Sono gli anni dell'emergenza climatica, estati bollenti e fenomeni temporaleschi violenti, spesso con grandinate: tutti fattori critici per i vigneti. Chi può e ha possedimenti ampi sposta le colture in alto. Ed è l'altitudine infatti, ormai più che la latitudine, a fare la differenza: in quest'estate del 2026, per esempio, sono state la Toscana collinare e l'Etna a registrare la tenuta migliore. Altrimenti non si spiegherebbe la cosiddetta "febbre dell'Etna", quellòa che ha portato negli ultimi anni produttori del Nord Italia e anche d'Europa ad acquistare appezzamenti sul Vulcano.
La prima ricetta per fronteggiare l'emergenza, nel mondo della viticoltura, è stata anticipare la vendemmia. Basti pensare che alla Rufina, nord di Firenze (una delle città più calde d'Italia, in questa estate), clima affine teoricamente a quello della Borgogna, si è cominciato a vendemmiare intorno al 20 di agosto, mentre in Francia, che ha sofferto particolarmente del calore nei mesi scorsi, le prime mele sono state raccolte ad agosto e nel sud del Paese alcune uve sono state vendemmiate a giugno. Tra l'altro, la tendenza del gusto chiede vini più eleganti, con un grado di alcolicità inferiore alla tradizione, meno zuccheri (spumanti e Champagne con basso residuo zuccherino ed una crescita dei pas dosé testimoniano la domanda del consumatore), molta freschezza e buona acidità. Tutti elementi che vanno in contrasto con il sole forte per molti mesi, che concentra gli zuccheri nell'acino.
La Francia si è mossa fra i primi e ha affrontato la battaglia tagliando la produzione - il governo ha addirittura messo sul piatto 150 milioni di euro per l'espianto dei vigneti, creando però diverse tensioni - e fronteggiando parallelamente la diminuzione della domanda di vino, segnatamente quello rosso (che però al calore resiste meglio) e il surriscaldamento. Il cambiamento climatico non porta solo negatività e ad esempio proteggerebbe alcune produzioni del "Sud" dove ormai complice la cucina che cambia e il clima sempre più caldo il consumo si orienta soprattutto verso i bianchi, che però hanno sofferto negli ultimi dieci anni della surmaturazione. Abbiamo bevuto Sauvignon irriconoscibili o Chardonnay, protagonista della richiesta, caramellosi. La riscoperta di vitigni autoctoni può in parte, almeno a livello locale, consentire una scelta sartoriale di vitigno e clima meglio abbinati. Ma questo non vale sui grandi numeri.
La vendemmia 2026 presenta ancora tagli di resa. In Italia, dopo Toscana, Piemonte e Veneto, anche Marche e Abruzzo fanno bilanci che non sono lusinghieri. Si valuta - secondo alcune stime - una perdita di vino di almeno il 10 % nella vendemmia 2026, e nelle cantine giacciono grandi quantità di invcenduto: oltre 42 milioni di ettolitri di solo vino a luglio di quest'anno, con un aumento del 6,9% rispetto all'anno precedente. Le giacenze diventano poi di 53 milioni di ettolitri se si sommano i mosti e altri derivati: il totale supera la produzione media di un'intera vendemmia nazionale. Sono i vini di qualità a denominazione protetta (DOP e IGP), la gran pate dello stock, che faticano a trovare acquirenti sul mercato.
Per far fronte alla situazione nell'immediato, riequilibrando domanda e offerta, si tagliano la produzione e le rese e si pratica un gioco al ribasso che rischia di far lievitare i prezzi. Ha messo un freno agli allarmismi, spesso frutto anche di scarsa informazione, Emiliano Falsini, grande enologo, stimato e abituato a lavorare in regioni e terreni diversi, sul sito del Gambero Rosso già all'inizio di luglio. L'attenzione è puntata, invece che ad usare la falce, all'impiego di elementi di cui disponiamo e su cui si può giocare la partita.
Ora come ora le previsioni meteo non sono totalmente affidabili e non c'è un modo per proteggere il vigneto dalla grandine; ma ci si può affidare a portinnesti e a sistemi di allevamento che tradizionalmente sono stati studiati per determinati terreni e climi e che oggi si possono adattare in base alla situazione (in Valpolicella ad esempio si sta riscoprendo la pergoletta veronese). Anche sulla gestione della pianta c'è un margine di intervento, ad esempio con la sfogliatura, per evitare l'accumulo di umidità, tenendo conto però che in tal modo il sole può avere un effetto più impattante. Questa è solo una delle ipotesi possibili. Altro tema importante è quello delle monocolture con vigne "elette", sul modello francese, dedicate a prodotti eccellenti che però oggi rischiano di compromettere l'andamento di un'azienda. Caldo e siccità rimettono in questione il tema centrale dell'acqua perché finora era ammessa solo l'irrigazione di soccorso ma è necessario ridiscutere i disciplinari e provvedere a un'erogazione di acqua secondo varie tecniche da valutare attentamente in base a costi e rischi fitosanitari. Un altro tema da considerare è il ritorno al bosco, con un effetto protettivo anche sui terreni, sempre tenendo conto – la materia è molto complessa – che il cambiamento climatico porta animali selvatici in prossimità di centri antropizzati anche senza boschi (quindi la situazione potrebbe peggiorare) a danno delle colture. Nel Chianti molti vignerons stanno recintando i vigneti con reti alte e spesse. Ristabilire però una prossimità con il vegetale può essere un soccorso.
