21 giugno 2022


VAL CODERA
LA GIUNGLA SILENTE

di PAOLA RIZZI
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Capita di fare incontri strani, in Val Codera. Di perdersi nei racconti mitologici di boy scout entrati in clandestinità. Di fare salti indietro nel tempo. Ma non troppo indietro, quanto basta per figurarsi di vivere in un happening anni ‘70 a 824 metri di quota, anche se sembrano 3000 dopo i 2600 gradini di granito che scavallano 600 metri di dislivello, per raggiungere un posto dove tutti pare stiano sempre festeggiando e quindi mangiando, ma soprattutto bevendo, qualcosa. Un luogo dell’anima che poteva scomparire o trasformarsi in qualcosa d’altro ma che per il momento resiste, perché una comunità lo difende con i denti, lo tutela, lo coccola.

Il carattere della valle dipende molto da come ci si arriva: da secoli, solo a piedi, attraverso una mulattiera che si inerpica ripida da Novate Mezzola, paese lungo la strada che porta alla val Chiavenna, all’imbocco della Valtellina. Dopo due ore e mezza di cammino faticoso tra pareti di roccia, dirupi, boschi di castagni, improvvisamente si sbuca all’ingresso della valle e del paese che non ti aspetti: un villaggio di una certa grandezza con la cinquecentesca chiesa parrocchiale e abbastanza case da averci vissuto nei secoli fino a 500 persone. Bellissime baite di pietra grigia.

Lavorare la pietra è una delle vocazioni locali: parte dell’economia della valle si è retta sul lavoro dei “picapiedra”, i tagliapietra che a forza di braccia spaccavano e intagliavano il granito sanfedelino, molto richiesto per i cordoli e i marciapiedi nelle città della pianura. Lavoro duro di cui si vedono ancora segni nelle cave che bucano le pareti della montagna. Ai tempi d’oro in paese c’erano negozi e bazar, una scuola. A partire dagli anni ‘70 in poi la vita scomoda ha portato giù a valle gli abitanti e svuotato le case, con il rischio che Codera si trasformasse in un paese fantasma. O peggio, in una località turistica standard facilmente raggiungibile e quindi meglio sfruttabile. Da decenni si parla di realizzare una strada carrozzabile. Per ora i difensori di Codera resistono, lasciando come unica alternativa ai piedi l’elicottero, utilizzato soprattutto dagli anziani e per il trasporto delle merci.

La difesa attiva del territorio è tutta sulle spalle, mani, gambe dell’associazione degli 'amici della val Codera', costituita negli anni ‘80 da coderesi e da aficionados, che si occupano della manutenzione dei luoghi e della conservazione della cultura materiale. La scuola è diventata una locanda e una osteria dove si consumano i prodotti locali. Primo fra tutti la castagna, con cui si fa praticamente tutto: ravioli, pasta, i cosiddetti pizzoccheri della Valchiavenna ossia gnocchi di castagne, la marmellata, la birra, le torte. Sulle pendici ripidissime si coltivano anche il mais ottofile, che diventa polenta, i fagioli bobis e borlotto di Codera e le patate. Un piccolo museo etnografico racconta di tutto questo: dalla filiera della castagna al lavoro di scalpello del picapiedra.

Gli abitanti scesi a valle hanno messo a disposizione le loro case per un albergo diffuso e si può quindi dormire nei lettoni con i materassi altissimi, tra comò con le foto degli avi e il bagno fuori con lo scaldabagno a legna che, per la cronaca, funziona benissimo grazie ai ceppi del bosco e alle foglie secche del mais e, come ci ha detto l’ostessa, si evita così di dare i soldi a Putin. Il paese è abitato tutto l’anno da una decina di persone, ma nei weekend e d’estate riprende vita, le case si aprono, tra turisti e locali che tornano, aperitivi sul prato e chiacchiere da un balcone all’altro in questa dimensione comunitaria molto anni Settanta. Spesso ospita volontari, ragazze e ragazzi di tutto il mondo, per i campi estivi del servizio civile internazionale, di Legambiente e di altre associazioni che danno una mano nei lavori di manutenzione della montagna e degli orti.

In mezzo a questo andare e venire succede di incontrare boy scout in fila indiana in calzoncini, calzettoni, fazzoletto e distintivi che attraversano il paese per andare verso il fondo valle, sotto il pizzo Badile, alla Casera e alle altre tappe del circuito scout. E qui la val Codera incrocia l’epopea di un gruppo di boy scout cattolici che durante il fascismo decise di entrare in clandestinità e di mettere in atto una propria resistenza disarmata.

Ci sono vari libri, un film e una graphic novel che raccontano la storia delle Aquile Randagie, nome di battaglia di un pugno di ragazzi milanesi e brianzoli che dopo lo scioglimento delle associazioni scout imposto dal fascismo nel 1927 decise di disobbedire. Le cronache raccontano che violando i divieti tale Ciacco, un lupetto del Milano, fece la promessa nelle mani di Giulio Cesare Uccellini detto Kelly allora ventiquattrenne, iniziando così lo scoutismo clandestino. Sono una ventina di ragazzi, alcuni giovanissimi. Come i partigiani si danno nomi di battaglia: Kelly, Baden, Sparviero di mare e entrano in quello che definiscono, ispirandosi a Kipling, il periodo della Giungla Silente, una resistenza scout durata 16 anni 10 mesi e 29 giorni, fino alla caduta del fascismo.

Non era facile trovare posti abbastanza appartati dove poter esercitare il proprio scoutismo alla luce del sole, con divise, riti e campi. Per questo la Val Codera, isolata e irraggiungibile, diventa uno dei luoghi di elezione del gruppo. Le loro imprese però si sviluppano soprattutto dopo il 1943, quando aderiscono alla Resistenza, quella combattente, ma senza impugnare le armi. Fondano l’ OSCAR (Opera Scautistica Cattolica Aiuto Ricercati) e si occupano di fornire documenti falsi e di organizzare l’’espatrio in Svizzera, lungo i sentieri di montagna, di ebrei e perseguitati politici. Un’attività di successo che permise di salvare ben 2166 persone, tra le quali pare anche Indro Montanelli.

Dopo la guerra le Aquile Randagie continuarono a frequentare la valle, soprattutto Andrea Ghetti (Baden) , poi diventato prete e parroco a Milano. Oggi gli scout continuano a pellegrinare in valle, collaborano ai lavori di manutenzione e fanno base in due edifici lungo i sentieri che portano verso le frazioni di Brescidega e poi verso il rifugio Brasca, tappa del sentiero Roma.

Per ridiscendere dalla Val Codera una strada alternativa a quella dell’andata, molto panoramica, è il cosiddetto Tracciolino che porta alla vicina valle dei Ratti. È un camminamento scavato nella parete della montagna che serviva da collegamento tra le due dighe costruite nelle due valli attorno agli anni '30. In alcuni tratti ci sono ancora i binari del trenino usato dagli operai. Il tragitto completo è interrotto da una frana ma la deviazione per San Giorgio di Cola è un altro regalo di questo “paradiso perduto”, come lo chiamavano le Aquile Randagie. Paese di cavatori di granito, San Giorgio è un agglomerato di case grigie con una spettacolare chiesa con parti romaniche e il resto settecentesco, naturalmente di pietra sanfedelina, che spunta in una radura affacciata su un dirupo. Sono solo 700 metri di altezza, sotto si vede il lago di Novate Mezzola, ma sembra un altro pianeta.








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