"Nel massimo rispetto della decisione assunta dal Governo, attendo ora di conoscere le motivazioni del provvedimento - è stato il commento a caldo di Vicinanza -. Sono convinto di lasciare una città in condizioni migliori rispetto a quelle in cui l'avevo trovata, grazie a un lavoro costante, concreto e silenzioso portato avanti in questi anni. Auspico che Castellammare non torni nell'immobilismo amministrativo che avevo riscontrato al mio insediamento e che ha caratterizzato gran parte degli ultimi vent'anni. Ho sempre sostenuto, e lo ribadisco, che è nei vuoti amministrativi che la criminalità organizzata trova lo spazio per radicarsi. Per questo rivendico la scelta di non essermi dimesso e di aver portato a termine il mandato affidatomi dai cittadini, onorando fino in fondo la fiducia e la speranza che avevano riposto in me.
"È grazie al loro sostegno - ha concluso il sindaco - se sono rimasto al mio posto, a lavorare, fino all'ultimo minuto. Resta l'amarezza per non aver ricevuto dal principale partito del centrosinistra il sostegno che avrei ritenuto opportuno. Al contrario, ho subìto continui attacchi personali da parte della componente più giustizialista e settaria del Pd guidato da Elly Schlein. Un metodo di delegittimazione che, a mio avviso, è molto lontano da una sana dialettica democratica e dal modo in cui la politica dovrebbe porsi al servizio delle comunità che amministra".
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Non derubrichiamola, non è l’ennesima crisi di palazzo, la ricorrente sventura di un comune del Sud inquinato dalla camorra. La decisione del Viminale - sciogliere per la seconda volta in quattro anni l’amministrazione comunale di Castellammare di Stabia - apre una brutta ferita in quel che ancora c’è di sano nel corpo della un tempo celebrata ‘Stalingrado del Sud’. Non solo perché la governance democratica della città delle acque viene nuovamente messa in mora – lo scioglimento alla fin fine è pur sempre, almeno in teoria, una forma di tutela contro le infiltrazioni del malaffare - ma perchè viene licenziata in tronco una giunta, quella guidata da Luigi Vicinanza affiancato da Giuseppe Di Capua, votata e sostenuta da migliaia di cittadini proprio perchè garantissero legalità e trasparenza.
Di questi amministratori nessuno, nemmeno gli avversari più giurati, mette in discussione l’onestà personale, e neppure l'impegno nel governo: nessuna ombra pende sulla giunta, non uno dei suoi esponenti che sia coinvolto in azioni censurabili. Questo paradosso sarà impossibile scioglierlo: accusare di mafiosità chi la mafia la combatte. Ne conseguirà uno sfascio politichese che finisce tutto addosso al Pd nazionale e a un gruppo di suoi riferimenti locali, assecondati dal centrodestra che vive l’intera faccenda come una sorta di vendetta dopo lo scioglimento che subì nel 2022. La Elly Schlein che della lotta a correntine, gruppi e notabili locali aveva fatto un vanto risulta non pervenuta.
L’obiezione che ha guidato la campagna antigiunta suona nel migliore dei casi tartufesca: “Troppe liste civiche, troppi crediti aperti verso terzi, troppa permeabilità nell’amministrazione”. La domanda vera da farsi sarebbe invece questa: si può onestamente sostenere che l’operato della giunta è stato soggetto a decisioni prese altrove, che Vicinanza e i suoi hanno apertamente favorito questo o quel potentato? Esiste insomma una dimostrata sudditanza verso entità e interessi ‘altri’ rispetto a quelli della comunità cittadina? Qui si materializza un secondo paradosso: nessuno dei critici muove neanche questa, di obiezione. Perché la giunta Vicinanza è andata, e visibilmente, in direzione ostinata e contraria. Difficile negarlo.
Oltre a allontanare dal palazzo comunale un paio di consiglieri dopo un’indagine anticamorra, l’amministrazione si è schierata dalla parte dei cittadini ordinari. A cominciare dalla gestione del litorale ora balneabile, riscoperto dopo 50 anni e messo a disposizione di tutti salvandolo da predazioni privatistiche. E grazie a quel litorale aperto e ben difeso la città ha fatto un salto della memoria, ha ritrovato frammenti di identità amati e perduti - sembrava irreversibilmente - dopo gli anni Ottanta.
Perché il punto, a Castellammare di Stabia come in mezzo Sud, non è (solo) il contesto inquinato. Il contesto inquinato, in sè, sarebbe la famosa scoperta dell’acqua calda: in certi quartieri da un secolo convivono persone perbene e malavitosi e assassini (anche se naturalmente è un passo avanti il fatto che la procura di Napoli abbia deciso di combattere a oltranza – si spera – gli insediamenti dei clan stabiesi). Se il punto fosse solo l’habitat tossico, il futuro di questa e di varie altre medie città meridionali sarebbe già scritto: "Ingovernabili per avvenuta morte civile".
Dovrebbe contare di più, invece, dove si vuole andare e si sta andando, come e dove si conduce la macchina che guida questi territori sfortunati. Riuscire a governare facendo prevalere le ragioni della collettività è la risposta giusta. Vicinanza e i suoi ci hanno provato. Il cinismo politico del Pd e del governo hanno archiviato il tentativo.