13 maggio 2023

CLINTON, BACÒ
E FRAGOLINO
ALLA SCOPERTA
DEi VINI PROIBITI

di NEREO PEDERZOLLI



(Grappoli di Clintòn)


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Il dopo-Vinitaly è tutto un susseguirsi di appuntamenti, fiere, convegni, anteprime e appuntamenti enologici più disparati. Le aziende presentano i vini per l’estate, rafforzano i contatti con la ristorazione e chiedono ai consumatori più attenzione al bere ‘giusto e responsabile’. Tutto questo mentre in alcune ‘terre di mezzo’ ancora si stappano rudimentali bottiglie di vini ritenuti proibiti e dunque (tuttora) bramati da qualche sparuto - e canuto, per età anagrafica - gruppuscolo di bevitori.

Stiamo parlando di vini dozzinali ottenuti da piante di viti originarie dell’America, vale a dire Clinton, Fragolino e Bacò, i cosiddetti ‘vitigni ibridi produttori diretti’. Una coltivazione diffusa a ‘macchia di leopardo’ in Valsugana, nelle campagne venete, specialmente verso Padova e Rovigo e pure in molte aie e corti della Valpolicella. Viti sistemate anche per ombreggiare le case, pergolati per abbellire scorci del paesaggio rurale, piantate nei primi anni del Novecento, in molte zone ancora alle prese con la rinascita, i problemi dei conflitti bellici, la carenza di sostanze utili in viticoltura. Scarse nozioni enologiche, ancor meno quelle legate alla cultura del sorso.



Grappoli inizialmente raccolti come uva da tavola, ma specialmente per la crescente domanda di vino. Piante che non avevano bisogno di trattamenti con rame o zolfo; in compenso garantivano copiose vendemmie. Queste varietà erano comunque state piantate qualche decennio prima del Novecento, per cercare rimedio agli attacchi della fillossera. Che verrà debellata innestando le viti di varietà europee su piante- come il Clinton - originarie dell’America.

Il più diffuso e per certi versi (ancora) bramato è appunto il Clinton, pronunciato con l’accento sulla ‘o’: Clintòn. Il suo nome è legato ad una città dello Iowa, centro americano dove si confezionavano le ‘barbatelle’ ovvero le piantine destinate alle coltivazioni europee. Ottenne un clamoroso successo, anche in zone blasonate come quelle francesi e non solo, nelle aree marginali di una vitivinicoltura duramente provata non solo dalla fillossera, ma pure da oidio e peronospora.

Grappoli di piante rigogliose, uve per un vino purpureo, rosso cupo, pure discretamente alcolico, che resiste a qualche breve stagionatura. Per decenni è stato il vero vino del popolo. Insomma, pur di aver qualcosa da bere, questa stramba tipologia andava più che bene. E tuttora è al centro di qualche diatriba e (inconfessabili?) assaggi clandestini.



Uve che gli estimatori apprezzano per sapori e particolari consistenze, decisamente poco riscontrabili tra le classiche tipologie delle uve solitamente disponibili sul mercato vitivinicolo. Piante che in qualche modo uniscono l’utilità alla piacevolezza, alla semplicità di un gusto contadino.

Vini da viti ibride ottenuti con scarse cognizioni enologiche e in contrasto con precise normative di legge, attuate già nel 1931, con un decreto del Fascio che vieta l’impianto e la produzione ‘salvo per uso familiare’. Un divieto per tanti motivi, anzitutto per ragioni economiche - si rischiava l’abbandono dei vigneti coltivati con varietà tipicamente italiane in favore di una viticoltura di sopravvivenza - e per ragioni relative alla salute, nonché per una sorta di ‘protezionismo italico’; evitare la messa a dimora di piante originarie dell’America, in quel periodo Paese ritenuto ‘nemico del Duce’.

I rischi più seri erano comunque per la salute. Le uve di questa tipologia hanno un contenuto in pectine nella buccia superiore alla media; se la fermentazione non è controllata (un tempo durava addirittura mesi!) queste si trasformano in alcol metilico dannoso non solo per la vista. Oggi questo genere di vitigno è proibito in tutta l’Unione Europea per l’altissima concentrazione di metanolo, lesiva del nervo ottico e delle cellule cerebrali. Il divieto ha però reso questo tipo di vino ‘desiderato’. Con una richiesta ora decisamente ridicola, ma che fino agli Anni ’60 è stata più che consistente.


(Uva fragola)


Giancarlo Vason - storico enologo della Valpolicella, quasi 80 vendemmie alle spalle, fondatore di una delle più importanti aziende di attrezzature e prodotti per migliorare il vino - ricorda capillari - quanto semiclandestine - spedizioni di damigiane piene di Clinton caricate su autotreni: partivano da varie zone venete con destinazione Milano, Torino e Bologna. Ufficialmente il vino era destinato a famiglie venete residenti nelle metropoli. Vino per la nostalgia della terra natìa, anche se spesso le damigiane venivano scaricate in rudimentali cantine urbane e - appena svuotate in grosse vasche - il corroborante Clinton era ‘tagliato’ con ‘vinelli’ di varia origine, per ottenere enormi quantità di liquido vinoso. Da 50 ettolitri di Clinton si poteva addirittura smerciarne quasi 300 ettolitri, vale a dire 6 volte il ‘vino base!’.

Ricordi d’antan, per non dimenticare l’evoluzione qualitativa dei vini moderni.







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