Partirei da un presupposto: "Eravamo comunisti" è un libro strano, intrecciando due generi che non è usuale tenere assieme. Lo cominci con la curiosità di chi approccia un'autobiografia (quella, appunto, di Massimo D'Alema) e lentamente ti ritrovi nel bel mezzo di un saggio politico (per di più non circoscritto alle vicende italiane), con quel che richiede in termini di letture e conoscenze precedenti.
È anche un libro onesto. Non che fosse in dubbio il profilo dell'autore: ma in quel che racconta, stavolta sembra omesso solo quel che doveva necessariamente esser omesso. E molti avvenimenti, non sempre piacevoli - e talvolta perfino poco onorevoli - vengono anzi ricostruiti con ricchezza di dettagli. Che sia frutto della volontà dell'autore o che magari c'entrino i consigli del saggio Pietro Spataro - molto più che un braccio destro in questa avventura editoriale - è difficile dire. Ma una ipotesi, evidentemente, non esclude l'altra.
A settimane dall'arrivo in libreria, una recensione di "Eravamo comunisti" non avrebbe gran senso. Ed anche per questo è forse meglio provare ad illuminare alcune delle questioni che, raccontate da D'Alema come problemi del passato, si confermano tutt'oggi come temi aperti e irrisolti. Ce ne sono diverse, naturalmente: ma una, anche in ragione delle cronache di queste settimane, si propone come la più impellente ed insidiosa. Intendiamo il rapporto tra la sinistra (storica ed attuale) ed i genericamente definiti "movimenti giovanili".
Nell'appassionante racconto del suo itinerario politico-personale-sentimentale, Massimo D'Alema ricostruisce con precisione due momenti nei quali quel rapporto si rivelò prima assai difficile e poi addirittura drammatico (per il Pci, ma non solo): il 1968 e il 1977. È a partire dall'analisi delle rivolte giovanili di quelle due fasi storiche - rivolte, ci è chiaro, diversissime tra loro, eppure entrambe iper-politiche - che l'ex Presidente del consiglio mette nero su bianco un'affermazione che oggi, forse, mitigherebbe: "La rivolta di una nuova generazione si esprime sempre nella volontà di cambiare il mondo e non solo la propria condizione materiale".
Pesa, naturalmente, il tempo intercorso da allora ad oggi: mezzo secolo, sufficiente a cambiare il mondo. Ma è certo che tra la distruzione delle vetrine del lusso ed il saccheggio di scarpe e capi firmati, quella volontà di cambiare il mondo (e non solo la propria condizione materiale) è sembrata vacillare fortemente...
Dettagli. Quel che resta alla fine della lettura, infatti, non è questo o quel giudizio: e nemmeno l'inevitabilità di una svolta rispetto ad un'altra. Resta l'avvincente rilettura di un percorso (e di una vita) al termine del quale ti ritrovi la malinconia appiccicata addosso. E non è colpa solo della giovinezza, andata via per sempre (cosa che pure c'entra...): è che avverti, leggendo, che non è solo quella che non tornerà mai più.
E qui dovremmo dire del Pci: che più degli studi, della famiglia e degli amori ha plasmato la vita di Massimo D'Alema come una religione. Ne ha condizionato la fanciullezza (una città e poi un'altra, seguendo il padre funzionario e poi dirigente di partito); ne ha segnato la formazione (con gli anni intorno al 1968 vissuti pericolosamente alla Normale di Pisa); ne ha assorbito l'intera maturità (lasciando spazio a poco altro).
Un Partito - ora lo si può dire con lucida serenità - straordinariamente diverso dagli altri, e che ha dunque concesso a D'Alema una vita ugualmente straordinaria: per le persone conosciute, per i luoghi visitati e soprattutto per i "momenti storici" attraversati da postazioni di assoluto riguardo. Tutto è raccontato con rigore, senza indulgere alla propaganda: l'Urss e la Cina, Togliatti-Longo-Beriinguer, il terrorismo e l'Unità, Occhetto e la Bolognina... Nei momenti che contavano, possiamo enfaticamente dire, lui (D'Alema) c'era: e alcune sue ricostruzioni rivelano dettagli inediti.
Colpisce (e spiace) che il racconto si arresti prima che arrivi in campo, finalmente, la "sinistra di governo": l'Ulivo, Prodi, Berlusconi, la sua stessa ascesa a Palazzo Chigi... È l'approdo di un lunghissimo e controverso cammino: eppure rimane nell'ombra. Ci piace pensare che la scelta sia stata dettata solo dall'intenzione di evitare il riaprirsi di tensioni e incomprensioni con i tanti protagonisti di quella fase ancora in piena attività. Fosse così, si tratterebbe di una scelta apprezzabile.
A tener alto il tasso di litigiosità nel cosiddetto campo largo, bastano le polemiche dell'oggi: quelle del passato, almeno stavolta, riposino in pace...


