Colpisce, nell’attuale mondo della comunicazione, l’uso della parola “patriota” e, in particolare, l’appropriazione che di essa fanno coloro che si dichiarano fautori del culto della “nazione” ovvero, in parole povere, quelli che pongono in cima a una loro ipotetica classifica il luogo dove semplicemente sono nati.
Per provare a dipanare ogni possibile dubbio racconteremo la storia di una persona che ha sacrificato se stessa per l’Italia, certi che, al di là di ogni credenza politica e religiosa, nessuno avrà mai la disonestà morale di muovere contestazione alla sua natura di patriota. Parliamo di Goffredo Mameli, che nasce nel 1827 a Genova da una famiglia importante. Poeta già da ragazzo, è presto investito dallo spirito rivoluzionario e fantastica una Italia unita. A diciannove anni, quando gli austriaci sono cacciati da Genova, si pone alla testa dei manifestanti esponendo il tricolore. Quello stesso anno, prima ancora di compiere vent’anni, compone le parole del Canto degli italiani su musica di Michele Novaro.
Il 10 Dicembre 1847 ricorre l’anniversario della cacciata degli austriaci
e Genova lo celebra con la prima esecuzione pubblica del Canto. Il poeta,
con la canzone Dio e il Popolo (1847), coglie l’occasione per inneggiare all’insurrezione:
“Come bocche di vulcani /
Egli accende le città/
Poi se il Popolo si desta/
Dio combatte alla sua testa /
La sua folgore gli dà”.[1]
Sono tempi di rivoluzione. È il momento di passare all’azione. A marzo, con trecento volontari, va in aiuto dell’amico fraterno Nino Bixio durante le cinque giornate di Milano. Garibaldi lo arruola nel suo esercito col grado di capitano. Goffredo è un abile cavaliere e non ha paura di nulla. Quando giunge notizia di una spia che ha tradito la causa tenta, con Ugo Bronzetti, una impresa disperata: catturarlo e imprigionarlo. Di notte i due passano il Po e si scagliano rapidamente sul casolare che lo spione abitava, vicino al forte di Pietole, e fanno prigioniero il traditore della patria (la “spia di Curtatone”). Il ritorno è pericoloso, la zona è piena di pattuglie. I due attendono il momento giusto ventre a terra, favoriti dall’oscurità. Riescono a passare e alle tre del mattino arrivano a Borgoforte con il prigioniero. Mameli impedisce che venga fatta giustizia sommaria. L’epica risorgimentale ha già il suo poeta eroe.
La Sicilia insorge e Goffredo compone il Canto di Guerra che così si conclude:
Già tutta la Sicilia /
Come un sol nom s’è desta /
Muoviam tutti all’eccidio /
Col vol della tempesta /
Sotto dei nostri ferri /
Cadran li infami sgherri /
Dal Faro infino a Trapani /
Vittoria udrem suonar![2]
Ormai si discute quotidianamente delle idee di Mazzini e di una Costituente italiana. Mameli non può che aderire e partecipa alla fondazione del Comitato Romano dell’associazione per la Costituente Italiana insieme con Mastrella, con Mazzoni, con Vinciguerra e altri, divenuto poco dopo il Comitato Centrale Provvisorio della Democrazia Italiana. Nell’ottobre del 1848 scrive: “La Costituente italiana è l’espressione pratica della parola unità, unico retaggio lasciato ai caduti nepoti della grandezza romana, raccolta da Dante e serbato nella tradizione da quanti grandi ebbe la nostra terra e a dì nostri ridotto a dogma nazionale, dall’anima più potente e più pura che ora viva in Italia, da Giuseppe Mazzini”. [3]
Nel gennaio del 1849 detta articoli per la “Pallade”, giornale di Roma, e indirizzi in nome del Comitato dei Circoli Italiani dell’associazione per la Costituente Nazionale e ai Rappresentanti del Popolo. Egli ha la visione della Roma nuova. “Libertà e indipendenza vera non esistono senza nazionalità; al gran fatto nazionale facciamo di subordinare ogni quistione locale, ogni interesse di provincia. Il principio nazionale accentrerà in Roma la vita dell’intiera penisola. Essa richiamerà alla luce del Campidoglio le sue immortali tradizioni di grandezza e di libertà” (Pallade n. 442). [4]
Mameli è tra i primi che accorrono nella futura capitale quando vi viene proclamata la Repubblica, Mazzini ne conferma l’arrivo in una lettera alla madre del 25 marzo 1849: “Cara madre (…) ho ricevuto le linee vostre nelle quali mi avvisate l’arrivo di Goffredo; e poi, per mano di Goffredo stesso, la vostra del 10 (…) Goffredo è qui con me, passeggiando, al suo solito, su e giù per la camera”. [5] È del tutto naturale che in poco tempo il giovane poeta divenga uno dei primi ufficiali di Garibaldi (Scipione Pistricci, in una lettera alla madre di Mazzini, precisa “.. Mameli è aiutante del Generale …”).
