MARE FUORI
“Il ricorso alla morale è solo per privilegiati.
Con me non è necessario”.
105 milioni di visualizzazioni su Raiplay, 45 milioni di ore di fruizione online (il sito della Rai più volte andato in tilt per eccesso di collegamenti), 3 stagioni per 36 episodi, pare che la produzione abbia già firmato fino alla sesta stagione; guide turistiche e tour operator ormai costretti ad organizzare visite nelle location della serie; opera già venduta ai maggiori broadcast europei; gli attori accolti da folle urlanti, come fossero i Beatles, ad ogni uscita pubblica.
Un fenomeno da capogiro, “Mare fuori”, la serie italiana ormai di culto, innanzitutto, ma non solo, per il pubblico tra i 16 e i 25 anni. Un fenomeno esploso sul web, grazie a Netflix, e poi di nuovo ripreso dalla Rai, che lo aveva prodotto e continua a produrlo mandandolo in onda anche nella tv lineare, a dimostrazione che lo streaming è ormai una modalità di fruizione autonoma e destinata a diventare prevalente, già oggi preferita dai settori più interessanti del pubblico per i pubblicitari: giovani e ceto medio intellettuale.
Lo scenario è ancora una volta Napoli, come “Gomorra”, “Un posto al sole”, “L’amica geniale”, “Mina Settembre”, “Il Commissario Ricciardi”, “I Bastardi di Pizzofalcone” ecc., ma stavolta si prende spunto da Nisida, dal carcere minorile di Nisida, spostato qualche chilometro più a sud, sul Molo San Vincenzo, alle spalle del Maschio Angioino.
Il riformatorio, il carcere minorile, è a sua volta lo scenario dell’immaginario cinematografico almeno da “Angels with Dirty Faces”, film-capolavoro del 1938, con James Cagney e Humphrey Bogart; nel cinema italiano si può ricordare “Mery per sempre” di Marco Risi, ambientato nel carcere minorile “Rosaspina”, ispirato al “Malaspina” di Palermo. D’altro canto, il carcere minorile di Nisida fu anche il luogo della celebre invettiva di Eduardo: guagliù, fujtevenne 'a Napule!
Il racconto si muove tra analisi sociale, intrecci sentimentali e scontri generazionali con la struttura narratologica della soap opera, cioè attraverso una pluralità di vicende che si aprono e si interrompono senza svilupparsi immediatamente, con un ritmo che accresce la partecipazione emotiva dello spettatore, nell’intento di fidelizzarlo alla visione. Un universo chiuso e concentrazionario che rimanda ad altri format televisivi, “Grande fratello” su tutti, tuttavia, con la particolarità del luogo, che lascia trasparire una riflessione sull’ultima pena corporale rimasta negli ordinamenti contemporanei: la detenzione, con i suoi esiti divaricati, soprattutto nella minore età, tra espiazione e rieducazione da un lato, o apprendistato e avviamento definitivo al crimine, dall’altro.
Tale trama di possibilità non è evitata dalla narrazione, attraverso personaggi ben delineati nella personalità attraverso una sceneggiatura attenta. Se si ricorre infatti al luogo comune – il milanese rampante, la rom ladruncola, i giovani delfini delle famiglie camorriste – il cliché sembra quasi sempre programmaticamente destinato ad essere smentito dalle vicende dei protagonisti, per restituire agli stessi quella umanità che lo stereotipo negherebbe.
All’opposizione fondamentale tra legalità e illegalità, si aggiungono le dinamiche tra ragazzi del Nord e ragazzi del Sud, le distanze tra gli strati sociali negli stessi quartieri napoletani, o tra italiani ed immigrati o figli di immigrati, ma anche quella tra ragazzi e ragazze, o tra eterosessualità, omosessualità e transessualità. Il mondo esterno resta sullo sfondo, ma le guerre tra i diversi clan della città si riverberano sull’universo chiuso del carcere, determinando legami, inimicizie, lotte, ma anche inaspettati rovesciamenti di ruoli e svolte nella narrazione. Varie sfumature di bene e di male sono sapientemente distribuite tra i personaggi, le cui storie appaiono perennemente in bilico tra definitiva caduta e possibile redenzione, un altro dei topoi della letteratura universale, conferendo umanità al racconto.
Uno degli aspetti peculiari della serie, che ha potuto colpire il pubblico più giovane, è appunto la giovane età dei protagonisti, spesso rappresentati in conflitto con gli adulti e con alle spalle traumi, famiglie violente, sfarinate o assenti: un mondo degli adulti che appare spesso contesto se non causa diretta dei reati di cui sono accusati i protagonisti, mentre l’altro mondo degli adulti, costituito all’interno del carcere dalla polizia penitenziaria, dagli educatori e dalla direttrice dello stesso istituto, una Carolina Crescentini azzoppata dalla vita e dalla personalità a volte spigolosa, rappresenta nel racconto la costante possibilità di una vita diversa.
