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RAPITO. ULTIMO CAPOLAVORO
DELL'OFFICINA
BELLOCCHIO

di ANDREA ALOI

Ken Loach a 86 anni ha portato a Cannes "The Old Oak”, il suo ventisettesimo lungometraggio. Pupi Avati, che di anni ne ha 84, ha convinto a stretto giro la critica con “Dante” e richiamato in sala un pubblico fedele per “La quattordicesima domenica del tempo ordinario”. Il cinema è una piscina di “Cocoon”? L’ottantatreenne Marco Bellocchio sembra confermarlo con “Rapito”, personale, bruciante rivisitazione del caso Edgardo Mortara, bambino ebreo bolognese di neanche sette anni sottratto il 23 giugno 1858 alla famiglia dai gendarmi di Pio IX perché battezzato e quindi, secondo il diritto canonico vaticano, “cosa nostra”, anzi sua, del Papa Re. Applaudito a Cannes e già bene in corsa nelle sale, è un film semplicemente poderoso, con la compiuta grazia che tocca le opere d’ingegno in odor di capolavoro. Un distillato degli umori classici del regista piacentino, dallo sguardo severo sul Potere, ecclesiastico e no, alle accensioni oniriche e beffarde, dalle suggestioni storiche alle oppressioni familiari.



“Rapito” ha qualcosa in più, legato a quella che assomiglia molto a una sua prepotente rinascita artistica - nel segno di un respiro creativo liberato da qualsiasi gabbia ideologica - iniziata con “Marx può aspettare” del 2021, un viaggio a ritroso, accompagnato dalle voci dei fratelli Piergiorgio, Alberto, Maria Luisa e Letizia, tra le quinte e i non detti del suicidio di Camillo, fratello gemello di Marco, a 29 anni. E seguito da “Il traditore” sul pentito di mafia Buscetta e dai 300 minuti di “Esterno notte”, l’Italia del sequestro Moro sospesa tra commedia e tragedia. Un altro rapito.



Per Edgardo Mortara, figlio del commerciante Salomone detto Momolo (Fausto Russo Alesi) e Marianna Padovani (Barbara Ronchi, fresca vincitrice del David di Donatello) i guai erano cominciato anni prima, quando aveva pochi mesi e la serva Anna Morisi aveva visto i suoi genitori raccolti in preghiera davanti al figlio malato. Immaginandosi che il bambino potesse morire senza il battesimo e finire così nel Limbo - quella terra di mezzo nata, come il Purgatorio, nell’Alto Medioevo dalla fervida immaginazione simil-teologica della Chiesa cattolica ormai divenuta istituzione - aveva provveduto in prima persona, su consiglio di un droghiere devoto. La cosa era giunta tempo dopo alle sensibili orecchie del Sant’Uffizio, grazie anche a una elargizione in denaro alla serva, come verrà chiarito, una volta sloggiato da Bologna nel 1859 il cardinal legato pontificio, al processo intentato all’inquisitore domenicano Pier Gaetano Feletti, responsabile diretto del rapimento. Cinematograficamente è un classico villain, nel caso uno jhadista cattolico irriducibile in cuor suo sottomesso solo al regime teocratico Vaticano. Fabrizio Gifuni (prodigioso Aldo Moro in “Esterno notte”)  lo fa vivere in una dimensione di obbedienza ai dogmi riprovevole e insieme inquietante. I misteri della fede. Bellocchio non usa la falce, osserva da vicino. E su Pio IX dà il meglio.



