DA ACCATTONE ALLA DOLCE VITA

CENTO FILM PER RACCONTARE ROMA — 1

19 gennaio 2021

(1) Piazza Vittorio

di Abel Ferrara

Il docufilm del 2017 «Piazza Vittorio», diretto dal regista statunitense Abel Ferrara, apre lo sguardo verso quella Roma multietnica che da qualche decennio popola il quartiere dell’Esquilino e la piazza che dà il titolo alla pellicola. Alle immagini e alle parole degli abitanti della zona, italiani e non, si aggiunge il commento dell’intellighenzia internazionale che, assieme alle diverse comunità straniere, ha trovato di recente casa nel quartiere. Tra questi, il regista Matteo Garrone e l’attore americano Willem Dafoe, entrambi amici di Ferrara ed entrambi intervistati nel docufilm per raccontare la propria esperienza di vita nel quartiere.



L’opera ha tutti i pregi e tutti i difetti che si possono incontrare quando in un racconto lo sguardo non è quello di chi vive quotidianamente nella realtà che viene descritta, bensì quello di chi resta affascinato da un luogo, cogliendone i suoi aspetti più vistosi ma con gli occhi del turista, dell’osservatore esterno. È dunque un film a metà fra documentario turistico e spirito dei luoghi, fra la rappresentazione di uno stereotipo e un’efficace descrizione della multiculturalità dell’Esquilino. Lo stesso vale per la colonna sonora, che presenta pezzi country accanto a brani di Claudio Villa e Gabriella Ferri.

La pellicola ha, comunque, un suo fascino, con interviste a volte interessanti fatte agli abitanti più disparati, dai cantanti africani ai vecchi “romani de Roma”, con immagini di “making of” inserite all’interno del racconto, con una visita alla sede di Casapound, accompagnata dalle parole dei suoi militanti, riuscendo così a trasmettere il senso di quella realtà ambigua e contraddittoria che Piazza Vittorio presenta oggi ai visitatori, in bilico fra una forma tutto sommato pacifica di integrazione fra le diverse etnie e il rischio strisciante di possibili esplosioni razziste, sempre presente.



(2) Accattone

di Pier Paolo Pasolini

Il film, del 1961, segna l’esordio alla regia di Pier Paolo Pasolini. Presentato alla mostra di Venezia di quell’anno e accolto da pareri contrastanti e anche da forti contestazioni, è, di fatto, la trasposizione cinematografica di alcuni precedenti lavori letterari dell’intellettuale friulano. Accattone, interpretato da un allora sconosciutissimo Franco Citti, alla sua prima prova davanti alle cineprese, è un sottoproletario romano che vive di espedienti e si fa mantenere da una prostituta. La sua vita è piena di violenza e avrà un finale tragico, che sembra fin dall’inizio scritto nel destino.



Accattone, film interpretato da attori non professionisti (riprendendo in tal modo una scelta stilistica molto in voga ai tempi del neorealismo) è soprattutto il racconto del mondo sottoproletario romano e di quella parte periferica di città che proprio in quegli anni aveva visto un forte e disordinato sviluppo. Gli esterni del film sono tutti girati nelle borgate capitoline e in quelle aree della Capitale, che erano lasciate ai margini dalla Roma bene descritta l’anno precedente da Federico Fellini nel suo film “La dolce vita”: via Casilina, via Portuense, via Appia, via Tiburtina, via Baccina, l’Acqua Santa, via Manuzio, Ponte Testaccio, il Pigneto, la borgata Gordiani, Centocelle, la Marranella.

Tra le curiosità del film vi è il fatto che proprio Federico Fellini si propose inizialmente per essere il produttore dell’opera. Il regista riminese, però, all’ultimo momento si tirò indietro, spaventato dalla scarsa conoscenza tecnica del mestiere di regista e delle sue peculiarità tecniche dimostrata da Pier Paolo Pasolini. Un Pasolini che, comunque, fu sostenuto nelle riprese da un aiuto regista, allora giovanissimo, destinato a diventare uno dei massimi direttori mondiali, osannato dalla critica e vincitore di premi Oscar: Bernardo Bertolucci.



