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CARAVAGGIO
E LA SUA 'OMBRA'
IL SOVVERSIVO
GENIALE

di ANDREA ALOI

Libertino e d’animo incandescente, sovvertitore dei canoni nell’arte sacra, odiato dai pittori di maniera, bersaglio ghiotto degli inquisitori papalini. Michelangelo Merisi (1571-1610) per vita e opere è un ideale spunto drammaturgico e si può ammettere che Michele Placido con “L’ombra di Caravaggio” ne abbia fatto un buon uso, dando corpo alla lontana idea, nata nel ’68, di far incontrare l’artista e Giordano Bruno, simboli passati di una ribellione contro il pensiero costituito che riviveva prepotente in quegli anni di “contestazione generale”. Se l’esito, poi, è ben al di sopra della sufficienza molte grazie deve rendere al direttore della fotografia Michele D’Attanasio, virtuosamente adesivo ai drammatici realistici chiaroscuri dei dipinti caravaggeschi, che invadono dalla tela le scene di studio, e all’agile sceneggiatura, firmata, oltre che dallo stesso Placido, da Fidel Signorile e Sandro Petraglia. Reincarna il maudit ante litteram Riccardo Scamarcio, ultimo di una serie lunga d’interpreti, da Amedeo Nazzari diretto nel’41 da Goffredo Alessandrini a Dexter Fletcher e Nigel Terry per la regia di Derek Jarman nell’86 e, passando dal cinema agli sceneggiati Rai, dall’intenso Gianmaria Volonté nel ’67 ad Alessio Boni nel 2008. Scamarcio rende giustizia a Merisi? Età e fisicità sono perfette, la performance è senza risparmio, si avverte forse una certa mancanza di profondità. Nulla che possa comunque inficiare una cavalcata storica ricca e libera - del resto molte delle vicende picaresche di Caravaggio danno ancora oggi lavoro agli studiosi - e nell’essenziale della ricostruzione senza pecche.



L’Ombra del titolo? Il milanese Caravaggio, condannato per omicidio nel 1606, è fuggito da Roma, dove s’era trasferito nel 1594 per cospargervi chiese e palazzi di capolavori, e ha trovato mura amiche a Napoli, sotto la protezione dei Carafa Colonna, parenti di quella marchesa Costanza Colonna del ramo Paliano (Isabelle Huppert, ancora smagliante) che a Michelangelo è devotissima, ne ama i dipinti e ha intercesso per salvarlo. E a Napoli inizia il film, con Caravaggio preso di mira da sicari e ferito, prima di procedere a ritroso negli anni romani. Su di lui incombe una punizione terribile, la decapitazione, ha passato a fil di spada Ranuccio Tomassoni (Brenno Placido, figlio del regista), un suo “amico ostile” protettore di baldracche - questo il cortese epiteto degli sbirri. Un investigatore pontificio - l’altero Louis Garrel doppiato da Adriano Giannini - è stato chiamato dal papa Paolo V, Camillo Borghese, a indagare sul contumace mettendo un punto fermo su quel pittore “eccessivo” amato da altolocati collezionisti in Curia e fuori come il cardinale del Monte (Michele Placido) e il marchese Giustiniani. È artista gigantesco, è uomo fuor di codice, rissoso e in odor di sodomia, uso a prendere, come si direbbe oggi, dalla strada i suoi modelli. Niente di così censurabile se per la “Madonna della serpe” non avesse posato Lena (Micaela Ramazzotti), una prostituta, e un’altra donna di facilissimi costumi, Annuccia (la vibrante Lolita Chammah, figlia della Huppert), non avesse regalato il sembiante alla “Maddalena penitente” e non comparisse esanime nella “Morte della Vergine”. Annuccia si era suicidata gettandosi nel Tevere e Caravaggio si era portato il suo cadavere a studio per ritrarla. Una prostituta suicida in vesti di Madonna. Guardando il dipinto Paolo V (un Maurizio Donadoni di elegante misura) avrebbe scosso la testa: “La Chiesa non è pronta per questo”. E quindi ordinato di bruciare il quadro, poi provvidenzialmente acquistato da Rubens per i Gonzaga. Nelle corti ducali e principesche d’Italia, non a Roma, vigevano ancora la cinquecentesca curiosità intellettuale e la tolleranza, testimoniata - un esempio fra tanti - da Isabella D’Este.



