BAMBINI
DI PIOMBO
LA FABBRICA
CHE UCCIDE
LA FRASE – “Figliolo, per te tutto ciò che è marrone è cioccolato, vero?”
L’anno è il 1974. A Szopienice, in Alta Slesia, c’è fermento. Tra poche settimane Leonid Breznev, segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, arriverà in visita ufficiale. La mobilitazione è generale. Le riunioni si susseguono nella sede del Partito Operaio Unificato Polacco. Al tavolo ci sono tutti: dirigenti del Partito, sindacati, persino il responsabile della polizia segreta, cui spetta il placet definitivo su ogni decisione.
L’obiettivo è chiaro a tutti: con il compagno Breznev non si può fare brutta figura, pena la decapitazione politica. L’aria è tesissima. Siamo appena quattro anni dopo la feroce repressione della rivolta ai cantieri di Danzica, stroncata al prezzo di 42 morti e un migliaio di feriti. Nei cantieri si preparano foto giganti del compagno Breznev e di Edvard Gierek, suo omologo polacco. E striscioni con la scritta: “Lunga vita all’incrollabile amicizia polacco-sovietica”. Niente può andare storto. Del resto, cosa può andare storto in un sistema così capillarmente, ossessivamente controllato?
La fabbrica scelta per mostrare a Breznev i grandi progressi del sistema industriale, secondo il piano del Partito, è una fonderia. Si chiama “Huta Metail Niezhelanych Szopienice” e ha sede nel quartiere operaio di Katowice. Anzi, "è" il quartiere operaio. Lo assorbe tutto. Lo ammorba tutto, con i fumi densi che escono a ritmo continuo dalle sue ciminiere. Ogni cosa è ricoperta dalle polveri dovute alla produzione di metalli pesanti, zinco e soprattutto piombo. Sono nere le facciate delle case che ospitano le famiglie operaie. I vetri delle finestre non riescono mai a essere completamente puliti. La polvere si insinua ovunque. Si deposita sulle verdure che crescono striminzite negli esili orti coltivati per far quadrare i bilanci familiari.
Si respira, quella polvere. E i primi a farne le spese sono i ragazzini, che crescono anemici, emaciati. Qualcuno di loro ha strani disturbi. Sviene. Lo ricoverano, stranamente, nell’ospedale degli adulti. In un reparto separato dagli altri e inaccessibile.
La prima ad accorgersi che qualcosa non va è una giovane pediatra, Jolanda Wadowska-Król, moglie di uno stimato urologo in predicato per ottenere un posto da primario. Appassionata del proprio lavoro, testarda e determinata, Jola (così la chiama il marito) si impegna a fondo per scoprire la causa della malattia – quasi un’epidemia – che colpisce quei ragazzini. Intuisce che quei fumi, che tutto ammorbano, sono responsabili del deperimento dei più giovani, della loro mancata crescita. Soprattutto delle numerosissime morti, come testimoniano le tante croci che hanno affollato il cimitero accanto alla chiesa. È il piombo la causa di tutto e, dunque, la fonderia a provocare tutti quei lutti, subiti nel silenzio e nell’ignoranza dalle famiglie.
Il nodo di tutto è proprio lì in quella fabbrica che da un lato dà da mangiare e dall’altro toglie la vita. Jola, impegnata a salvare i ragazzini, avrà contro tutti: il Partito, che non può ammettere che venga messo in discussione un simbolo del progresso tecnologico; le famiglie, che temono di perdere il lavoro che permette loro di sopravvivere; la polizia segreta, che non deve permettere uno scombussolamento sociale.
Non si fermerà, la pediatra, fedele alla propria missione e al rigore professionale. Rischierà la prigione e, insieme, l’armonia familiare. Anche il marito pagherà un prezzo per quella moglie testarda, che punterà sull’unica carta possibile: la mobilitazione delle donne, in difesa dei figli altrimenti votati a spegnersi, sopraffatti dai veleni prodotti della fonderia.
Per raccontare la storia di Jolanda Wadowska-Król il regista Maciej Pieprzyca ha scelto il tono più neutro possibile. Parlano da sole, quelle immagini. E quelle facce, tutte giuste, non truccate. Un raro esempio di realismo, molto efficace, che rende questa serie esemplare, “un capolavoro” l’ha definita il sito Best movie. Arricchita da una colonna sonora scabra, giocata sulle note gravi di un violoncello, e da una fotografia cupa, senza effetti speciali. Basta quella leggera nevicata continua, di ceneri che precipitano senza sosta dalle ciminiere, a rendere inquietante la realtà.
La vicenda di questa combattiva pediatra polacca evoca altre storie drammatiche ed eroiche. “Chernobyl” di Craig Mazin, per rimanere nell’Est Europa. Ma anche i film come “Erin Brockovich”, nella Los Angeles degli Anni ‘90 o “Dark waters” ambientato in West Virginia. Per dire di un male oscuro che non conosce barriere geografiche o politiche. Un male comune che troppo spesso vede la salute pubblica sacrificata in nome della produzione. Le ragioni (malintese e malgestite) del progresso che ignorano quelle dell’etica. La responsabilità individuale a combattere con l’irresponsabilità collettiva. Anche per questo “Bambini di piombo” è una serie da non perdere assolutamente.
PS: Caduto il regime comunista, dopo il 1989 la figura di Jolanda Wadowska-Król venne rivalutata. Negli anni 2010 e 2020 ottenne quei riconoscimenti accademici che le erano stati negati in a metà anni ’70.