(3) Risate di Gioia

di Mario Monicelli

Il film, del 1961, segna l’esordio alla regia di Pier Paolo Pasolini. Presentato alla mostra di Venezia di quell’anno e accolto da pareri contrastanti e anche da forti contestazioni, è, di fatto, la trasposizione cinematografica di alcuni precedenti lavori letterari dell’intellettuale friulano. Accattone, interpretato da un allora sconosciutissimo Franco Citti, alla sua prima prova davanti alle cineprese, è un sottoproletario romano che vive di espedienti e si fa mantenere da una prostituta. La sua vita è piena di violenza e avrà un finale tragico, che sembra fin dall’inizio scritto nel destino.



Tratto da alcune novelle di Alberto Moravia contenute nei suoi “Racconti romani”, girato nel 1960 da Mario Monicelli, è un film che a riguardarlo oggi appare come uno dei capolavori della commedia all’italiana, capace di calibrare battute irresistibili e un amaro spaccato sociale, con una coppia di interpreti straordinaria e potentissima formata da Anna Magnani e da Totò, per la prima e, purtroppo, unica volta insieme sul grande schermo. Eppure al momento della sua uscita nelle sale fu anche un clamoroso flop. Reduce da un premio Oscar e da diverse pellicole girate a Hollywood, la Magnani accolse infatti con ritrosia l’idea di ritrovare dopo vent’anni Totò, con cui aveva lavorato in teatro prima della guerra, ma che veniva allora considerato un attorucolo di serie B, buono solo per i film di cassetta. Anche la critica, che adorava la Magnani e disdegnava Totò, non apprezzò il fatto di vedere i due accostati. Mentre il pubblico, che adorava Totò, in quel momento disdegnava la Magnani, deluso dai suoi recenti lavori hollywoodiani. E così, sia pubblico che critica finirono per snobbare il film.

La pellicola narra di una coppia di amici dalle vite precarie, comparsa a Cinecittà lei, attore da strapazzo, ma soprattutto piccolo truffatore lui, che si ritrova a festeggiare il Capodanno. Tra i due si introduce un giovane, interpretato da Ben Gazzara, un lestofante che finge di sedurre la Magnani per poterne approfittare meglio, quale complice per i suoi raggiri. Il tutto avviene fra le vie di una Roma vista sempre di notte (tranne nella scena finale sul Lungotevere), che il trio attraversa quasi senza meta: dall’Eur a Piazza Esedra, da Piramide a via del Corso, a via Giolitti, alla Fontana di Trevi, alla Chiesa di Sant’Andrea della Valle. Ed è al Palazzo dei Congressi che si svolge la festa dove la coppia Magnani-Totò rievoca il proprio passato sui palcoscenici del varietà, cantando la canzone Geppina Geppi.

Nel film appare, forse per la prima volta al cinema, anche la metropolitana di Roma, l’attuale Linea B, che all’epoca delle riprese era da poco tempo entrata in funzione. Da così poco tempo che, in una memorabile scena, la Magnani, mentre scende le scale che ancora oggi portano sui binari della stazione di Piramide – Porta san Paolo, potrà dire di non essere ancora mai salita sulla metropolitana romana. Alla fine le vicende della storia porteranno però la donna ad un amaro festeggiamento in solitaria della mezzanotte, proprio all’interno di un vagone del metrò.



(4) In Nome del Popolo Sovrano

di Luigi Magni

Film del 1990 diretto da Luigi Magni, ultimo di una trilogia di opere dedicate dal regista al risorgimento romano, narra le vicende storiche che hanno portato, nel 1849, alla nascita e alla caduta della Repubblica Romana. I reali avvenimenti di quei giorni si inframezzano nella pellicola alle vicende private di casa Arquati, immaginaria famiglia nobiliare romana, il cui capostipite, interpretato da Alberto Sordi, incarna una tradizione papalina che finisce per scontrarsi con le idee innovative di cui si fa portatrice la generazione del figlio Eufemio (ruolo ricoperto da Massimo Wertmuller), sposo di Cristina, donna piena di sogni e di idee patriottiche i cui panni sono vestiti da Elena Sofia Ricci, la quale Cristina finirà per trascinare in un impeto risorgimentale anche l’inizialmente abulico marito.



