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ASSASSINIO
A VENEZIA
FRA MANTELLONI
E LOSCHI FIGURI

di ANDREA ALOI

 

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Hercule Poirot si è perso in Laguna. Proprio lui, il finissimo investigatore deduttivo, brancola tra le ombre inquiete di un palazzo maledetto e sembra un contrappasso, con la razionalità messa all’angolo dallo spiritismo. “Assassinio a Venezia” (“A Haunting in Venice”), terzo film con Kenneth Branagh dietro e davanti la macchina da presa nei lisciati panni e baffi del detective belga dopo “Assassinio sull’Orient Express” (2017) e “Assassinio sul Nilo” (2022), imbandisce cento minuti di onesta suspence a cavallo di classico giallo e venature horror, sulle tracce, davvero labili, di “Poirot e la strage degli innocenti” (“Halloween party”) firmato da Agatha Christie nel ’69. L’ultra torbida vicenda non si dipana nella campagna inglese del romanzo, ma in una Venezia del 1947 piovosa e oscura, gravida di infingimenti, quinta decadente di un precipizio omicida così abnorme da mettere a dura prova la tempra intellettuale e umana di Poirot. Ricco pensionato, renitente a qualsivoglia indagine, viene convinto a partecipare alla seduta spiritica in cui verrà evocata una giovane fanciulla morta (misteriosamente, ovvio) anni prima: un tuffo notturno nel canale sotto casa e ciao. Suicidio o spintarella malevola? Delusione d’amore o possessione demoniaca?



A trascinare Hercule nei guai - ne passerà di diversi, mettendo a repentaglio la buccia - è l’amica Ariadne Oliver, scrittrice di gialli e autoironica citazione di Agatha Christie (Tina Fey vale da sola quasi l’intero prezzo del biglietto). Il boccone è ghiotto e Poirot non lo ammette, ma è roso dalla noia. Il palazzo sede dell’evocazione appartiene a Rowena Drake (Kelly Reilly), cantante lirica in stallo dopo la morte crudele della figlia Alicia (Rowan Robinson) e chiunque avesse un minimo di senno non ci metterebbe piede. Muri marci di umidità, aria malsana, è perdipiù infestato, secondo la vulgata, dai fantasmi vendicativi di bambini che lì avevano trovato un’orrenda morte. Insomma, andiamo sul gotico con corredo di strizza. A mettersi in contatto con l’aldilà per conto della inconsolabile madre è la famosa medium Joyce Reynolds (la premio Oscar Michelle Yeoh), affiancata da due ambigui assistenti che non la raccontano giusta, Desdemona e Nicholas Holland (Emma Laird, bravissima, e Ali Khan). Alla seduta partecipano l‘ex fidanzato della morticina, il piacione Maxime Gerard (Kyle Allen), il dottor Ferrier e il figlio Leopold, creatura ipersensibile, interpretati rispettivamente da Jamie Dornan e Jude Hill, già padre e figlio in “Belfast” dello stesso Branagh. Completano la schiera la governante Olga Seminoff (Camille Cottin), molto impegnata a farsi il segno della croce, e il guardaspalle di Poirot ed ex poliziotto Vitale Portfoglio (data la location, ci voleva un italiano, da battezzare con un nome fesso assai, ed ecco un Riccardo Scamarcio tenebrosetto e in via di progressivo tondeggiamento).



Sono tutti raccolti nella camera della ragazza morta, la seduta spiritica inizia, Joyce va in trance e chiama Alicia, la sventurata risponde. Poirot annusa e svela il trucco, la medium cadendo da un balcone muore infilzata dal braccio di una statua. La sua era solo finzione? Segue una ruzzola di colpi di scena ben cadenzati, con annesse ulteriori dipartite. Il super detective pare allucinato, ormai cova invasivi dubbi e in primo luogo su se stesso, le evidenze sono, in questa storia maledetta, orme all’incontrario e non mancano truffe di piccolo o grande cabotaggio. “Stasera abbiamo tutti paura, non possiamo nasconderci dai nostri fantasmi... che siano reali o no”, confessa.



Lo spettatore apprezzerà il ricco menu. Branagh attore sceglie un profilo basso e giostra su toni a volte drammatici da maestro qual è, Branagh regista abbonda in grandangoli e cerca cupi tagli espressionisti, Michael Green, già sceneggiatore nei due precedenti film della saga, praticamente riscrive da capo a piedi “Hallowe’en party” e ci dà dentro con loschi figuri in mantelloni neri e maschera bianca, restituendo una Venezia prevedibile e, a tratti, poco plausibile, d’altra parte produce la 20th Century Studios e gli americani quando escono dai confini patrii non sono esempi di filologia. Trattandosi di un film di genere, “Assassinio a Venezia” ha naturalmente qualche “parente”, sparso qua e là, c’è il bambino che fiuta le presenze come ne “Il sesto senso” di Shyamalan, c’è il teschio che si frantuma liberando uno sciame di api alla Indiana Jones, c’è qualche soprassalto degno di Dario Argento, ben sottolineato dalle musiche della islandese Hildur Guðnadóttir, premiatissima per “Joker”.



Si è avventatamente sostenuto che “Hallowe’en party” di Agatha Christie non era mai stato portato sullo schermo. Mica vero, Charles Palmer nel 2010 ne ha girato una fedele versione a lungometraggio presentata nella dodicesima e penultima stagione della serie tv inglese dedicata all’infallibile detective con protagonista David Suchet, strepitoso Poirot nevrile e suscettibile, di affettata eleganza con tanto di ghette e “celluline grigie” (definizione dello stesso Hercule) in movimento perenne. Un Poirot non alieno dall’humour britannico, mentre quello di Branagh, più tormentato, anche dal passato, ha tutto meno che bonomia da offrire: James Pritchard, produttore esecutivo di questo terzo Poirot e pronipote di Agatha Christie, ha visto e approvato. Sempre in tema di confronti, memorabile l’“Assassinio sul Nilo” del’78, diretto da John Guillermin, con Peter Ustinov-Poirot, David Niven, Bette Davis, Angela Lansbury, Mia Farrow: ci siamo capiti. “Assassinio a Venezia”, girato tra Italia e Pinewood Studios, è costato sui 70 milioni di dollari, da noi distribuisce Walt Disney.






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