PASTA
COME PASSAI
DALLE MANI
ALLA MACCHINA

di MANUELA CASSARÀ

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Nata per soddisfare il bisogno di patria e di sapori nostrani degli immigrati, commercializzata in 77 paesi nel mondo, moltiplicata in varianti sempre più tecno, proposta anche in versione professionisti, la macchina per fare la pasta è un’invenzione con una storia meno lineare di quanto si potrebbe pensare, che ci racconta chi eravamo, con storie che ci accomunano.

Non che fossimo ricchi, stavamo mediamente bene, ma dopo la gelatiera che, a otto anni, mi aveva fatto tanto felice, mio papà, lo spendaccione di famiglia, era tornato a casa con la macchina per fare la pasta: IMPERIA si chiamava, si chiama tutt'ora, ed è rimasta abbastanza uguale, nonostante l’aggiunta di molteplici variazioni sul tema. Un tributo di efficienza al design iniziale. Dubito che mio padre si fosse fatto suggestionare dal fatto che abitavamo nell'omonima provincia, perché IMPERIA pare – dico pare non a caso - sia nata e prodotta nei paraggi di dove abito ora, a Moncalieri.

A questo punto la storia si fa più interessante di quanto questa mia affermazione potrebbe fare credere.

Cercate di seguirmi.

Cito il sito di IMPERIA: la macchina nasce per soddisfare il bisogno dei sapori di casa degli immigrati italiani negli Stati Uniti.

E fin qui, diciamo che la storia non fa una grinza.

Si dà il caso però che io sia per natura curiosa e che ChatGtp, se non si fa attenzione, può essere molto confusionaria.

Vorrei mettere agli atti che non è il caso di prenderla come oro colato.


(L'Imperia d'antan)


Che mi dice la A.I da cui tanto ci si aspetta e di cui tanto si parla, sulle origini di IMPERIA? Mi dice, senza manco averglielo chiesto, che l’azienda viene fondata da Felicita e Angelo Vitantonio; il che farebbe pensare in quel di Moncalieri, nel 1932, giusto?

Ovviamente vorrei saperne di più. Chi sono quei due? Come nasce quella coppia? Che facevano prima di mettersi a fare macchine per la pasta?

Sorpresa, sorpresa!

ChatGtp, colei o colui o coloro che me li ha in primis nominati, nega tutto e mi dice che mi sbaglio - io?!!! Ma se me l’hai nominata tu! - che della povera Felicita non c’è traccia. Che Felicita non esiste.

Ma insomma, Chat, che figura stavo per fare. Stavo per citarla assieme al marito, felicemente accasata in quel di Moncalieri.

In compenso le tracce di Angelo, scrive l’ineffabile, si fanno molto più precise.

Con un’altra sorpresa: l’unico Angelo Vitantonio riconducibile ad una macchina per fare la pasta non è piemontese, bensì un molisano emigrato nel 1892 negli Stati Uniti, dove bisognerà attendere fino al 1906 affinché s’ingegni a inventare, in un garage newyorkese, la prima macchina sfogliatrice e trafilatrice per la pasta ad uso e consumo dei suoi connazionali. Tutto documentato. Vedere foto.


(La prima Imperia)


Apro una parentesi sul brevetto: ufficialmente Angelo afferma di averla brevettata, ma sebbene su alcuni esemplari appaia la dicitura “brevettata in data 13 Febbraio 1906”, la registrazione del suddetto non è rintracciabile, quindi dobbiamo fidarci. Gli affari però devono andargli decisamente bene, perché l’intraprendente inventore si trasferisce a Cleveland, dove, stando a Wikipedia in inglese, intorno al 1920 fonda una sua società, la VillaWare Manufacturing company, per produrla e distribuirla agli immigranti nostalgici, in tutto il mondo.

Ricapitolando per non fare torto a nessuno e mettere un po’ d’ordine: la prima macchina casalinga al mondo fu inventata nel 1906 da Angelo Vitantonio, molisano emigrato negli USA.

Diamo ad Angelo quel che è di Angelo.

Mentre la prima macchina casalinga in Italia fu prodotta e commercializzata dalla IMPERIA, effettivamente in quel di Torino, effettivamente nel 1932.

Comunque, per qualche anno, in Italia, IMPERIA avrebbe dominato il mercato, fino all’arrivo di una certa Marcato Atlas, padovana, che però non è rimasta altrettanto nell’immaginario collettivo.

Tornando a noi, o per meglio dire a me, perché IMPERIA è anche un pezzo della mia storia – e, ne sono certa, di quella di molti altri italiani – mio padre dimostrando, se mai ci fosse bisogno di una conferma, che raramente gli uomini sanno cosa regalare ad una donna, persino lui che l’adorava, l'aveva comprata pensando di fare felice mia madre.