Goffredo si batte eroicamente contro le truppe borboniche nelle battaglie di Palestrina e di Velletri. Il 3 giugno insiste nel voler buttarsi nella lotta più accesa e parte, con un manipolo di coraggiosi, all’assalto di villa Corsini occupata dai francesi. Quel momento è così raccontato: “Trascorsi pochi minuti da che m’aveva lasciato (narrava tre lustri dopo Garibaldi) egli mi ripassò accanto gravemente ferito, ma radioso, brillante nel volto, d’aver potuto spargere il sangue pel suo paese. Non ricambiammo una parola, ma gli occhi nostri s’intesero nell’affetto che ci legava da tanto tempo; egli proseguiva come in trionfo”. [6]
Una palla ha perforato l’osso della tibia da parte a parte. La ferita appare subito grave. Il 6 giugno 1849 Scipione Pistrucci scrive alla madre di Mazzini: “Mia cara signora, (…) noi pure abbiamo avuto perdite gravissime, non numericamente parlando, ma perché i nostri migliori amici sono morti o feriti. Bixio e Mameli in una sortita col Generale, il giorno 3, furono tra i primi ad essere colti dalle palle nemiche. Bixio da prima lasciava poca speranza e Mameli sembrava avesse riportata un’inconcludente ferita; ora attesa la differente forza fisica, il primo è assolutamente fuor di pericolo, mentre lo stato del secondo è ben lungi dal non tenerci in seria apprensione. Povero Mameli, da più settimane soffriva delle febbri del paese ed era oltremodo indebolito; però il nuovo male ha fatto più solleciti progressi che la forza ordinaria e l’estrema giovinezza di Mameli non avrebbe lasciato supporre. Maestri tiene informata la madre, credo giornalmente, dello stato di Goffredo. Io spero sempre che presto potrò darle notizie migliori; ma non credo ben fatto illuder mai alcuno sullo stato reale di un malato che s’ami; però le ho detto tutto il pericolo in cui si trova perché, se riesce a superarlo, sarà una gioia inaspettata e se mai la natura non reggesse alla lotta, sarà meno duro l’annuncio”.[7]
Anche nella sofferenza Mameli dà dimostrazione del suo spirito indomabile: “Nei pochi momenti in cui non gli mancava la coscienza di sé, accusava dolori spasmodici in conseguenza della ferita. Né si lagnava però, giacché il suo eroismo era grande, così contro il male, come nel calore della battaglia. Egli subiva con forza d’animo ciò ch’era conseguenza del suo temperamento” (così il dottor Pietro Maestri – che cura il ferito per primo - al collega Bertani). Il poeta lotta con tutte le sue forze e sembra migliorare: “(…) Goffredo sta meglio; è stato morente, disperato di vita, ora è salvo; ma credo che non si potrà schivare l’amputazione.” (lettera del 17 giugno 1849 di Mazzini a sua madre).
La cancrena è arrivata a quattro dita del ginocchio e occorre intervenire immediatamente. Ne viene data comunicazione al ferito che acconsente all’operazione pur avendo una sola preoccupazione: potrà cavalcare ancora? Dottori e compagni non hanno il coraggio di dirgli la verità. Accanto a lui c’è una donna di cui Goffredo, a detta di alcuni (tra cui Mazzini), sarebbe innamorato. Costante ad assisterlo, zelosa com’era tra le signore che medicavano i sofferenti e preparavano cartucce per i combattenti, la signora, di lombarde origini e il cui nome non è certo (madama Paulè o Pollet?), porge al poeta ogni miglior cura, ogni più prezioso sollievo tanto da meritarsi la gratitudine di Mazzini che successivamente la definisce “buonissima e santamente caritatevole”.
Dell’intervento viene fatto un resoconto anche alla madre di Mazzini (lettera di Scipione Pistrucci 19 giugno 1849 pubblicata in M. Menghini, 'Sulla via del Triumvirato', in Nuova Antologia del 1° febbraio 1921): “Cara signora Maria (…) al povero Mameli han fatto stamane l’amputazione della gamba sinistra – la palla aveva forato da parte a parte la tibia appena sotto il ginocchio. Non v’era altro modo di salvargli la vita che l’adottato. Tutti i professori che l’assistono danno ora le migliori speranze per la sua guarigione. È inutile che le dica il coraggio mostrato e oggi e sempre da Mameli e delle cure che tutti gli amici hanno per lui. Nulla certamente è trascurato per rendergli meno penosa la malattia ma nulla certo può compensarlo della parte perduta (…) Sta nella nuova ambulanza stabilita nel già Palazzo del Papa al Quirinale – dove è l’aria migliore di Roma e dove per la gravità del male non s’è potuto trasportare il povero Mameli (…)”.