Certamente vanno ripensati anche i vitigni rispetto alle scelte del passato. In Oltrepò pavese e in Franciacorta si sta impiantando molto Pinot bianco, resistente e longevo. Poi ci sono le scelte in cantina, dove le tecnologie attuali consentono un intervento ampio e mirato. Fra catastrofisti e - pochi - ottimisti (soprattutto chi ha la possibilità di un buono stoccaggio), si punta sui prodotti da invecchiamento, mercato consolidato, nonché sulla differenziazione dei vigneti (una sorta di differenziazione del portafoglio per bilanciare i rischi dei mercati).
Cresce intanto la prudenza anche nella comunicazione. Sembra un debole suggerimento ma influenza molto il consumatore: dare l'impressione di saper affrontare con flessibilità gli imprevisti rassicura e soprattutto non ci si espone sulle aspettative che creano possibili falsificazioni nel trading. La Francia ad esempio ha chiesto al Ministero dell'Agricoltura attraverso FranciaAgrimer di non pubblicare i dati sulle stime di raccolta. Quest'anno il paese che contende ogni anno il primato con l'Italia, relativamente simile anche nella condizione climatica con zone molto diverse tra loro, ha subito soprattutto nell'area dei Pirenei e del Sud, successivamente anche nella zona di Bordeaux, tre ondate di caldo anomalo sin da fine maggio. Così tra il 15 e 16 luglio, con un anticipo di dieci giorni rispetto all'annata calda del 2022, è iniziata - come segnala il Gambero Rosso -la raccolta nel dipartimento meridionale dell'Aude con i primi grappoli di uve moscato giunti in cantina.
Quello che è certo è che cambiano i vini (la zona di Bordeaux ha dovuto fare delle variazioni nei blend a base di Merlot perché l'alcolicità si era innalzata), cambiando la geografia: perché se alcune zone stanno subendo danni, aree come la Germania o la Gran Bretagna ne stanno beneficiando. L'adattabilità vale anche per il palato: i bianchi potremmo apprezzarli meno per la loro tipica freschezza e più per la struttura e la capacità di invecchiamento, modificandone anche l'abbinamento con il cibo. La difficoltà non è il cambiamento ma la rapidità con la quale sta avvenendo, perché per le aziende comporta spesso investimenti notevoli per adattare la produzione e tempi di attesa.
Al di là dei singoli provvedimenti di emergenza o strutturali, può essere utile un documentario del 2024, il cui messaggio non è passato in modo forte, Un point c'est tout, "Questo è tutto", nel quale la vivaista francese Lilian Bérillon, insieme a produttori francesi di fama da Olivier Adnot a Jean Louis Chave, Caroline Chevalier, Loïc et Marine Fourure, Lalou Bize Leroy, Peter Sisseck e Anselme Selosse, traccia un quadro oscuro, spiegando che il mondo del vino di fronte alla crisi climatica ha preso una cattiva strada e il tempo per rimediare è contingentato pena, entro qualche decennio, la scomparsa dei grandi vini. L'allarme nasce dal fatto che anno dopo anno si conta una moria tra le giovani piante.
Le testimonianze, varie e con diverse sfumature, toccano un punto fondamentale che è costruttivo, non quello di estirpare i vigneti giocando al ribasso, ma lavorare prima di tutto sulla vigna con un'idea di fondo: il sistema vigneto (che non è solo un insieme di viti ma anche di vegetali ad esempio da scegliere con cura, con vitigni diversi che possano ammortizzare danni che colpiscono un determinato tipo di pianta) dev'essere fatto per durare, per essere tramandato, anche se non si può più progettare a lunga scadenza come in passato. I produttori sono contrari a reimpiantare di continuo le vigne perché diventa un investimento senza ammortamento e resa. Si sta facendo tra l'altro un lavoro di squadra per creare un modello in tal senso che poi dev'essere adattato anche a distanza di pochi metri perché basta poco per cambiare le condizioni di un terroir e di un ambiente pedo-climatico, mettendo insieme produttori, agronomi, sommelier e ristoratori proprio per avere una visione d'insieme.
La luce in fondo al tunnel? In effetti il documentario nasce alla fine di un percorso di quasi vent'anni durante i quali Bérillon ha girato il mondo per comprendere un fenomeno di mortalità precoce dei vigneti non solo dovuta al riscaldamento globale con l'obiettivo principe di trovare un nuovo approccio per creare una selezione di cloni durevoli almeno nel medio periodo. La "lunga durata", l'idea della trasmissione, è nel DNA del mondo della viticoltura sia in termini di cultura sia per la redditività che nel campo del vino chiede pazienza, sia perché la qualità del prodotto arrivi ad alto livello. Tagliare, ridurre, spostare è solo un palliativo.


