4 dicembre 2023

PERIGUEUX, UN FESTIVAL
FRA MIMI E SOGNI

di LUIGI ALCIDE FUSANI


(Un'immagine da MIMOS - foto archivi Philippe Greiller)


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A Perigueux, tutto è diverso da Avignone.

Le vie della città sono piene di stendardi bianchi bellissimi. Sugli stendardi il nome del festival, MIMOS; un lettering raffinato in cui la lettera O, una breve spirale colorata, è il marchio.

In verità la città in Francia è conosciuta prima di tutto per la cucina raffinatissima (foie gras e vini rossi: Bordeaux e Saint Emilion sono a meno di due ore di macchina). Oltre a queste leccornie, c'è una basilica di ghisa, memoria dei tempi in cui nelle vicinanze della città c'erano le miniere di ferro.

Ormai avevo imparato che la prima cosa da fare, appena arrivati, è andare alla Casa del Festival. Alla reception mi danno il programma; nella prima pagina una breve biografia del direttore, Peter Bu: studioso di teatro, giornalista, autore di parecchi testi sul mimo. Nelle pagine successive la descrizione dei quattro, cinque spettacoli al giorno per una dozzina di giorni. Niente a che vedere con la travolgente abbondanza di Avignone.

Sulla porta di un ufficio vedo la scritta “Directeur”. Consegno alla signorina dietro al banco il mio biglietto da visita perchè lo consegni al direttore; un uomo della sua esperienza può darmi consigli utili. Nemmeno un minuto e Peter Bu esce dal suo ufficio ridacchiando sornione. Vuole sapere chi è che va in giro con un biglietto da visita blu. Mi invita nel suo studio; vuole sapere chi sono, da dove vengo, che cosa faccio. Gli spiego che vorrei organizzare un festival di mimo in Italia, e vorrei che mi desse qualche consiglio. “Comincia a guardare gli spettacoli in programma... tra poco, davanti al teatro comunale c'è un sudamericano molto interessante”.

“Dove lo trovo?”. Interviene una signora esile, carnagione bianchissima, capelli lunghi sale e pepe raccolti in una treccia che cade su un delicatissimo e raffinato abito bianco di lino: “Vi accompagno io”. È la moglie-consigliera di Peter.

Arriviamo che sta per cominciare. Arriva un tipo legato in una camicia di forza; gira intorno agli spettatori su una specie di triciclo che pilota solo spostando il peso a destra e a sinistra. È tutto sudato; gli mancano i denti davanti... Quando arriva incomincia a dimenarsi e nel giro di due o tre minuti si libera dalla imbragatura.

Un piccolo impianto di amplificazione trasmette una musica ripetitiva in modo ossessivo. Inizia una performance di giocoleria in cui a poco a poco aumenta il numero delle palline che fa volare e rimbalzare dal pavimento. Io arrivo a contarne otto o nove, poi mi perdo. Non vuole essere filmato e quando uno incomincia a riprenderlo, lascia cadere tutte le palline, gli si avvicina lo afferra in mezzo alle cosce e lo bacia in bocca, sconvolgendolo... un vero bacio di passione.

Il personaggio si chiama El Loco, e ha studiato alla scuola di circo di Cuba; poi, come è arrivato scompare, sempre a bordo del suo tricclo.

Esperienza choccante. Niente a che vedere con Marcel Marceau.

Anche nei giorni successivi tutta una serie di spettacoli fuori dall'ordinario.



Ne ricordo in particolare due.

Uno, lunghissimo, praticamente, è una esperienza di antropologia sperimentale; ventiquattro ore della vita di un gruppo di persone dell'era preistorica: accendono il fuoco, riposano sulla paglia, preparano trappole per catturare animali, preparano armi, riposano, i due uomini tentano un approccio con una donna che li rifiuta scontrosa e aggressiva.

Lo spettacolo è così lungo che si può uscire, si può andare al ristorante o a vedere un altro spettacolo e addirittura a dormire... poi si può tornare dopo qualche ora e continuare a spiare questo reality dalla preistoria. Alla fine dello spettacolo, applausi e un premio ai tre spettatori che hanno resistito in teatro per tutte e 24 le ore.

