NON C'È STORIA
CACCIA
AL CLICHÉ
Quando l'informazione
deforma il passato
Una recensione di
GIGI SPINA
Marco Brando continua la sua battaglia contro i cliché storici, per la maggior parte fasulli, ostentati con sicurezza dai media italiani. Il suo nuovo libro, “Non c’è storia” (Salerno ed., 2026), due anni dopo “Medi@evo. L’età di mezzo nei media italiani” (stesso editore), allarga il campo dell’indagine, condotta con un metodo semplice e rigoroso nello stesso tempo: rintracciare, con l’aiuto dei motori di ricerca, la presenza nei media di cliché che fissano alcune realtà storiche, non solo europee, in frasi semplificanti se non fuorvianti.
G8 2001
Non c'è #storia
I cliché storici nei media italiani
di Marco Brando
Salerno editrice
euro 18
Nella nuova bibliografia Brando (nomen omen per un polemista che non fa sconti) compare nove volte, a partire dal 2008. La battaglia è dunque di lungo periodo e tale si prospetta anche per il futuro, visto che, negli stessi giorni in cui leggevo il libro per proporne una proficua lettura per foglieviaggi, ben due titoli del Riformista insistevano su uno dei cliché presi di mira dall’Autore:
Aldo Torchiaro, Il riformista 30 giugno 26:
Il Far West digitale continua indisturbato, terra di tutti e di nessuno, dove l’anonimato diventa spesso il lasciapassare dell’impunità.
Marco Clarafoni, Il riformista 3 luglio 2026:
Torna l’odio contro i cacciatori Basta menzogne: non è il Far West.
Non solo, dunque il “ritorno al Medioevo”, con i relativi “secoli bui”, ma anche “la preistoria”, la “caccia alle streghe”, le persecuzioni da “Inquisizione”, il “Far West”. E sono sicuro che Brando non si fermerà qui.
D’altra parte lo stesso Brando ha personificato su fb i vari cliché, gli stereotipi, in una immaginaria sfilata che prevede altri ‘camminatori’.
Quello che per gli antichi oratori Greci e Romani costituiva un vanto: ricavare esempi dal passato per argomentare e tentare di orientare meglio, attraverso l’analogia col presente, le decisioni sul futuro, è diventato spesso ai nostri giorni solo un guscio vuoto, un richiamo sloganistico che falsifica la complessa realtà storica cui si riferisce, creando un circuito vizioso fra formazione delle nuove generazioni, diffusione e divulgazione mancata o insufficiente dei risultati della ricerca storica, invito ammiccante alla semplificazione e alla messa in soffitta di ogni forma di pensiero critico.
Saranno forse i difetti dell’analogia come metodo di indagine storica in quanto tale; sarà che grazie ai cliché e ai luoghi comuni ci si accontenta di una visione lineare del passato per semplificare il proprio presente e non assumersi la responsabilità individuale di una visione critica, che scavi a fondo. Fatto sta che essere rassicurati dall’idea che: il Medioevo è stato un periodo di oscurantismo, arretratezza, gerarchie conclamate; che la Preistoria è stato solo un momento di vuoto, di assenza di cultura, di premessa alla vera storia documentata; che i rituali magici e le streghe erano pane quotidiano, e aggravante, dei “secoli bui” (estesi magari fino al maccartismo); che l’Inquisizione, con buona pace dei Monty Python, era pronta a condannare a tutto spiano; che, infine, il Far West, il lontano Occidente, era solo pistoleri, disordine, caccia agli indiani, mancanza assoluta di law and order; in conclusione: tutto questo bagaglio di cliché offre alla stampa e agli oratori pubblici delle formule da riproporre con sicurezza e risparmio di energie mentali.
Almeno le formule omeriche servivano a rassicurare gli ascoltatori dell’aedo della loro applicazione a situazioni sempre uguali e a eroi e divinità ben connotate. No, qui i cliché servono a dipingere realtà anche molto diverse da loro.
Attraverso il “socialese”, come proporrei di chiamare la versione diffusa del “giornalese” e del “politichese”, quella cioè in cui si esercitano quotidianamente davvero tutte e tutti, in una corsa circolare all’imitazione reciproca, i periodi storici richiamati da Brando ricevono una connotazione che induce alla pigrizia mentale, a non porsi domande: sulle fonti delle informazioni, sulla reale dinamica di interi periodi storici e di culture complesse del passato.
Il riflesso sul presente, sul modo, cioè, in cui si valutano i fatti che riguardano la realtà che ci circonda, negli spazi ampi del mondo globale e sempre ostentato da immagini e parole, rischiano di essere altrettanto dannosi. Si va alla ricerca della frase a effetto con cui nominare una guerra, una strage, un omicidio, una contesa, ma anche, magari, una buona azione o un dato positivo.
Brando documenta con ricchezza di fonti i suoi obiettivi polemici, fornendo insieme un metodo di indagine e un modo giusto di porsi domande.
Per sintetizzare, direi che l’attenzione è rivolta quasi sempre al processo, alla ricostruzione delle dinamiche variegate, piuttosto che al risultato, che rischia di essere solo un’etichetta.
Per questo, ai primi otto capitoli che analizzano esaurientemente il formarsi e il diffondersi dei cliché, seguono quattro capitoli di discussione sulla riflessione storica in quanto tale, sui metodi, sulla divulgazione, sul ruolo dei media in una possibile correzione di rotta. Fino alle Conclusioni e raccomandazioni finali, che fanno di questo libro non solo un esempio illuminante e coinvolgente di come si possa svolgere in forma documentata una polemica culturale e politica, ma di come ciascuno/a, nel proprio campo professionale o nella presenza civile in questo paese, possa cominciare a remare contro i cliché, i pregiudizi, i bias che affollano ormai le discussioni in rete e sui media in generale.
Non è una battaglia facile da vincere, ma sapere che, e come, si può combatterla non è conquista da poco.
D’altra parte, sfruttare la visibilità dei media, la velocità della rete e le ampie risorse dell’IA è possibile anche per cause giuste.
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