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I problemi sul posto al momento sarebbero più gravi: il comune di Torre Annunziata, centrosinistra, è appena stato sciolto per infiltrazione camorristica. E quello confinante, Castellammare di Stabia, pure del centrosinistra, è in attesa di verdetto da parte del ministero dell’Interno. Ma quel che tiene banco da alcune ore è l’annuncio della messa in vendita di Rovigliano, isolotto-fortezza che fa da spartiacque fra le due città proprio davanti alla foce del fiume Sarno, venti chilometri da Napoli a nord e dieci minuti dall’ingresso alla Costiera sorrentina a sud.
Il sindaco di Castellammare, Luigi Vicinanza, ha già dato un sacrosanto altolà, facendo appello al ministero della Cultura, o alla Regione, o alla Città metropolitana, insomma a un protagonista pubblico perchè acquisisca Rovigliano e lo affidi al parco archeologico di Pompei. Altre obiezioni cominciano a serpeggiare, innanzitutto dal mondo green. La rocca è ormai il dormitorio di centinaia di cormorani: negli ultimi anni i comuni avevano ipotizzato di illuminarla di notte, ma le associazioni ambientaliste e ornitologiche si erano opposte facendo valere la normativa a tutela delle specie di avifauna registrate tra la foce del Sarno e lo scoglio. A maggior ragione preoccupa l'ipotesi di privatizzazione.
Tutto è cominciato con un annuncio: “A soli 500 metri dalla costa, nel cuore del Golfo di Napoli, un’isola privata di circa 5.800 metri quadrati si svela al mondo come una tela bianca per un intervento visionario e di altissimo profilo”. È il promo dell’agenzia immobiliare Engel&Völkers, la roccia risulta dopo decenni disponibile per eventuali acquirenti. L’agenzia è riuscita a raccogliere la diaspora dei proprietari disseminati nel mondo – rami delle famiglie Brigante e Malafronte – e è venuta a capo della faccenda, prospettando un affare molto glamour.
“Questa straordinaria proprietà - continua infatti il promo - tutelata per il suo inestimabile valore storico e paesaggistico, attende un custode capace di proiettarla nel futuro, trasformandola in una dimora privata di massima rappresentanza o in un rifugio ospitale di livello assoluto (…) l'isola rappresenta un privilegio d'altri tempi che richiede un restauro colto e mirato, da definire d'intesa con le autorità competenti per preservarne l'anima”. In poche parole l’offerta c’è ma gli ostacoli sono (giustamente) tanti: Rovigliano non è una banale pietra nel mare, ha una storia ricca e un giacimento di reperti architettonici che se anche rovinati da secoli di incuria sono tutelati strettamente (o dovrebbero) da enti locali e sovrintendenze. E fa parte della identità profonda della gente che vive nell'area.
Rovigliano, fra le comunità del posto, ispira infatti familiarità e forti suggestioni. La foce del Sarno – prima che i veleni industriali e farmaceutici letteralmente uccidessero il fiume - era deputata alle gite familiari. Lì davanti prosperava un centro sportivo con annesso campo di calcio regolamentare, che ‘serviva’ le fabbriche vicine. E a quelle frequentazioni faceva da sfondo l'isolotto, per migliaia di stabiesi e torresi vera e propria icona della storia locale, ammantato di gloriose leggende: sul versante stabiese il mito di Ercole, che di ritorno da una delle sue fatiche piantò nel mare la cima del vicino monte Faito. Sul lato torrese la storia della Vergine Bruna, dipinto recuperato dai pescatori del posto e diventato poi, con il nome di Madonna della Neve, simbolo della città (nel cui territorio Rovigliano ricade amministrativamente).
Le fonti citano lo scoglio da millenni: detto Petra Herculis secondo il mito già ricordato, poi Pietra di Plinio dopo che Plinio seniore trovò la morte a Stabia durante l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo, fu poi chiamato Rovigliano al tempo di papa Innocenzo III, che in una bolla citò la località Rubellanium come confine tra le diocesi di Napoli e Nola (secondo gli archeologi il nome deriverebbe da un’antica famiglia romana, la gens Rubilia, oppure dal console Rubelio, proprietario dello scoglio, o ancora dal latino robilia, ossia piante leguminose che crescevano abbondanti nell'agro sarnese).
Nei secoli Rovigliano ospitò un tempio romano, poi fu abitazione privata, poi luogo di accoglienza per giovani donne dedite alla vita monastica, poi monastero cistercense, infine nel XVI secolo fortezza, con torre di avvistamento contro le incursioni saracene. La torretta è ancora visibile, insieme a brandelli di opus reticulatum. Nel 1861, con l’unità d’Italia, passò al demanio e venne venduto successivamente a privati. Nel 1925 venne dichiarato monumento nazionale. L'ultima volta che qualcuno ci mise mano con un progetto fu nel 1931: un ristorante, chiuse quasi subito.
Sotto le rovine della torre, la leggenda più degna degli antichi canti è una che risale al nono secolo, quando i Longobardi occuparono la zona sotto la guida del conte Orso, che proprio sull’isoletta si stabilì con la moglie Fulgida e il figlio Miroaldo. Ma i Saraceni poco dopo conquistarono la fortezza uccidendo il conte. Anche Donna Fulgida fu trafitta da una lancia. Sopravvissuta alla ferita ma risvegliatasi in un deserto di morte, vaga da allora come uno spettro infestando l’isola alla ricerca disperata del marito e del figlio, accompagnata solo dalla danza dei gabbiani (e ora dei cormorani). L'eventuale acquirente si consideri avvisato.
Redazione