Un altro... come definirlo?... un indimenticabile spettacolo pop. Lo presentava la compagnia Lakaal Ducrik (credo che si scrivesse così).

All'interno del cassone di un camion per i trasporti internazionali, aperto sul fianco, si può vedere l'interno di tre stanzette. Tre massaie, modello americano anni 50, (bigodini in testa, abito nero a pois bianchi e grembiulino) fanno i lavori della brava donna di casa con frullatori, lavatrici, ferri da stiro, aspirapolvere...

Andy Warhol l'avrebbe amato follemente. Ma ciò che dava un tocco particolare era la colonna sonora. Non Elvis o i Platters come sembrerebbe coerente, ma una canzone terribilmente kitsch, di Robert Miras: Jesus est né en Provence... “Gesù è nato in Provenza, tra Avignone e le Sante-Marie, nel sud della Francia, sotto il pizzo delle tamerici... è un pastore che me l'ha detto...”.

Ma il motivo per cui valeva la pena fare questo viaggio arriva alla fine del festival.

Peter Bu, con cui ormai eravamo diventati quasi amici, mi presenta Slava Polunin.

Slava Polunin, a quei tempi (1994) non lo conosceva nessuno; oggi lo conoscono tutti, in tutto il mondo; i suoi spettacoli vengono ospitati per settimane e settimane a Londra, a Parigi, a Berlino, a Roma e Milano, e il successo è tale che periodicamente vengono riproposti. Ci diamo appuntamento in teatro, dove i tecnici stanno allestendo la scenografia. Peter mi spiega che Slava aveva cominciato la sua carriera in Russia con i Licedei, la famosa compagnia di mimi di San Pietroburgo, a fine anni '60.

“Ma cosa hanno in più questi mimi e clown russi, rispetto ai loro colleghi occidentali?”, “Noi abbiamo BISOGNO di esprimerci. Il silenzio del mimo ci serve per superare i muri della censura... e la stupidità dei burocrati...”.


(foto di Benjamin Collard)


Alla sera mi succede una cosa incredibile. Arriviamo al teatro... tutto esaurito; prendiamo posto. Si spengono le luci, sul palco comincia a nevicare. Slava si sporge dietro la quinta di sinistra; spia il pubblico, poi fa un passo verso destra, e si ferma di soprassalto come se avesse avvertito un pericolo, guarda il pubblico, si tranquillizza, respira, e fa un altro passo. Regge un guinzaglio; si pensa che ci sia un cane che lo segue, invece al passo successivo compare una piccola casa di tre piani con le finestrine illuminate. Slava continua a spostarsi verso il centro del palco. Un passo; uno spavento; una occhiata verso gli spettatori, un sospiro di sollievo, un passo.

Dopo la prima casa ora ne è apparsa una seconda, due piani, e dopo poco una ultima più piccola ancora. Io che ero entrato in teatro che stavo benissimo, ora mi sento male. Mi è venura una nausea tremenda. Sto pensando di uscire; mal di testa, non riesco nemmeno a respirare. Lo dico a mia moglie. “Ma come mai? Così tutto all'improvviso?”. Slava continua il suo cammino sofferto.

A un certo punto mi si oscura lo sguardo, come se stessi per svenire, e nel buio che è sceso sui miei occhi vedo l'immagine di un vecchio clown: nella sinistra regge un violino; nella destra l'archetto. Si muove con la stessa lentezza di Slava, e anche lui guarda il pubblico come a cercare qualcuno o qualcosa. Dagli abissi del mio inconscio è emerso qualcosa: la memoria di quando, avrò avuto tre o quattro anni; mio padre mi aveva portato non so dove, a vedere Grock. Credo che questa sia stata una esperienza molto simile alla sindrome di Stendhal.

Ho chiesto a mia madre conferma del mio ricordo, ma mia madre,che detestava il fatto che io mi occupassi di teatro, e ancor peggio, di pagliacci, è stata reticente... ma questa è un'altra storia.







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