L'ISOLA
E I FONDALI
VITA E MORTE
DA MIGRANTI


Solo i pesci hanno un nome
una psichiatra racconta Lampedusa

Una recensione di
SERGIO SERGI

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L'Atr volava da Palermo a Lampedusa. Un trabiccolo in balia dei venti che atterra - ogni volta è un brivido - sull'isola più vicina all'Africa. Enza, la "dutturessa nosra" non andava a Lampedusa per turismo. Sarebbe stato molto più bello e soprattutto divertente. La ricordi la spiaggia dei conigli? Invece ci andava per lavoro, perché era una psichiatra e quel viaggio, incerto e molto insicuro, d'estate e d'inverno, la conduceva diritto verso una sofferenza diversa da quella già sperimentata in passato. Senz'altro, gli anni in Calabria erano stati piuttosto duri eppure formativi. Adesso quella nuova frontiera marittima, quel confine d'acqua, quello scoglio popolato da umani "diversi" l'attrasse come una calamita.

Enza, la psichiatra, cosa ci faceva in un'isola sperduta nel Mediterraneo più vicina alla Libia che alla Sicilia? Gheddafi, una volta, ci provò con un missile, non ce lo siamo scordati, magari ci pensava mentre, con sollievo, veniva fuori da quella cabina attaccata a quattro eliche. Ce l'aveva mandata l'Asp, l'Azienda sanitaria provinciale dopo i primi anni a Palermo dove viveva con marito e due figli piccoli. "Ho una proposta da farle", le disse un dirigente. Prego, mi dica. "Sei ore a settimana al poliambulatorio di Lampedusa". Ma io sono psichiatra..."Non importa". Accettò. E non si spiegò mai il perché di quel sì, che segnò non solo la sua carriera professionale ma anche la sua vita.


Solo i pesci hanno un nome
- Lampedusa, vite in sospeso

di Enzo Raffaele

edizioni LEIMA
euro 13,30

Questa avventura di Enza ce la racconta un altro Enzo, il giornalista Enzo Raffaele. Il giornalista e la dottoressa Enza Malatino. Enzo ed Enza erano compagni di liceo, a Messina. Dopo la maturità, ognuno per la sua strada. Mai più visti o sentiti, si fa per dire. Lui giornalista e lei medico, strade e destini differenti. Che, però, dopo anni ed anni di distanza, si ritrovano più volte in una stanza e il cronista si fa raccontare, come su un lettino da psicanalista al contrario, gli anni incredibili di Lampedusa, l'isola dei migranti, anzi delle stragi dei migranti. Centinaia di vite finite sui fondali. Centinaia di storie raccontate ad Enza e che lei adesso riferisce. Lei che non doveva curare ferite esterne, non doveva fasciare arti, non doveva ingessare gambe. Piuttosto doveva ascoltare. Doveva. Doveva capire, calmare, rassicurare, dare speranza, offrire una stretta di mano guardando negli occhi quei pazienti molto particolari. Dolenti, spesso muti. In silenzio, gli occhi spalancati, mai un sorriso ma senza una lacrima.

"Mi trovai davanti a persone che avevano rischiato di annegare nel Canale di Sicilia, su barconi fatiscenti cui avevano affidato la speranza di una vita non più miserabile e indegna di essere vissuta". È la cronaca di Enzo Raffaele (il libro: "Solo i pesci hanno un nome, Lampedusa, vite in sospeso", edizioni LEIMA) che racconta come Enza finisce nel pieno di quell'uragano che si chiama immigrazione e capisce subito una cosa: "Non sono il medico che distribuisce i calmanti". Perché le schiere di diseredati sbarcati sul molo Favaloro (adesso Molo Papa Francesco) vagano smarriti, avvolti in lenzuola dorate in cellophane, scaricati nell'hot spot di contrada Imbriaco dove opera la cosiddetta prima accoglienza. Ma non chiedono medicinali.

La "dutturessa nosra", la dottoressa nostra, così avevano preso a chiamarla nell'isola, ricorda che davanti a lei "c'erano esseri umani che avevano bisogno di parlare, di far ascoltare la propria voce, di raccontare ciò che avevano vissuto, di confrontarsi con i traumi degli altri". Fu così che nel poliambulatorio nacquero i "Gruppi di ascolto" dei migranti. Si riunivano in cerchio con la dottoressa nostra. A poco a poco i racconti venivano fuori. L'armadietto dei medicinali non serviva, curavano molto di più le parole. Prima poche, timidissime, da tirar fuori con le tenaglie. Poi sgorgarono i racconti. Crudi, feroci. Di persone senza nome giunte dai confini del mondo con il loro carico di dolore, di pensieri, di fatti terribili, di miserie indicibili.

Il libro di Enzo con Enza racconta, dunque, cosa c'è oltre un naufragio, un soccorso, un arrivo sullo "scoglio" di Lampedusa. La psichiatra si occupa di disagio mentale che, fa notare lei stessa, somiglia al mare che "in questo luogo è cura ma spesso sommerge corpi e anime divenendo cimitero e, al contempo, luogo sacro che custodisce memorie e speranze naufragate". Sì, "naufragi dentro e fuori, naufragio di sogni e di futuro". Naufragi ma anche speranze. Come quelle raccontate da "Little Senegal" che, un giorno, si mise a dire alla dottoressa una lunga storia dei nonni e dei padri, di villaggi sperduti e svenduti, di giovani in fuga verso la Libia ed il Mediterraneo. Una lunga storia dove ci sono due alberi, il baobab e il tamarindo, sotto i quali si riunivano le famiglie per ascoltare gli spiriti, quelli buoni ma anche quelli cattivi.

Lo chiamavano l'Albero della Parola. Guarda caso come il Gruppo di ascolto del centro migranti della "dutturessa nosra". Se "solo i pesci hanno un nome", anche i migranti possono – non è certo – avere almeno un volto e talvolta, grazie ad una dottoressa, anche un nome.




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