Il Papa senigalliese Giovanni Maria Mastai-Ferretti (un Paolo Pierobon finissimo, virtuosistico nel tocco di vari registri interpretativi) si trova investito dalle critiche e dai lazzi satirici di mezza Europa dopo la crudele sottrazione di Edgardo, condotto nottetempo a Roma nella casa dei catecumeni, ricetto di altri bambini estirpati da famiglie ebree, battezzandi e simili. Si irrita il Papa re, il filo spinato dei “non possumus” non basta più a difendere lo Stato degli eredi di Pietro, la Storia cammina in mille direzioni e stavolta ha puntato su di lui, sovrano assoluto, infallibile, integralista, ghigliottinatore. Porta Pia non è lontana. Il Papa Re intimidisce gli israeliti, sono deicidi che diamine!, umilia fino al bacio della pantofola il segretario della comunità ebraica romana, accoglie mellifluo in grembo il piccolo Edgardo, ne diventa padre e madre. E Bellocchio se lo lavora a modo, lo immagina preda di un incubo, con un drappello di rabbini venuti nel favore delle tenebre a circonciderlo; ne illustra i machiavelli mentre passeggia nei giardini vaticani con il cardinale Antonelli (Filippo Timi) arcigno ultrà del potere temporale; lo mostra  in articulo mortis: un primissimo piano, occhi sbarrati si affida alla Madonna.



Edgardo (da bambino ha il volto dolce di Enea Sala, da giovane uomo lo interpreta un convincente Leonardo Maltese, era il coprotagonista con Luigi Lo Cascio nel “Signore delle formiche” di Gianni Amelio) viene innestato in un mondo nuovo, osserva le enormi statue, le alte navate delle chiese, lo addomesticano alle liturgie, lui resta impressionato dalla truculenza del crocifisso e sogna di liberarlo da chiodi e corona di spine. Il Nazareno, uomo torturato e quieto, si allontana: un colpo di classe nella sceneggiatura dello stesso Bellocchio coadiuvato da Susanna Nicchiarelli e dallo scrittore Edoardo Albinati, sua la fluviale, bellissima autobiografia di formazione “La scuola cattolica”.



Nella casa dei catecumeni Edgardo fa amicizia col piccolo Elia, portato via dal Ghetto, che gli consiglia di ripetere le formule rituali della messa: “qui tocca fasse furbi”. In Vaticano, mondo di falsificazioni in buona o pessima fede, si deve abbozzare, è la regola della dissimulazione di cui parla in “Esterno notte” don Cesare Curioni  (ancora Paolo Pierobon) quando spiega come intende portare avanti la trattativa per liberare il leader democristiano. Da bambino, Edgardo si fa ragazzo, “appartiene” ormai alla Santa Chiesa Cattolica Apostolica e Romana. Si converte e, storia vera, in visita alla madre morente tenterà di farle cambiare fede ottenendo un fermo rifiuto. Fervidamente missionario, morirà in un monastero belga a tarda età col nome di Pio Maria Edgardo Mortara.



Alla sua vicenda sono stati dedicati diversi libri, a partire da “Prigioniero del Papa Re”, dello storico David Kertzer, uscito nel ’96. A un libro coevo, “Il caso Mortara” di Daniele Scalise, Bellocchio si è rifatto per il soggetto. Storia e religione sono snodi fondanti per l’immaginario del regista, insieme, come si è detto, al perbenismo della famiglia borghese. Parla la sua filmografia, il conturbante, poderoso esordio con “I pugni in tasca” nel ’65 e poi “L’ora di religione” (2002), storia di una madre in corso di beatificazione e di un figlio strenuamente non credente, dove il nitore della forma affila l’arma del disprezzo verso le ipocrisie cattoliche e sociali in genere. E mirati alla radiografia del Potere in opera per triturare esistenze sono “Vincere”, del 2009, sulla tragedia di Ida Dalser, amante del Duce, e del figlio Benito Albino e “Sbatti il mostro in prima pagina” del ’72, un film da riscoprire.



Ma il gradiente “morale” del cinema di Bellocchio, ormai un indiscutibile classico, non basterebbe senza la sua solida felicità narrativa, i tempi drammaturgicamente perfetti, l’efficacia nell'uso dei piani narrativi paralleli, il gusto infallibile nel casting. Un’officina che si spera resti aperta ancora a lungo. “Rapito” si giova della scenografia di Andrea Castorina e del montaggio di Francesca Calvelli, moglie del regista, e Stefano Mariotti. Effetti digitali di livello, in linea con un budget che ha abbondantemente superato i dieci milioni. Hanno prodotto Rai Cinema, Beppe Caschetto e Kavac Film di Marco Bellocchio e Francesca Calvelli. Nelle sale con 01 Distribution.

 

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