A dire dello stesso chirurgo, l’operazione è andata bene e sembrano esserci effettivamente dei miglioramenti tanto da far sperare i compagni (“Mameli sta meglio assai”, riferisce Pistrucci alla madre di Mazzini il 23 giugno), e a spingerlo, dieci giorni dopo, a scrivere a sua mamma, alla quale era molto affezionato: “Vo stando totalmente meglio: sta di buon animo come lo sono io”.[8]
Giuseppe Mazzini tenta di confortare la signora Mameli. Così lo racconterà: “Le scrissi per consolarla. Mi rispose con una lettera piena di abnegazione dicendomi ch’essa darebbe senza esitare ogni figlio che avesse potuto avere per la causa d’Italia”. [9] Tale madre tale figlio, possiamo dire. Ma per una atroce beffa del destino, da quel momento le cose precipitano. È l’infezione che procede inesorabile nonostante lo sforzo dei medici, la cura delle infermiere, l’affetto dei compagni. Mazzini si reca tre volte al giorno al capezzale del poeta. Goffredo alterna momenti di lucidità a stati di alterazione violenta. Chiede spesso di stare accanto all’amico Bixio, anch’egli ferito. Ma ciò non è possibile a causa della gravità delle sue condizioni. L’agonia del giovane sarà così raccontata: “La febbre e il sudore si alternavano con fieri accessi di freddo. La testa agitata ondeggiava; ora teneva, più spesso smarriva il filo delle idee: grande l’esaltamento: chiamava il padre che in sogno gli era parso di vedere a Roma. Volle rimutare di letto e nel muoversi s’aiutò da per sé validamente. Ma era pallido assai e ognor più dimagrato. Il 6 luglio alle sette e mezzo di mattina, cantando, quasi conscio di sé, attendendo che gli passasse quell’accesso nervoso, com’egli lo chiamava, ebbe pochi momenti d’agonia. Il suo volto poco prima di morire era ancora illuminato da una grande, serena visione. Erravano nel suo labbro versi interrotti e parole tronche. Gli astanti ne capirono due sole: “Santa Catarina”, ricordo della nativa città, forse saluto d’amicizia o d’amore. I belli occhi si chiusero per sempre e Goffredo Mameli spirò, quando già da tre giorni i francesi dominavano l’eterna città”. [10]
Cecilio Fabris scrive che il Mameli “morì volgendo l’ultimo pensiero agli ideali di cui erasi nutrito e a cui aveva offerto la vita”.[11]
Così cessa di vivere un giovane poeta, colmo di ideali e di sincero amore per l’Italia.
La porta dell’eternità si era aperta e di nuovo richiusa in un battito del cuore.
Il sacrificio di Goffredo Mameli ha operato mirabilmente nel nostro Risorgimento come alta
ispirazione d’idealità, come scuola sublime di patriottismo, ma i valori e lo spirito
che erano alla base delle azioni sue, di Mazzini e di Garibaldi sono anche le fondamenta
del movimento di lotta che è chiamato, non a caso, Secondo Risorgimento: la guerra di
Liberazione che, sconfiggendo il nazifascismo, ha portato alla creazione di una nuova patria
e di un paese dove libertà, democrazia e solidarietà non sono solo parole.
[1]L’intero testo in Goffredo Mameli, Commemorazione di Paolo Boselli detta nella Regia Scuola Tecnica Goffredo Mameli in Genova 16.11.1902, Genova 1903, pag. 26
[2]Mario Menghini, G. Mameli e T. Mamiani con scritti inediti del poeta, Imola 1927, pag. 17
[3]Goffredo Mameli commemorazione di Paolo Boselli, cit. pag. 15
[4]Nello stesso numero della rivista Mameli espone il suo pensiero politico sociale auspicando anche “che si aiuti la progressiva emancipazione del povero, che si migliorino le condizioni del contadino coll’impiego di capitali che fecondino la terra ch’egli coltiva”
[5]Mazzini a Roma, pubblicato dal Municipio per 50enario della morte, Roma, 1922, pag. 24
[6]Goffredo Mameli commemorazione di Paolo Boselli, cit. pag. 68
[7]Mazzini a Roma, cit. pag. 46
[8]A. G. Barrili, Scritti editi e inediti di Goffredo Mameli, Genova 1902, pag. 425. Citato da Goffredo Mameli commemorazione di Paolo Boselli, cit., pag. 71
[9]Goffredo Mameli commemorazione di Paolo Boselli, cit. pag. 71
[10]Goffredo Mameli commemorazione di Paolo Boselli cit. pagg. 79 e 80
[11]Cecilio Fabris, Nel cinquantesimo anniversario dell’assedio di Roma, in Rivista d’Italia, 15 giugno 1899 pag. 224