Quasi tutti gli altri personaggi del film, a parte la cameriera di casa Arquati interpretata da Serena Grandi, sono la trasposizione scenica di reali personaggi storici, uomini che hanno davvero vissuto quei drammatici momenti della storia di Roma: da Ciceruacchio, interpretato da Nino Manfredi, al patriota Giovanni Livraghi (Luca Barbareschi), a don Ugo Bassi (Jacques Perrin), al cardinale Gaetano Bedini (Luigi De Filippo), al poeta Giuseppe Gioacchino Belli (Roberto Herlitzka).

La Roma papalina è ricreata da Magni riprendendo veri scorci della città. I luoghi in cui si organizzano le barricate e avvengono gli scontri fra i rivoluzionari romani e i francesi accorsi in aiuto del Papa sono quasi tutti angoli di Trastevere: via Anicia, via della Lungaretta, via Arco dei Tolomei, via e piazza in Piscinula, vicolo dell’Atleta. La terrazza del palazzo della famiglia Arquati è invece quella di Palazzo Falconieri, a via Giulia, mentre gli appartamenti papali sono ricreati in Campidoglio, all’interno di Palazzo Nuovo e di Palazzo dei Conservatori. Le musiche del film portano la firma del maestro Nicola Piovani.



(5) La Dolce Vita

di Federico Fellini

Il capolavoro del 1960 di Federico Fellini è il film su Roma per antonomasia, quello che ha descritto la città di quegli anni in un modo così perfetto e completo da diventare un modo di dire proverbiale. Dal film nasce non solo il successo di Via Veneto; nasce anche il termine paparazzo, che è il nome di un fotografo presente in quella storia ma che da allora starà a indicare ogni fotografo di gossip; nasce soprattutto un modo di vivere, di concepire il divertimento e di godersi Roma che caratterizzerà tutta una generazione, negli anni del primo boom economico.



Raccontare in poche righe un film della durata di tre ore e che ha segnato per sempre la storia del cinema, è un’impresa quasi impossibile. Protagonista apparente di quella vicenda è Marcello Rubini, personaggio interpretato da Marcello Mastroianni, giornalista un po’ dandy che passa le sue notti fra feste, cocktail, donne e incontri mondani. Ma la vera protagonista reale de “La dolce vita” è proprio la città di Roma. Una Roma che non è solo via Veneto, luogo d’incontro preferito dal bel mondo capitolino degli anni sessanta. C’è anche la Roma papalina di San Pietro, con riprese dall’alto e dell’interno della cupola, immagini per l’epoca piuttosto ardite. C’è poi la periferia di Centocelle. C’è la chiesa di Don Bosco. C’è il Fungo dell’Eur. C’è la spiaggia di Fregene. E c’è, ovviamente, Fontana di Trevi, con la famosissima scena del bagno di Anita Ekberg, in cui lei grida un sensualissimo: “Marcello, come here”.

Quello che forse molti non sanno è che la precisione maniacale di Federico Fellini, la sua necessità di studiare con attenzione le riprese e di ripetere le scene fino a trovare quella giusta, ha fatto sì che molti scorci di Roma che appaiono nel film non sono veri scorci della Capitale, bensì scenografie realizzate in quel famoso “Studio 5” di Cinecittà in cui il regista riminese era “di casa”. Dunque, non solo l’interno della cupola di San Pietro è una scenografia, ma anche la strada che è poi diventata il simbolo di quell’opera cinematografica e di quegli anni, ebbene sì, non è la vera Via Veneto, bensì un set, ricostruito in modo meticoloso dalle maestranze del film.

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