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LE PAURE
DI BEAU
DELIRIO VISIVO
FRA LYNCH E DICK

di ANDREA ALOI

Un elevated horror, vale a dire un horror giocato artisticamente? Un dramedy, mix di dramma e commedia? La smania classificatrice statunitense non è arretrata neppure davanti a un film inclassificabile come “Beau ha paura”, soggetto, sceneggiatura e regia del trentaseienne newyorchese Ari Aster, tre ore di strepitoso delirio visivo in compagnia di Joaquin Phoenix, talento senza limiti al servizio del viaggio nella mente psicotica di Beau Wassermann, uomo chiuso in un labirinto-fortezza mentale da cui non è riuscito a evadere, mancando l'appuntamento con una forma accettabile di adultità. Il tutto per la sadica delizia dello spettatore davanti a un funambolico perdente-perduto, ora grottesco, ora buffo: le sue gesta non inquietano, il suo universo mentale sì.



Beau ha avuto una madre, diciamo così, “sovrabbondante” e ansiogena, che ha avuto successo nel business e nel divorarsi il figlio, imputandogli piccoli sgarbi o anaffettività inesistenti, circondandolo di allarmi, pronosticandogli sciagure, imbevendolo di un senso di catastrofe imminente. Lo incontriamo per la prima volta quaranta-cinquantenne, vive solo abitato da folle di fantasmi fertilizzati da un burn out autopersecutorio totale. Piccoli gesti, come l’attraversare una strada, diventano lotta per sopravvivere a questuanti, borseggiatori, torme di zombie urbani in grado, di delirio in delirio, di invadergli casa.



Mona Wassermann, la cara mammina (Zoe Lister-Jones da giovane, la bravissima Patti LuPone in età matura) è appena morta, un lampadario le ha maciullato la testa (ehm…), incombono le esequie, ma a Beau rubano le chiavi di casa-collassa la carta di credito-il tempo manca perché si sveglia in ritardo. Si ritrova nudo. Quante volte abbiamo sognato simili scacchi perturbanti, il calco onirico di un senso d’inadeguatezza e impossibilità kafkiane? Il nostro psicotico, tenero, vulnerabile eroe si è modellato sulla prescrittività materna, la figura della genitrice lo possiede, il figlio vive solo attraverso di lei, tanto che vediamo una gigantografia di Mona composta, a mo’ di puzzle, da tutte le persone incontrate da Beau. Il film rincorre le sue accelerazioni sinaptiche in un continuum visivo dotato di un senso, una “logica” (c’è del metodo in ogni follia), Ari Aster è al suo servizio, è dentro di lui, lo pedina e si muta da narratore oggettivo (il giusto) in ben definite occasioni, come quando racconta di una crociera e del flirt di Beau ragazzino (lo interpreta a dovere Armen Nahapetian) con la coetanea Elaine Bray (Julia Antonelli), appena un bacio prima dei convulsi richiami materni.



Mona ha paura di smarrire il figlio, Beau ha paura di vivere. E a scalpellare fin da piccolo qualsiasi ipotesi di una sessualità serena, la madre lo crocifigge a una narrazione questa sì horror del suo concepimento: “Tuo padre, appena dopo esser venuto dentro di me è morto”. Secco. “E identico destino hai ereditato tu”. Esistono le madri killer? Accidenti se esistono e fanno, appunto, paura. In un paio di occasioni Beau guarda in camera non per interpellare il pubblico, ma proprio il regista, chiedendogli. “Vuoi uscire con me?’”. La macchina da ripresa si muove a sinistra e destra, a dire “No, questa è la tua storia, non la mia”. Straniamento puro.



Beau corre, cerca di raggiungere la casa materna in tempo per il funerale, sopravvive lacero e contuso a un investimento,. Gli offre ospitalità una famiglia americana perbene che vive in un classico suburbio e anche qui il regista esce dal protagonista per raccontare ferocemente di due genitori, Grace (Amy Ryan), che era alla guida dell’auto investitrice, e Roger (Nathan Lane) devastati dalla perdita in guerra del figlio e abituati a impillolarsi ai pasti, tranquillanti al posto del dolce. Ne fa uso pure la figlia adolescente Toni (Kilie Rogers, perfetta), subito pronta - prima di scambiare volontariamente un barattolo di vernice azzurra per un frappé, uccidendosi - a bullizzare Beau, già preoccupato dagli accessi d’ira di Jeeves (Denis Ménochet), un reduce fuori di zucca accolto in precedenza dai coniugi caritatevoli nel tentativo inutile di colmare il vuoto lasciato dalla morte del figlio.



