DA IMMATURI A TOTTI

CENTO FILM PER RACCONTARE ROMA — 20

29 giugno 2021

(96) L’oro di Roma

di Carlo Lizzani

La pellicola, diretta da Carlo Lizzani nel 1961, trae spunto dai reali e drammatici accadimenti avvenuti a Roma nell’ottobre del 1943 durante l’occupazione tedesca della città, che porteranno al rastrellamento del Ghetto. La vicenda ha inizio con l’ultimatum del comandante tedesco Kappler, che intima alla comunità ebraica di fornire entro 24 ore cinquanta chili d’oro, altrimenti duecento capifamiglia ebrei saranno presi in ostaggio dai nazisti. Nella comunità ebraica c’è subito chi si dà da fare per racimolare quanto richiesto, ma anche chi è scettico sull’affidabilità dei tedeschi, che probabilmente, anche se si raggranellasse tutto l’oro, non starebbero ai patti.



Con un cast che vede la presenza di diversi attori transalpini – si tratta infatti di una coproduzione italo-francese – come Gérard Blain e Jean Sorel, oltre ad Anna Maria Ferrero e Paola Borboni, la reale vicenda storica si intreccia nel film con le vicende private del giovane calzolaio Davide, che decide di unirsi alla lotta armata partigiana, e a quelle di sapore romantico di Giulia, innamorata del cattolico Massimo e decisa a sposarsi con lui, al punto da battezzarsi, ma che al momento cruciale, quando i tedeschi getteranno la maschera e rastrelleranno gli ebrei, sceglierà di non tradire le proprie radici e la propria gente, anche a costo del sacrificio personale.

Ovviamente le location del film sono tutte nel centro storico della città, collocate soprattutto, dato il tema, nella zona del Ghetto ebraico, intorno alla Sinagoga di Lungotevere de’ Cenci, ma anche in altre aree cittadine come Piazza Navona, il Campidoglio, il Parco di Colle Oppio, via del Consolato, l’Isola Tiberina. Tra i limiti della pellicola, rivista con gli occhi di oggi, c’è forse un non perfetto lavoro dei costumisti e truccatori, che stentano a rendere il sapore anni quaranta in cui i fatti sono storicamente collocati, dando a tutti gli interpreti delle vaporose acconciature, probabilmente alla moda quando il film fu girato, ma che a vederle oggi fanno pensare più agli anni del boom economico che a quelli dell’occupazione nazista di Roma, facendo perdere qualche punto di forza e di credibilità all’insieme.



(97) Immaturi

di Paolo Genovese

È una sorta di “Notte prima degli esami” vent’anni dopo, quella che racconta Paolo Genovese nel suo film del 2011 “Immaturi”, opera che ha meritato sia un sequel (“Immaturi – il viaggio”) sia un’omonima serie televisiva. Lo spunto di partenza è un errore burocratico, per il quale un gruppo di quarantenni, ex compagni di scuola del Liceo Giulio Cesare di Roma (liceo realmente frequentato dal regista), si ritrova a dover nuovamente affrontare l’esame di maturità, essendo nullo quello fatto più di vent’anni prima.



Con un cast che comprende, tra gli altri, Raoul Bova, Barbora Bobuľová, Ambra Angiolini, Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu, Ricky Memphis - nei panni dei diversi ex compagni di classe, ciascuno con la sua vita, i suoi problemi, le sue paranoie sviluppatesi nel corso dei successivi decenni e ai quali l’inattesa necessità di tornare sui banchi di scuola permetterà di rinsaldare l’antica amicizia - il film è una sorta di altalena fra presente e ricordi di un ormai lontano passato da liceali, rinverdito dai racconti e dalle confessioni che via via vengono scambiate fra i protagonisti.

Girato fra Roma e Sabaudia, dove è la villa in cui il gruppo va a ritirarsi per concentrarsi meglio sullo studio nei giorni precedenti l’esame, è soprattutto una Roma molto centrale quella che appare nel film, compresa fra Trastevere e il rione Monti. Il ristorante in cui lavora Ambra Angiolini è un vero ristorante romano, situato in Piazza Forlanini, zona in cui nella pellicola, all’interno dell’ospedale Forlanini, lavora come psichiatra Raoul Bova. La scuola frequentata dalla figlia della Bobuľová è invece nel quartiere Della Vittoria, poco distante dalla sede della Rai. A proposito di scuola, la grande curiosità è che le scene all’interno del liceo, quello in cui i protagonisti ripetono il famigerato esame, non sono girate al Giulio Cesare, come si potrebbe pensare, ma in un altro liceo romano altrettanto famoso: il Mamiani di viale delle Milizie.



(98) Avanti c’è posto

di Mario Bonnard

Grazie a questo film del 1942, diretto da Mario Bonnard, il protagonista Aldo Fabrizi, all’epoca esordiente sul grande schermo, comincerà una carriera cinematografica che lo renderà famoso in tutto il mondo e non più solo nei teatri di rivista della Capitale. Come suggerito dal titolo, è il racconto delle vicende di un bigliettaio del trasporto pubblico romano, di quell’azienda allora chiamata ATAG (Azienda Tranvie e Autobus del Governatorato), destinata due anni più tardi a trasformarsi in ATAC (Azienda Tranvie e Autobus del Comune), il nome che mantiene ancora oggi.

