frutto della collaborazione tra Lotus Production e Rai Cinema, è in sala con 01 Distribution e ha vinto il Premio Spettatori-Armani Beauty (sic) a Venezia. A margine: nel film ha una particina il muscolato Claudio Pallitto. Ex postino, gestore di una palestra e personal trainer, si è fatto conoscere a un selezionato pubblico televisivo con “Tamarreide” su Italia 1 nel 2011. Sarebbe, afferma radio gossip, l’accompagnatore attuale di Micaela Ramazzotti.






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