PORTOBELLO
E TORTORA
LA GIUSTIZIA INGIUSTA
LA FRASE – “I pappagalli non sono altro che galline colorate”
Si scrive Portobello, ma si legge Italia. La fotografia di un Paese, scattata attraverso il filtro di un gigantesco errore giudiziario. Quello che portò in carcere, innocente, nientemeno che Enzo Tortora, il più famoso e più amato fra i presentatori televisivi. Ci voleva uno come Marco Bellocchio per mettere a fuoco tutti i risvolti di una vicenda che resta gravissima e sconvolgente. Portata a galla, con fatica e dolore, soltanto perché il protagonista – ancorché involontario – fu un personaggio come Tortora e non un semplice e sconosciuto cittadino.
Quella vicenda ancora oggi, quando son passati più di quarant’anni, getta un’ombra pesante sul nostro Paese. Era il 17 giugno 1983 quando Tortora venne arrestato, alle 4,30 del mattino, all’hotel Plaza di Roma. Ci volle meno di un giorno perché venisse trasformato nel mostro da sbattere in prima pagina. In realtà il mostro vero si rivelò l’Italia, anche quella televisiva che fino a un giorno prima lo aveva seguito e osannato.
La mano di Bellocchio, insieme all’interpretazione strepitosa di Fabrizio Gifuni, riesce a ricostruire la storia giudiziaria e il tormento personale del presentatore con precisione pari alla tensione crescente che ogni passaggio determina. Da un lato le gag che il coltissimo presentatore riusciva a costruire davanti alle telecamere; dall’altro il suo precipitare nel baratro di un caso giudiziario senza apparenti sbocchi possibili, data l’accusa: associazione camorristica e traffico di droga. Infamante e totalmente infondata, legata alle false dichiarazioni e testimonianze di un dissociato come Giovanni Pandico e altri pentiti appartenenti alla NCO di Raffaele Cutolo.
Tortora viene raccontato da Gifuni disperato, trasecolato rispetto a quanto gli sta succedendo, incredulo. Convinto di essere protetto dallo “scudo” di quei 28 milioni di spettatori che la sera del venerdì si accalcavano davanti al televisore per vedere Portobello, sua creatura, ben presto costretto a toccare con mano quanto fosse illusoria la sua convinzione. Già il giorno dell’arresto, quando il pullmino della Rai prese posizione davanti alla caserma dei carabinieri per inquadrare i suoi polsi in manette, Tortora andò a sbattere contro le infamità che gli venivano urlate – “Ladro! Drogato!” – da gente qualsiasi, la stessa che probabilmente il venerdì precedente lo aveva seguito nella puntata più attesa della settimana.
Un inarrestabile fiume di odio venne generato da cronache molto prone all’orientamento dei magistrati napoletani, Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, che conducevano le indagini. Solo dentro la cella che lo accolse Tortora trovò un po’ di solidarietà: da parte dei detenuti che subito avevano sentito odore di trappola. Per il resto, furono mesi angoscianti, resi ancor più insopportabili dal trattamento che la stampa, compresa la Rai, gli riservò. Le eccezioni, in quel clima infuriato, furono davvero poche. Contro le accuse si espressero giornalisti come Enzo Biagi e scrittori come Leonardo Sciascia. Fra i politici fu il radicale Marco Pannella a credere in lui.
Tortora, il 17 settembre 1985, venne condannato a 10 anni di carcere e 50 milioni di multa. Soltanto il 15 settembre 1986 ottenne la completa assoluzione dalla Corte d’Appello di Napoli, grazie al lavoro del magistrato Michele Morello, che riuscì a smontare le accuse nei suoi confronti leggendo e riscontando le carte come nessuno aveva fatto in precedenza.
Una volta libero e riabilitato, Tortora volle tornare davanti alle telecamere della Rai – “Dunque, dove eravamo rimasti” esordì commosso -, ma si rese conto di “non avere più la voglia di scherzare”. L’Italia di Portobello, che un tempo lo aveva seguito e amato, non era più quella, dopo essersi spaccata in due, tra colpevolisti e innocentisti. Non erano ancora nati i social ma il veleno, l’invidia, la sfiducia di cui è capace questo nostro paese avevano seminato parecchio.
Il racconto di Marco Bellocchio, ancora una volta, colpisce per l’acutezza nell’analisi. In primo piano, attraverso la vicenda di Tortora, affiorano tutte le caratteristiche di un Paese cattolico, moralista, ipocrita e volubile. Gifuni, con una bravura consolidata, rende il tutto più credibile e angosciante. Lino Musella, nella parte del camorrista Giovanni Pandico, è davvero inquietante nell’abilità di mostrarsi attendibile con i magistrati. Molto brava Barbora Bobulova nella parte di Anna, la premurosa ed energica sorella del protagonista.
“Portobello”, fin dalla prima puntata, è forse la serie di cui si è parlato e scritto di più. Troppo radicata nella memoria degli italiani, quella storia. Ha nuociuto un po’ che HBO, la piattaforma che la propone al pubblico, abbia scelto di centellinarne le sei puntate, una ogni venerdì, che è il giorno in cui andava in onda Portobello di Enzo Tortora. Considerato che Rai Fiction è fra i coproduttori, questa serie, tutta da vedere, avrà forse più chance se e quando arriverà sui canali Rai.