Cesare (Aldo Fabrizi) si troverà ad assistere la giovane Rosetta, vittima su un filobus del furto di soldi da lei tenuti nella borsetta. I padroni della casa in cui Rosetta lavora come cameriera, saputo del furto e non ritenendola più affidabile, la cacciano via. Sarà allora proprio il bigliettaio ad aiutarla a trovare una nuova sistemazione. Cesare si è infatti innamorato della bella Rosetta, un amore che lei ricambia con un affetto quasi filiale, data la differenza d’età. Ben presto, però, il bigliettaio scoprirà che Rosetta è in realtà innamorata del suo più giovane e prestante collega Bruno. Perciò, pur con la morte nel cuore, Cesare deciderà di aiutare i due ragazzi a coronare il proprio amore. Nel finale del film Bruno verrà comunque richiamato al fronte, un evento questo che fa entrare nella vicenda la feroce guerra allora in corso, fino a quel momento poco presente nella storia.



La sceneggiatura di questa pellicola è scritta, oltre che dallo stesso Fabrizi, anche da una firma del calibro di Cesare Zavattini e da un misterioso Federico, che, pur non essendo ufficialmente accreditato, stranamente appare nei titoli del film ma senza il cognome, un cognome destinato a divenire molto famoso: Fellini.

È anche attraverso il percorso dei filobus su cui Fabrizi lavora che con questo lavoro cinematografico si conosce meglio la Roma di quegli anni. Si va dalla Montesacro in cui è collocato uno dei capolinea, nei pressi di Ponte Nomentano, a via della Conciliazione, allora in fase di costruzione, a piazza Risorgimento, un luogo di Roma che ancora oggi fa da capolinea per alcuni tram e bus dell’azienda di trasporto pubblico. La scena della sfilata delle truppe in partenza per il fronte è invece girata in via Palestro, non distante dalla Stazione Termini.



(99) Acqua e sapone

di Carlo Verdone

Quarto film di Carlo Verdone, datato 1983, di cui egli firma la regia e la sceneggiatura, oltre a essere l’attore protagonista. È anche il secondo film, dopo “Bianco, Rosso e Verdone”, in cui, a vestire i panni della nonna di Verdone, è una donna che ha incarnato il prototipo dello spirito romanesco più verace, la quintessenza della Roma autentica e popolare: quell’Elena Fabrizi meglio nota come la Sora Lella, sorella del grande Aldo.



La storia raccontata è quella di un trentenne laureato col massimo dei voti, Rolando Ferrazza, costretto però a fare il bidello e ad arrotondare lo stipendio tenendo delle ripetizioni d’italiano per stranieri, che, per alcune coincidenze fortuite, si trova a fingersi il noto teologo padre Michael Spinetti e a divenire l’insegnante personale di una giovanissima modella americana, Sandy Walsh, interpretata da Natasha Hovey, giunta a Roma per una serie di sfilate. Fra i due nascerà un affetto sempre più intimo, mentre passeranno ore a girare liberi per la città, dimenticando di doversi applicare nello studio. Alla fine, però, l’inganno verrà scoperto e i due finiranno per separarsi.

Roma è presentata, in questa pellicola, non solo attraverso la verace romanità della Sora Lella, ma anche dalle immagini che fanno da sfondo e da cornice. C’è Testaccio, il quartiere in cui Verdone e sua nonna abitano, in un appartamento che, curiosamente, è davvero all’indirizzo detto in una delle scene. La villa in cui vive Sandy è invece in una zona più periferica, per la precisione in via di Grottarossa, non distante dalla Cassia, dove sono girate diverse scene della pellicola, come quella in cui Verdone si trova ad aspettare un bus in piena campagna. Una scena è poi ambientata nel vecchio Drive In di Casalpalocco, oggi chiuso, mentre un’altra è girata accanto alle piste dell’Aeroporto di Fiumicino.



(100) Mi chiamo Francesco Totti

di Alex Infascelli

Il docufilm del 2020, diretto da Alex Infascelli, non è semplicemente il racconto della vita e della carriera di un calciatore che per oltre un ventennio è stato la bandiera della squadra che di Roma porta il nome. “Mi chiamo Francesco Totti” è una sorta di inno alla romanità, espresso attraverso la vicenda personale di un romano famoso ed esemplare, che riesce a colpire anche chi non è mai stato tifoso romanista, o non ha mai amato il calcio.

Si parte dai filmati amatoriali d’epoca, di quando un Totti bambino prendeva a calci, sulla spiaggia di Torvaianica, un pallone che pareva più grande di lui. Si passa poi attraverso le immagini di tutta una lunga carriera, percorsa sempre con la stessa maglia, come accadeva solo ai calciatori di altre epoche e oggi non accade più, dimostrando in questo che Totti, proprio come il più autentico spirito dei romani, viene da un passato antico, eroico e immortale, anche se vissuto nella semplice quotidianità del presente.



Per chi è tifoso, o semplice appassionato di calcio, si rivedono le immagini dei festeggiamenti al Circo Massimo per lo scudetto del 2001, oltre a quelle del famoso rigore a “cucchiaio” in Italia-Olanda del 2000, o dei mondiali di Berlino 2006. Per tutti gli altri, che tifosi non sono, si gode della simpatia spontanea e a tratti ruvida e grezza di quell’ex calciatore, della sua umanità, della sua vulnerabilità, di un uomo che si racconta in prima persona e, con se stesso, racconta Roma e la romanità.

Ma il documentario è anche un film e, come accade nei film, per ogni eroe buono - e Totti a suo modo lo è - c’è un antagonista, impersonato in questa pellicola da Luciano Spalletti, il suo ultimo allenatore, nell’involontario ruolo del cattivo. Ma soprattutto c’è Roma, con il quartiere d’infanzia, gli amici, i tifosi, la famiglia, lo Stadio Olimpico, il Colosseo, in un gioco di rimandi fra vita pubblico e privata, fra contemporaneità e romanità arcaica, che finisce per colpire il cuore dello spettatore.



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