Povera America, Ari Aster la malmena con un bel registro tragicomico. La corsa di mister Wassermann continua nel bosco, una comunità di hippie bucolici sta mettendo in scena la storia di un padre con tre figli scomparso e poi miracolosamente tornato a casa da vecchio. Beau, favola nella favola, si sogna nei panni di quel genitore, è una storia avventurosa, dove cammina per plaghe prima felici e quindi devastate da intemperie: un bellissimo inserto animato alla Wes Anderson, affidato alle matite colorate dei cileni Joaquin Cociña e Cristóbal León.



E Beau arriva a casa della madre, a esequie finite. Disseppellisce incubi, copula con una Elaine diventata donna (Parker Posey), gioisce per non esser morto dopo l’orgasmo come il padre ma al posto suo crepa Elaine, acme del piacere e massima punizione. Rispunta incazzata la madre, lo stringe all’angolo, tutti congiurano contro di lui, anche l’analista Jeremy Fields (Stephen McKinley Henderson). Beau va a processo davanti a una cavea affollata, l’acqua, che lo ha sempre atterrito, è pronta a inghiottirlo. Domanda: come diavolo ha fatto Ari Aster a trovare i tempi e le atmosfere giuste per cucinare in immagini, con perfetti calibri e credibilità, l’estremo disagio di un uomo mai uscito da un’infanzia mentale? E in quale pagina del famigerato DSM, il manuale diagnostico dei disturbi mentali dell’American Psychiatric Association, si nasconde la malattia di Beau?



Nato in una famiglia ebrea, Aster conosce certamente la protettività materna, ma per passeggiare in un inferno che condanna pulsione e desiderio e fa impallidire gli incubi hitchcokiani di “Io ti salverò” serve una “fantasia in nero” davvero speciale. “Beau ha paura” assomiglia, virato sullo strambo/buffo, a un romanzo di Philip Dick, maestro del fantascientifico che germina nel mondo reale, frequenta un immaginario alla David Lynch ma alleggerito, non lontano dal Michel Gondry di “Human Nature” (2001) e “Se mi lasci ti cancello” (2004) o da “Scappa-Get Out” di Jordan Peele (consigliatissimo). Ma portato al massimo della sua potenzialità narrativa e a ibridare generi e linguaggi visivi. Naturalmente a investirci è stata la A24, stella polare della produzione indie statunitense, ormai così affermata da mettere sul tavolo 35 milioni di dollari diconsi 35 in Beau-Phoenix. Per le nostre latitudini, incredibile.



Aster stavolta ha alzato la posta dopo due lungometraggi, sempre prodotti da A24, già ben riconoscibili per una cifra personale all’insegna di un quotidiano inquietante, ma più dentro i confini dell’horror esoterico. “Hereditary-Le radici del male” (2018) con Toni Collette smembrava letteralmente l’idea di famiglia con lutti, spiritismo e generazioni al servizio del Male (e ridaje). “Midsommar-Il villaggio dei dannati” usciva dal clima claustrofobico per un brutto trip di mezza estate in Svezia, con giovani incauti alla volta di una comunità dagli abiti candidi e dai rituali neri. Curiosità: tra gli attori figura lo stagionato Björn Johan Andrésen, che molti ricorderanno vestito alla marinara in “Morte a Venezia” di Visconti: era lui l’efebico Tadzo che turbava Dirk Bogarde, compositore triste, solitario y final.



Aster, che tra i suoi film dell’anima annovera “Gli Uccelli” di Hitchcock ma pure “Playtime” di Jacques Tati, ha citato come ispirazioni letterarie di “Beau ha paura” Borges, Virgilio, Kafka (ovvio), Sterne, Cervantes e Tennessee Williams. Buone letture, insomma. Mentre in officina si sono dati da fare un cast eccellente (Phoenix, nevrile com’è, addirittura è svenuto sul set, lo aspettiamo in forma nel film di Ridley Scott, dove sarà Napoleone), il solito Paweł Pogorzelski alla fotografia e Lucian Johnston al montaggio, per lui un autentico tour de force. Musiche potenti in dialogo con la regia di The Haxan Cloak ovvero Bobby Krlic, coetaneo di Aster. Distribuisce in Italia un’altra realtà cinematografica in ascesa, I Wonder Pictures di Andrea Romeo, dopo i bei colpi di “Everything, everywhere, all at once” e “The Whale”.

 

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