Il 13 ottobre del 1964, nel pomeriggio, moriva Madeleine Delbrel. Un malore improvviso, mentre scriveva.
Era a Ivry: quartieraccio nella periferia di Parigi. C’era arrivata trent’anni prima, con due amiche, visionarie come lei, l’avevano scelto perchè era grigio, puzzolente di nafta e pieno di rumori d’officina. Volevano vivere il Vangelo nella quotidianità, la parrocchia la sentivano stretta ma lì in quel degrado ci seppero vedere il loro destino.
Arrivarono da Parigi di mattina, col tram, e come bagaglio avevano solo un mazzo di fiori e una statua della Madonna. Madeleine aveva avuto un'infanzia e un'adolescenza da figlia unica, un po' viziata. I genitori tra di loro non si sopportavano, ma di lei erano innamorati. Sveglia, colta, responsabile, vestita alla moda, più libera delle ragazzine della sua età, a 13 anni fumava e i suoi le permettevano di rientrare tardi. Frequentava col padre i salotti letterari.
È atea, ha una visione del mondo disincantata e non crede all’amore. Finchè non incontra un ragazzo che le piace da morire con il quale passa un' estate da sogno, tra balli e corteggiamenti, poi questo all’improvviso sparisce: entra dai domenicani, diventa frate e non si vedranno mai più. È lo spartiacque nella la vita di Madeleine: cambia direzione come gli scambi del treno. Fu la rabbia e il dolore ad avvicinarla a Dio, dopo lo riconosceva ovunque.
Si dedicherà alle persone più fragili, in ogni volto ci vedrà un santuario, le periferie diverranno le sue chiese. Lavorerà come assistente sociale nel Comune di Ivry e collaborerà fianco a fianco con i militanti del partito Comunista che considerò dei maestri. Divenne leggera, sorridente ora si prendeva in giro. Pubblicò libri, vinse premi. Scrisse un trattato sulla tenerezza e uno sulla gioia.
Fu una mistica senza visioni innamorata del quotidiano pieno di mistero.
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