Sul piano della narrazione cinematografica, i movimenti di macchina sono molto ben studiati, a partire dalle soggettive e i piani-sequenza; per nulla scontato, anzi ormai divenuto paradigmatico, l’uso del flashback nella narrazione; anche i droni nelle riprese non sono utilizzati esclusivamente in senso calligrafico-paesaggistico, ma vengono riconfigurati in chiave narrativa ed espressiva. I colori della fotografia non sono quelli acidi di “Gomorra”, ma neppure con la saturazione di “Un posto al sole”. Qualche vezzo citazionistico, sempre presente in ogni opera contemporanea, lascia trasparire un celebre montaggio del Padrino o qualche omaggio a Paolo Sorrentino.
Il commento musicale è eccellente, oscillando tra un leit-motiv minimalista per piano solo (il compositore Stefano Lentini ha anche messo a libera disposizione la partitura sul suo sito), brani di musica trap, napoletana e non, e la sigla della serie, ormai divenuta a sua volta un brano di culto, con centinaia di migliaia di condivisioni sui social: Ce sta ‘o mare fora, che nel mare intravisto al di là delle sbarre rappresenta quella spes contra spem, quella speranza dei senza speranza, che costituisce la cifra dell’opera.
Qualche riserva?
Sì.
A parte qualche errore, come la pizza nella celebre pizzeria di Porta San Gennaro, che nella prima scena appare mangiata con gusto, ma che nella scena successiva ricompare integra e abbandonata dall’avventore (e una pizza non si abbandona mai a Napoli!), per un racconto che si svolge tra reati, carceri ed esecuzione della pena, e per un prodotto narrativo di grande qualità, c’è qualcosa che non quadra.
Ad esempio, la storia dei due protagonisti principali, Carmine e Filippo, è macchiata da clamorosi svarioni. La vicenda di Carmine origina infatti da un omicidio commesso per legittima difesa. Peccato che la difesa legittima non sia solo un’attenuante, discrezionalmente concedibile dal giudice, come si sente dire nel film, ma un’esimente, cioè è una causa di giustificazione che esclude la responsabilità: cioè "il fatto non costituisce reato".
È un errore grave. Carmine, peraltro pure minore - nel caso si fosse pure interpretato il fatto come eccesso colposo di legittima difesa (difficile però per una rissa in tre contro uno) - non credo sarebbe finito in galera, a tempo indeterminato, e addirittura in forma cautelare, prima di ogni giudizio.
Analogamente, Filippo, il “chiattillo milanese”, poco importa fosse di famiglia benestante, avendo assunto droga prima dell’omicidio (certo colposo) dell’amico, si trovava in una condizione processuale peggiore, non migliore, di Carmine, come si dice nel film, giacché l’assunzione di droga, alcol o sostanze psicotrope, costituisce un’aggravante specifica.
Insomma, ci voleva tanto ad assumere un consulente legale e scrivere cose più plausibili?
Talora poi si vira decisamente verso lo splatter, e francamente non si capisce il perché: p. es. Pinuccio ha proprio bisogno di “sparare tre colpi ‘mpietto” al compagno della madre ed ucciderlo, perché aveva maltrattato il suo cane, non bastava lo ferisse?
Nella seconda e terza serie, anche se gli autori sembrano meno in vena dal punto di vista della narrazione corale, tuttavia chiudono le vicende di alcuni e fanno entrare in scena nuovi personaggi, di grande impatto sulla narrazione. Tra questi l’iconica Rosa Ricci, rampolla del relativo clan comandato da Raiz (ormai artista completo, perfetto nella parte del boss): personaggio femminile sfaccettatissimo, già divenuto di culto nell’interpretazione della giovane Maria Esposito.
Da rilevare pure che le location della serie sono in luoghi non tradizionali della narrazione napoletana: anche in questo caso, né le periferie di Gomorra e dei manierismi gomorristici, né la solatia Posillipo della famosa soap; piuttosto, oltre al Molo San Vincenzo, zona militare finora interdetta ai civili, la “città porosa” delle scale antiche, che da Montesanto si estende longitudinalmente fino alla Pedamentina di San Martino, passando per il Corso Vittorio Emanuele dei nuovi alberghi di lusso: una Napoli che mantiene il suo sguardo sul mare, senza scivolare nell’oleografia. D’altro canto, alcune scene mostrano anche vari sconfinamenti nella zona una volta industriale di Corso Malta, o nelle province limitrofe, a Castel Volturno o sulla Costiera Amalfitana.
Una narrazione, insomma, che non è mai banale. Il servizio pubblico – come detto, “Mare fuori” è un prodotto made in Rai – se vuole fare il servizio pubblico, sa fare benissimo il servizio pubblico, con produzioni di grande qualità.