Figuriamoci quanto pronto poteva essere il Vaticano che nel 1553 aveva bruciato il Talmud a Campo de’ Fiori e istituito due anni dopo i ghetto ebraico, la Chiesa-Stato scossa, impaurita dalla riforma protestante, intenta con il Concilio di Trento a serrare i ranghi dell’ortodossia dogmatica, perseguendo qualsiasi deragliamento tramite il braccio del Sant’Uffizio, l’inquisizione romana, occhiuta e torturatrice (nel film si vede un antenato del waterboarding con tutti i crismi). Un marchio di eresia e via nelle dure carceri o dritti dal boia. Una prassi repressiva che cammina, a cavallo di Cinque e Seicento, con le prime opere di assistenza e carità. Del braccio armato papalino farà le spese il frate domenicano Giordano Bruno (Gianfranco Gallo). Caravaggio lo incrocia durante uno dei suoi soggiorni dietro le sbarre, si sente turbato, affine all’odiatore feroce della gerarchia ecclesiastica, all’ereticissimo negatore della Trinità nutrito di spiriti critici e filosofici che volano in cieli sconosciuti al catechismo cattolico (la “natura non è che Dio nelle cose”). Arriva il giorno del rogo, a Giordano Bruno, un fiume in piena di rabbiose contumelie, mettono la mordacchia e quella bocca sanguinante che invano tenta di proferir parola è il marchio dell’epoca. Il Cinquecento è passato, le ultime luci del Rinascimento si vengono spegnendo, le menti libere imparano a dissimulare, di lì a qualche anno, nel 1633, verrà processato Galileo, scienziato sommo costretto all’abiura del sistema copernicano dalla Controriforma. Eccola al lavoro una Chiesa cattolica lontana allora dalle autentiche pene del mondo quanto oggi sono sideralmente distanti dal Dio del Corano “ricco in clemenza, abbondante in misericordia" quei preti assassini che ammorbano l’Iran e le sue genti.



Dei timidi, seri fuocherelli cristiani, accesi in Lombardia da Carlo Borromeo, è fomentatore a Roma il futuro santo Filippo Neri, non per nulla stimato dal vescovo di Milano. La “sua” chiesa romana della Vallicella, sede della Congregazione dell’Oratorio, dà rifugio a storpi, malati, puttane frustate a sangue dai tutori dell’ordine morale, denutriti, ciucchi persi. Filippo Neri (Moni Ovadia) per ciascuno ha una parola, una ciotola di cibo e alla Vallicella capita spesso un curioso Caravaggio. È la scabra Roma della miseria e del dolore, la porterà nelle sue tele con cuore puro e alta febbre creatrice. Lena, Annuccia, un laido ubriacone (Alessandro Haber) sarà San Pietro nella “Crocifissione” dell’apostolo e primo Papa. Michelangelo si dissipa o, semplicemente, vive a modo suo. Quante feste carnasciali, al fianco del sodale e amante Cecco (il rapper Tedua, bravo e utilmente prestato al cinema). Quanti capolavori, la prodigiosa “Canestra di frutta”, il “Bacco adolescente”, la conturbante “Testa di Medusa”, la “Conversione di San Paolo” che lascia esterrefatta Costanza Colonna: la luce della Grazia acceca Saulo supino a terra, agli occhi sbalzano il santo, il palafreniere e il cavallo straordinariamente centrale per la sua forza sovrannaturale e materica insieme.

Ogni Mozart ha il suo Salieri, Caravaggio ha a che fare col geloso Giovanni Baglione (Vinicio Marchioni), pittore d’accademia ligio ai dettami religiosi ma di non infimo rango, biografo del Merisi e malalingua in consuetudine stretta con le alte gerarchie della Curia. Nel 1602 Michelangelo presenta “Amor vincit omnia”, l’Amore vince ogni cosa. Un giovane ragazzetto ignudo (Cecco?), Eros con ali d’ordinanza, rivolge allo spettatore occhi dolcemente maliziosi nella consapevolezza di essere irresistibili. Il Baglione, scandalizzato e punto nel vivo dal talento immenso del rivale, proverà a rispondere con le due versioni di “Amor sacro e amor profano”: il primo mette al tappeto il secondo e, in una delle due tele, ecco un diavolaccio messo di spigolo simboleggiante Caravaggio.



Ogni epoca ha i suoi Zdanov, i suoi cani da guardia, dal dente affilato o meno. L’Ombra è dei più insidiosi, riconosce il soffio dell’arte, ma prima viene l’ortodossia, torchia la diciassettenne Artemisia Gentileschi - figlia d’arte, il padre è il celebre Orazio - autrice di “Susanna e i vecchioni”, dipinto basato su un episodio biblico. Susanna è discinta, turbata dalle attenzioni di due anziani giudici della comunità ebraica esule a Babilonia, è donna, è vera, quanto basta per dispiacere a Dio o meglio ai suoi sedicenti autorizzati intermediari. Michele Placido chiude il film sul viaggio di rientro a Roma di Caravaggio, indotto a tornare da una millantata grazia papale. A Porto Ercole (o era Palo laziale?) s’incontra con l’Ombra, che gli ribadisce il divieto di dipingere nei suoi modi “sconvenienti” e il fratello di Ranuccio Tomassoni lo uccide. Questa la sua morte o fu una malattia? La chiusura del cerchio vendicativo pareva agli autori narrativamente più efficace e così sia. “L’ombra di Caravaggio” è una coproduzione italo-francese, a Goldenart e Rai Cinema sono affiancati Charlot, Le Pacte e Mact Production e è uscito con 01 Distribution. Quattro anni di lavorazione, 14 milioni spesi. Si ripagherà e bene.

 

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