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L'ergastolo
in Panopticon

99 celle, quel carcere
davanti a Ventotene

Una recensione di
MARCELLA CIARNELLI

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Un luogo di sofferenza e di pena. E può essere altro un carcere, struttura pensata quasi sempre per attuare scientificamente una crudele mancanza di umanità verso chi ha sbagliato (o forse no)? Può limitarsi la funzione di un carcere alla sola punizione, rinunciando già dalle strutture e dalle regole a qualunque ipotesi di recupero di chi ha sbagliato (o forse no)? Eppure per le positive volontà di alcuni a volte accade che in questi luoghi si possano condurre illuminate politiche capaci di superare l’errore e aprire la prospettiva di una nuova vita al colpevole (o forse no?).





Stimola alla riflessione su cosa dovrebbe essere davvero un carcere la lettura del libro che Pier Vittorio Buffa e Anthony Santilli hanno dedicato per le Edizioni Ultima spiaggia al carcere di Santo Stefano, voluto dai Borboni su uno scoglio di mezzo chilometro quadrato di fronte all’isola di Ventotene e in servizio effettivo permanente per più di un secolo e mezzo: fu ideato e costruito nel 1793 su ordine di Ferdinando quarto re di Napoli e dismesso nel 1965. Vicende di quasi due secoli, che il libro attraversa e ricostruisce.


"99 celle - L'ergastolo di Santo Stefano in Ventotene"

Pier Vittorio Buffa e Anthony Santilli

Ultima spiaggia edizioni
euro 18,50

Le 160 pagine del volume - “Novantanove celle” il titolo, perché tante erano nell’architettura originale di Francesco Carpi, trentatrè per ciascun piano, predisposte per circa trecento detenuti ma sempre sovraffollate - fanno da guida alla conoscenza di un luogo di dolore e di isolamento che nel tempo ospitò anche grandi menti e sinceri democratici che contribuirono poi ad erigere una stabile democrazia, e il libro è solo il primo di una collana a cura dell’Associazione per Santo Stefano in Ventotene.

Nella cella 36 di Santo Stefano, dove per otto anni era stato prigioniero Luigi Settembrini, dal dicembre del’29 a quello del 1930 fu incarcerato Sandro Pertini, il presidente partigiano. Qui scontarono anni duri molti comunisti e antifascisti. E al confino a Ventotene Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni elaborarono il Manifesto, documento politico mirato all’unificazione degli stati europei in una federazione. L’Unione Europea è nata lì.



(Il carcere - foto Gaúcho da wikipedia)


Per fare scontare le colpe a ladri e assassini, a rivoluzionari come quelli dei moti di Napoli del 1799 e del 1848 ed a briganti, intellettuali e analfabeti, il re Borbone dette il via ad un progetto architettonico ambizioso che avrebbe dovuto annullare qualunque volontà di rivolta e tentativo di fuga. Nonostante le intenzioni dei costruttori, rivolte ve ne furono. Nel 1860 le truppe borboniche furono costrette ad abbandonare l’isola che fu presa dai detenuti, capeggiati dai boss della camorra i quali proclamarono la Repubblica di Santo Stefano, dandosi persino uno statuto. Tutto finì dopo pochi mesi, nel gennaio del 1861, spazzato via dall’arrivo di un contingente della regia marina.





Il carcere fu progettato da Carpi e costruito da Antonio Winspeare, maggiore del Genio Civile, in struttura circolare con archi e loggiate e vista solo all’interno, secondo i principi enunciati dal filosofo inglese Jeremy Bentham, per il quale era possibile ottenere il dominio di una mente su un’altra anche attraverso una adeguata struttura architettonica che seguisse i princìpi del Panopticon, l’occhio che vede tutto. La struttura fu concepita per allontanare il più possibile i carcerati dal mondo. Potevano essere osservati tutti da un unico carceriere, non potevano neanche cambiare prospettiva. A loro era anche impedita la visione del mare, che pure li circondava. Un edificio costruito per punizioni e sofferenze. La cui struttura però è la stessa, pur se invertita, che venne usata per costruire il Teatro San Carlo di Napoli.




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