RAPA
UN CRIME
SULL'EUTANASIA

di Fabio Zanchi |


LA FRASE – “Bisogna essere proprio stupidi per cominciare a vivere solo quando ti dicono che stai per morire”



C’è di tutto in questo noir galiziano. Delitti, rapimenti, politica corrotta, tensioni sociali. Non manca proprio niente. Per questa ragione vale la pena di vedere tutte e tre le serie, di sei episodi l’una. Perché se delitti, rapimenti, ecc. costituiscono il pretesto narrativo, la vera ossatura – l’asse portante – è il lento percorso che costringe Tomás, professore di liceo, ad affrontare tutti i dolorosi passaggi che lo porteranno dalla diagnosi di Sla alla decisione di assicurarsi un fine vita “con dignità”.

Un racconto che questa serie televisiva, creata dai galiziani Fran Araújo e Pepe Coira, hanno saputo condurre con normalità assoluta, senza picchi melodrammatici. A ciglio asciutto.



Nell’ordine. Tomás Hernández, il protagonista, sta passeggiando in una giornata nebbiosa sull’alta scogliera di Cedeira come fa quando gli vengono a noia i suoi studenti, zucche vuote che non riescono ad apprezzare la letteratura. Sente un po’ di trambusto, un lamento e il rumore di un furgone che si allontana. Fra i cespugli trova il corpo di una donna, gravemente ferita. Riuscirà a portarla all’ospedale, dove morirà. Solo più tardi scoprirà che si trattava della sindaca di quel paese, un porto peschereccio galiziano, che nasconde nell’entroterra un vero tesoro: terre rare da cui si potrebbe ricavare un componente per prodotti elettronici.

Sullo sfruttamento di quelle terre la popolazione è divisa: alcuni resistono alla prospettiva di aprire una miniera, altri invece spingono. L’uccisione della sindaca sembra avere un significato tutto da indagare. E su quella morte Tomás, che ne è stato l’unico testimone, incontrerà Maite Estévez, sergente della Guardia Civil. Lei chiamata a indagare per ragioni professionali. Lui, attratto dall’aspetto oscuro della vicenda, ma soprattutto spinto da una fortissima curiosità, anche se motivata da “pura noia esistenziale”.



Si capisce subito che il rapporto fra i due è destinato a maturare. Anche se l’inizio è stridente, pieno di frizioni a stento dissimulate. Lui è brutto come la fame, polemico, insistente oltre misura. Lei, occhi penetranti, un viso segnato dall’età ma piuttosto interessante, dapprima è respinta da quell’uomo. Poi, man mano, lo trova intrigante, interessante. Il loro rapporto sarà sempre più stretto in virtù di una chimica a lento rilascio, che si esprime lungo le tre stagioni della serie.

Sì, perché l’assassinio della sindaca di Cedeira è soltanto il primo caso sul quale, unendo le forze, i due si trovano a indagare. Scontrandosi continuamente. Rifilandosi battute e sfottò. Ed è proprio su quello che si cementerà un legame non privo di tenerezza. Non una questione di sesso, anche se lei vorrebbe. Ma di testa. Di complicità forte e profonda. Che li porterà a vivere nella stessa casa, ma in appartamenti separati, lui a un piano, lei ad un altro, ma con le chiavi in tasca di tutti e due.



Più aumentano i casi su cui indagare, più aumenta la curiosità di Tomás. Nulla lo ferma. Abbandonata la scuola e quegli adolescenti noiosi, passa le sue giornate a fare l’investigatore. Intanto la malattia avanza, come confermano segni sempre più evidenti. Lo si vede prima con una stampella, poi, dopo un terribile incidente d’auto, sempre più malfermo sulle gambe. Le mani si paralizzano progressivamente. Finirà in carrozzina, ma anche allora non si fermerà. Accetterà un aiuto casalingo, e poi un giovane badante, ma non di interrompere le indagini, mostrando ogni volta una capacità di introspezione straordinaria.

Si renderà assai utile anche per Maite. Lei è sempre più preoccupata per le sue condizioni di salute. Ma non riuscirà a scalfire la decisione di Tomás sul proprio futuro ravvicinato. L’uomo ha contattato un centro per la gestione del fine vita, previsto dalla legge (siamo in Galizia, mica in Italia…) e riesce a litigare anche con la gentilissima dottoressa che, seguendo il protocollo, tenta di approfondire le ragioni di una scelta tanto pesante. Si scuserà, a modo suo: “Io non volevo essere brusco, ma non potevo evitarlo. Ormai è tardi per cambiare”.



Bisogna fermarsi qui, per non rovinare il finale. Sarà comunque Maite, nel corso di una deposizione in tribunale, a descrivere la complessità di quell’uomo con parole molto toccanti. Profonde quanto il sentimento, sobrio e tenace, che ha animato la loro storia personale. L’interpretazione di Javier Cámara (l’indimenticabile infermiere Benigno in “Parla con lei” di Pedro Almodóvar e il Cardinale Gutierrez in “The Young Pope”) nei panni di Tomás e di Mónica López in quelli di Maite offre una prova tanto più difficile, dato il tema del fine vita, punto focale di questa serie.



Una parola sul titolo: Rapa. In realtà non c’entra per niente con la storia di Tomás e Maite. Ma è molto galiziano. La Rapa, infatti, è quella festa tradizionale della Galizia, durante la quale vengono radunati i cavalli selvaggi che vivono nelle zone montuose affacciate sull’Oceano, per essere tosati, domati e marchiati. Immagini della festa si vedono nella prima stagione, con una giusta valorizzazione di quelle terre straordinarie. Senza troppo indulgere a inquadrature “turistiche”: anche in questo caso, colpisce la misura di questa regia.



LA SERIE


Tre stagioni su Raiplay, di sei episodi l’una di circa 50 minuti


PERSONAGGI e INTERPRETI



TOMÁS è JAVIER CÁMARA

MAITE è MÓNICA LOPEZ

TACHO è DARIO LOUREIRO

AMPARO SEOANE è MABEL RIVERA

NORMA è LUCÍA VEIGA

BOLANO è ADRIÁN RÍOS



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