L'Atlantico si è allargato, sosteneva qualche analista di fronte alle esternazioni inattese di Donald Trump, che rimettevano in discussione o quanto meno in esame il legame fra Stati Uniti ed Europa. Può darsi, però, che invece siamo noi, su questa sponda, ad accorgerci con stupore di quanto la distanza sia enorme e di quanto in passato l'avessimo sottostimata. Forse - chissà - potremo persino ringraziare la Casa Bianca, che ha voluto sottolineare in termini quasi brutali quello che gli osservatori più realisti da tempo avevano capito.
Eppure nei discorsi quotidiani sui mezzi di comunicazione questa coscienza non si è ancora fatta spazio. La vulgata più diffusa è quella che racconta l'America come un fratello minore dell'Europa, fisicamente grosso e dotato di muscoli, ma con minore capacità di comprendere le logiche del comportamento e, alla fine, di fare le scelte più adeguate ai diversi contesti; e dunque bisognoso di aiuto da qualcuno più maturo. Ma questa è mitologia, ovviamente, e per quanto reiterata e ribadita nei luoghi comuni appare sempre meno convincente. Per smentirla in modo netto serviva un lavoro di ricerca rigoroso e inattaccabile, capace di sfuggire agli anatemi più o meno interessati dei commentatori di fresca nomina. Davanti al libro di Maurizio Boni "Il vincolo transatlantico" (Il Cerchio editore), gli opinionisti mainstream che si improvvisano esperti di geopolitica avranno di che riflettere.
Il curriculum dell'autore, generale oggi in congedo, è un percorso di alto livello attraverso i vertici delle Forze armate sia nazionali sia alleate. Ma non ci sono veli istituzionali nelle pagine del libro, che anzi introduce un concetto scomodo già nel sottotitolo "L'Europa nell'egemonia americana dal secondo dopoguerra alla Conferenza di Monaco 2026". E se approfondire un argomento spinoso fa spesso correre il rischio di vedersi attribuire etichette come "anti-americano", il generale Boni ha adottato un metodo che ne rende il lavoro quasi immune dal rischio: usa esclusivamente fonti statunitensi, esaminando a fondo articoli, volumi e documenti ufficiali firmati in prima persona dai creatori della politica estera statunitense.
La rivelazione complessiva, la visione cioè del volto più autentico degli Stati Uniti, è assieme illuminante e sconvolgente: il filo conduttore delle scelte di Washington è sempre rimasto costante, che a decidere fosse Ronald Reagan oppure Barack Obama, che le tattiche concrete fossero individuate da Henry Kissinger, responsabile degli Esteri con Richard Nixon e Gerald Ford, o da Zbigniew Brzezinski, consigliere di Jimmy Carter, o in tempi più recenti dal teorico neocon Robert Kagan o dall'attuale segretario di Stato Marco Rubio. Quale che fosse la condotta specifica di un'amministrazione, la direzione di marcia è rimasta sempre la stessa: gli interessi strategici degli Stati Uniti restano l'unico punto di riferimento. Così di volta in volta il sostegno o il contrasto all'autonomia dell'Europa è stato giocato solo in chiave di attenzione agli obiettivi americani.
Come negli anni Sessanta Kissinger aveva teorizzato che l'autonomia europea era pensabile solo all'interno di limiti precisi, quelli del "sistema atlantico", così trent'anni dopo Brzezinski voleva che l'Europa fosse la testa di ponte del primato americano in Eurasia. Se nei primi anni Duemila Kagan legittimava la subordinazione del Vecchio continente attribuendola a "differenze culturali, filosofiche e materiali", allo stesso modo tutto il dibattito recente si è avvolto attorno allo stesso tema, senza mai metterne in dubbio i presupposti. In altre parole, la strada che ha condotto alla rivendicazione esplicita di "accesso totale e senza restrizioni" per gli Stati Uniti alla Groenlandia, territorio sovrano di un paese alleato, in una riedizione ampliata della "dottrina Monroe", è una strada lineare. Di nuovo c'è solo lo stile, irruente e poco diplomatico come imposto dal presidente, ma la sostanza è la stessa.
Da quest'analisi viene fuori una visione disincantata, che svela senza illusioni l'esistenza di differenze e contrasti sui due lati dell' Atlantico. Da una parte, interessi concreti e volontà di perseguirli, anche a costo di rivedere le alleanze e le presunte affinità di valori.
Dall'altra, una riottosa ostinazione a non cogliere le caratteristiche fondamentali del rapporto, o quanto meno a non volerle riconoscere in modo esplicito, soprattutto se questo comporta scelte impopolari. È il nodo arrivato al pettine con la richiesta – anzi, con l'imposizione - di un maggior impegno finanziario europeo nel riarmo in cambio di un impegno nemmeno troppo sicuro alla difesa comune.
Nel libro è citata una frase molto efficace, pronunciata dal premier belga Bart De Wever a Davos nel gennaio 2026: "Essere vassalli felici è una cosa. Essere schiavi miserabili è qualcosa di differente". Boni la spiega così: "Il vassallo ha obblighi ma anche diritti. Il signore deve proteggerlo, amministrare giustizia, rispettare status e privilegi. La schiavitù, per contro, è subordinazione senza reciprocità: lo schiavo ha solo obblighi, nessun diritto, nessuna protezione contrattuale". E il giudizio sulla classe politica europea, pronta ad accettare la subordinazione pur di non prendere sulle proprie spalle le responsabilità di una politica autonoma, è senza appello.