Lei, che si aspettava tutt’altro, chessò una borsetta, aveva scartato speranzosa il pacchetto; preso atto che quel lucido marchingegno di acciaio, composto da manovelle e rulli scanalati di diversa larghezza, era l’ultima cosa di cui le importava, aveva girato sui tacchi guardandolo con uno sconfortato "come ti è venuto in mente?" inespresso a parole. Dopo di che l'aveva presa con sufficienza e relegata in fondo alla credenza, dove sarebbe rimasta sempre e soltanto fino a quando lui, che ogni tanto si dilettava a cucinare, si fosse messo ad usarla, perché se aspettava lei, figuriamoci.

E dire che mia madre, nata vicino ad Argenta, avrebbe dovuto essere culturalmente e geneticamente predisposta, perché in famiglia una sdora maestra della sfoglia ce l'avevamo, mia nonna, che faceva i migliori e più memorabili tortellini di tutta la Bassa. E lo dico io che non sono di parte: erano davvero speciali.


(L'invenzione di Angelo)


Mia nonna sapeva tirare la sfoglia sottile come un velo con la sola forza delle sue braccia e con tanta santa pazienza. A proposito di braccia, le macchine per la pasta, per quanto multiaccessoriate, rimarranno manuali fino a quelle 20 braccia pubblicizzate dalla Simac Pastamatic per lanciare il modello elettrico, negli anni’80; ma questa è un’altra storia, sebbene il Carosello di quei dieci omaccioni muscolosi preposti ad impastare, diventati ormai obsoleti, è rimasto impresso nella mia mente, per dire che si è messa a fare strani scherzi.

Una volta stesa sul tavolo di marmo, con cura e precisione certosina, mia nonna la riempiva con pizzichi gentili di quel suo sapiente ripieno condito con una generosa manciata di parmigiano, un bel trito misto di prosciutto, mortadella, carne scelta e salsiccia, impreziosito con una nota di noce moscata appena grattata. Poi procedeva a confezionare i suoi più impeccabili e perfetti piccoli tortellini, che avrebbero lasciato ammirato persino Bruno Barbieri, che sappiamo tutti quanto sia in fissa al riguardo.

Tutto questo lo so perché se lo ricordano le mie papille gustative, perché se avessi dovuto aspettare che mia madre trascrivesse e mi tramandasse la ricetta, anch’io, come mio padre, sarei ancora qui ad aspettare.

Le rare volte perciò che IMPERIA, modello Titania, venne mai messa in funzione, come si diceva, fu sempre e solo per mano di mio padre, senza peraltro mai cimentarsi con ditto tortellini, ma deliziandoci con tagliatelle, tagliolini e pappardelle che arricchivano i nostri pranzi domenicali. Mia madre si sarebbe limitata al ragù, perché almeno quello poteva abbandonarlo sul fuoco per ore, e dedicarsi ai fatti suoi, quali che fossero.

Mio padre, che era un tipo preciso, si atteneva alle istruzioni del Cucchiaio d'Argento alla lettera, tot uova, tot di farina, tot di acqua, quel pizzico di sale e poi via a passare e ripassare tra i rulli, fino a che la sfoglia acquistava il giusto spessore nemmeno tanto etereo, perché a noi, incluso me piccina, che ero un fior di buongustaia, le tagliatelle ci piacevano sostanziose, ruvide e spessine, proprio come quelle che oggi si comprano in un sacchetto, marchiate da un certo Giovanni, diventato famoso.


(Titania, by Imperia)


Il problema, con la Titania, era il dopo; era che bisognava pulire tutte quelle maledette scanalature, per non parlare del tavolo e del pavimento infarinati, che la farina, peggio di un virus volatile, si depositava in ogni anfratto.

Nonostante in casa nostra ci sarebbe sempre stata la condivisa predisposizione a buttare via tutto e a lasciare poche tracce del passato, IMPERIA, ancora nella sua scatola ammaccata, ci avrebbe inspiegabilmente seguito anche a Roma, dove è rimasta, se non altro, fino a quando è vissuto mio padre. Con il nuovo millennio e la vedovanza mia madre, lei si sarà sentita libera finalmente di disfarsene; da cui, quando una quindicina di anni dopo, è stato necessario vendere casa, IMPERIA non c'era già più. Finita chissà dove, data a chissà chi.

Essendo più simile a mia madre di quanto ami pensare, di sicuro come casalinga, non è che la rimpianga più di tanto, se non come oggetto totemico, preposto a mettere in moto le sinapsi dei miei ricordi.





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