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CHARLES MINGUS
TRE VIAGGI
E CINQUANTADUE
ANNI

di GIGI SPINA

 

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Carlo ha tentato di rimediare tenendole stretta la mano mentre parlano: un segno di non ostilità, la prova tangibile della dualità corpo e anima, la mano che stringe, la mente che distrugge. Lei si è rifiutata. Carlo non ha insistito. Stasera le due monocamere tornano comode. Mentre torna verso la sua, Carlo canta mentalmente, poi fischietta, poi comincia a modulare suoni a voce alta. Improvvisa ricostruendo assoli di Parker e di Coltrane. Quei suoni sono già una decisione. Dopo un'ora, è in macchina con due amici ancora insonnoliti che continuano disperatamente a chiedere senza ottenere risposta, che hanno avuto solo il tempo di mettere in un sacco pigiama e spazzolino da denti, su precisa ingiunzione di Carlo, e che ora dovranno affrontare quasi mille chilometri di autostrada per andare al concerto di Charlie Mingus a Milano.[…]

Charlie Mingus è enorme. Seduto su uno strano seggiolone, ipnotizza gli uomini del suo gruppo, li fa intervenire a un suo cenno, martella ininterrottamente le corde, o le accarezza sfiorandole, sostenendo con quella preziosa intelaiatura i visi sospesi degli spettatori i cui corpi oscillano inarrestabili. Quando attacca “Freedom”, è un intero continente che leva quel grido, Carlo si sorprende a piangere, sente il peso delle scelte obbligate, della realtà che lo aspetta, qualunque egli decida di vivere, vorrebbe essere un jazzista, legato ad un collettivo, ma libero di percorrere con le sue note la storia del mondo, forse di crearla.




Scrivevo così in '17 verticale' (1991), un primo tentativo di far uscire ricordi trasformati in parole da un cassetto. Ma la memoria non mi aiutava a ricostruire il quando, mentre il dove lo sapevo, cominciava da Salerno, in tre in una cinquecento. E così scrissi, a marzo del 2017, a 'Musica Jazz', che compro da una vita. E mi rispose subito, con estrema gentilezza, il Direttore, Luca Conti:
"Credo che il festival cui lei ha assistito sia stato quello organizzato a Milano da Arrigo Polillo, dal 24 al 26 ottobre 1970, al Teatro Lirico. L’archivio della nostra rivista riporta questi dati: Il gruppo di Charles Mingus, il gruppo di Dave Brubeck con Gerry Mulligan, il quartetto di Earl Hines con Marva Josie, il gruppo di Dizzy Gillespie, la Clarke-Boland Big Band, il gruppo Basso-Valdambrini e quello di Enrico Intra, Anita O’Day con ritmica, il gruppo di Tony Scott, il gruppo di Jean-Luc Ponty. Direi che ci siamo. Poi, come forse saprà, dal concerto del gruppo di Mingus fu tratto un disco pirata dal titolo “Statements” pubblicato in Giappone e in Italia dalla misteriosa Lotus (disco che, peraltro, è stato ristampato l’anno scorso su cd, sempre in Giappone)».

Avercene, di Direttori così.

Ma fra il concerto del 1970 e la lettera che lo periodizzava c’era stato un altro viaggio, in solitaria questa volta, e proprio nell’anno in cui scrivevo di Mingus, il 1991.

'Jazz’n Fall' a Pescara, ai primi di novembre. Dopo Palermo, Pescara ospitava 'Epitaph', una singolare e testamentaria opera postuma del grande musicista, ricostruita dopo la sua morte grazie ai manoscritti ritrovati dal musicologo Andrew Homz e al tenace e minuzioso lavoro di Gunther Schuller, compositore, direttore d’orchestra e tanto altro (1925-2015), che tentò, con l’aiuto di Susan (Sue), vedova di Charlie, di ricostruire il meraviglioso progetto di un’unica opera composta di numerosi brani già famosi ed eseguiti.

L’opera, 'Epitaph', fu eseguita per la prima volta al Lincoln Center di New York, il 3 giugno 1989. E poi l’Italia si assicurò i due concerti.

Da Napoli a Pescara, in macchina, era un bel viaggio, che cercò di confrontarsi con quello che romanzavo nel mio libriccino. Una sosta in un’oasi ecologica consigliatami da un amico, un piccolo albergo in centro e poi la full immersion nel jazz, con protagonisti d’eccezione.

Fu uno di quei viaggi-metafora, in cui ci si comincia a distaccare anche da parti della propria vita, che corrispondono a molto di più che i chilometri che si stanno percorrendo.

Passano gli anni, e quasi trenta non sono pochi. Ora il viaggio è stato più breve, perché la Mingus Big Band è venuta al Jazz festival di Bologna, per il Mingus Centennial Tour (Mingus era nato nel 1922). Posso andarci a piedi, al teatro Duse, un luogo raccolto e adatto a un jazz da appassionati; lo so, in questi casi non riesco a tenere ferme le gambe mentre ascolto e pare che quelli della mia fila si chiedano sempre se c’è per caso un terremoto in atto. Ma senza partecipazione attiva non credo sia jazz, checché ne pensasse Gramsci: https://www.nazioneindiana.com/2012/01/15/gramscession/.

E ora, mentre torno a casa dopo un meraviglioso concerto, canto mentalmente, poi fischietto, poi comincio a modulare suoni a voce alta. Improvviso, ricostruendo gli assoli, ma come avessi ascoltato, immortali nel tempo dello swing, Booker Ervin, Benny Golson, Roland Hanna, Danny Richmond: la Mingus Dinasty, col grande capo che ipnotizza gli uomini del suo gruppo e li fa intervenire a un suo cenno.

Il mito - perché di mito si tratta - dimostra che il viaggio non è un fatto di chilometri - mille, trecento o appena un paio - ma di impegno mentale, di progetti, di prefigurazioni, di destinazioni.

E la colonna sonora di un viaggio è fondamentale, all’andata e al ritorno.

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