MANOUCHIAN
GLI 'STRANIERI'
COMBATTENTI
PER LA FRANCIA

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Alcune settimane fa è apparsa sui media francesi una notizia che in Italia è stata totalmente ignorata. La municipalità del 3° arrondissement di Parigi è stata costretta a chiudere anticipatamente la mostra “Missak Manouchian: arts, histoire et mémoire” a causa di alcuni atti di vandalismo.

I pannelli esterni al Museo della Resistenza Nazionale che, nelle parole del curatore dell’esposizione Xavier Homage, “ciblaient à chaque fois des résistants étrangers ou issus des colonies”, erano stati deturpati e la direzione del museo ha deciso di chiudere la mostra un mese prima della data prevista.

Come giustamente dichiara George Duffau Epstein, presidente dell’AAMRN (l’Associazione degli Amici del Museo della Resistenza Nazionale) e figlio del resistente FTP-MOI Joseph Epstein, “attaccare questa mostra significa cercare di cancellare la memoria di coloro che hanno combattuto per i valori della Francia e della libertà” (cfr, https://actu.fr/ile-de-france/paris_75056/a-paris-une-fresque-en-hommage-a-missak-manouchian-vandalisee-cela-ne-visait-pas-une-simple-exposition_62643147.html).



A ben guardare, però, questo gesto vigliacco rappresenta un’offesa più grande perché colpisce tutte le donne e gli uomini che hanno partecipato alla guerra di Liberazione in Europa, compresi noi italiani. E questo non solo per un’interpretazione della matrice ideologica che ha mosso le mani degli autori, ma anche per ragioni specifiche che forse pochi conoscono.

Per capire va riavvolto il nastro della storia.

Immaginiamo una dissolvenza incrociata, come al cinema, e passiamo dall’immagine del pannello deteriorato - che sfuma - a quella di Adyaman, città dell’Anatolia Sud Orientale in Turchia.

Siamo nel 1906 ed è qui che nasce il 1° settembre Missak Manouchian (o Manoukian) da una famiglia armena.

Pochi anni dopo, il massacro perpetrato dall’Impero Ottomano dal 1915 gli porta via prima il padre e poi la madre, morta di stenti durante una marcia della morte.

Senza i genitori, Missak e il fratello Garabed vengono accolti in un orfanotrofio francofono a Djounjeh, vicino Beyruth in Libano, all’epoca sotto mandato francese e qui passano anni.


(foto Archives Manoukian/Roger-Viollet)


Nasce in Missak l’amore per la Francia al pari di quello per la cultura. Nel 1924 emigra in Francia, a Marsiglia, ma l’anno dopo è già a Parigi dove si impiega in una fabbrica della Citroen.

La vita da operai a Parigi è dura. Garabed si ammala. Le privazioni, il freddo e l’umidità della squallida pensione a rue Vercingetorix lo fanno aggravare. Missak lo accudisce fino all’ultimo istante. Poi rimane solo “comme s’il etait impossible de sortir de la spirale du malheur”[1]

Si iscrive alla Confederazione Generale del lavoro e nel 1934 al Partito Comunista francese.

Licenziato dalla Citroen, trova lavoro ad Argenteuil da Chenard et Walcker, casa popolare in Francia per aver costruito una delle prime macchine a quattro marce e per fabbricare bolidi da corsa. Nel frattempo segue corsi alla Sorbona come “auditeur libre”. Traduce le opere di Hugo, Verlaine, scrive articoli di politica e letteratura su riviste di sinistra. Con l’aiuto di Keguam Atmadjian fonda la rivista letteraria Tchank (significa “fatica” in armeno).

In questo periodo conosce la futura moglie Mélinée Soukémian (che, per un errore dello stato civile, diventerà Mélinée Assadourian), anche lei attiva nell’organizzazione politica degli armeni in Francia. Nata nel 1913 a Costantinopoli anche lei diventa orfana, a soli due anni, a seguito dell’assassinio dei genitori da parte dei turchi.

Diventato attivista permanente, per alcuni anni Manouchian fa parte di una comune fondata da alcuni militanti comunisti, 'La Città nuova di Chatenay' (la Cité Nouvelle de Chatenay) nella periferia di Parigi. In questa Kolkhoze (dall’armeno, fattoria collettiva) si vive accanto alla natura, si parla di letteratura in tante lingue diverse, si cucina e si mangia insieme.

Missak chiede due volte di essere naturalizzato. La prima domanda è del 1° agosto 1933 (la trovate qui: la fonte è Archives Nationales de France 19770884/298). Entrambe le domande sono respinte.



Raggiunge la sezione francese del Comitato di Soccorso per l’Armenia (HOC), una organizzazione legata all’Internazionale Comunista finalizzata a mobilitare la diaspora armena in favore della Repubblica Sovietica d’Armenia. Si occupa del giornale del comitato Zangou, ma non lavora in redazione: viaggia per la Francia e parla di persona ai lettori: “La Francia non deve conoscere la sorte dell’Italia, della Germania. Gli operai, non importa da dove vengano, devono unirsi contro il fascismo”[2]

Con la moglie vive a rue de Louvais, in una mansarda presa in affitto dalla famiglia Aznavour. Missak oltre che un apprezzato poeta, è già un grande oratore e, ai suoi discorsi, Charles non perde una parola.

Nel 1939 quando il partito comunista è dichiarato fuori legge Manouchian viene subito arrestato e portato al carcere di La Santé dove rimane diverse settimane.

Libero, si arruola nell’esercito e lo attende un posto da istruttore: un modo per combattere i nazisti, dice lui. Mélinée gli comunica che è incinta. È arrivata la felicità per Mélinée e Missak?

No. La sfortuna precipita su di loro ancora una volta.

La moglie abortisce e l’amico fraterno Sema muore sul fronte delle Fiandre. La coppia passa in clandestinità.

Dal giugno 1941 (rottura del patto Ribbentrop/Molotov) la lotta armata per i resistenti comunisti è una priorità e nel febbraio 1943 a Missak viene chiesto di passare a un livello superiore.

Manouchian è entusiasta e si aggrega ai Francs-Tireurs et Partisans parisiens de la Main d’Œuvre Immigrée (FTP-MOI), un gruppo armato costituito nell’aprile 1942 e formato prevalentemente da immigrati. Poche settimane dopo, il 17 marzo 1943, vicino all’ufficio postale di Levallois-Perret, il suo gruppo attacca con mitra e bombe a mano un distaccamento tedesco che subisce forti perdite.

Il poeta armeno diventa commissario militare con centinaia di combattenti ai suoi comandi. Tra questi una quindicina di donne e una maggioranza di ebrei provenienti da tutta Europa, italiani, rumeni, spagnoli, francesi e un tedesco antifascista, Leo Kneler.

Molte le azioni del gruppo, compreso il deragliamento di treni; ma l’azione più eclatante, affidata a uomini come Celestino Alfonso, Marcel Rayman, Leo Kneler. è l’uccisione il 28 settembre 1943 del colonnello delle SS Julius Ritter, un amico personale di Adolf Hitler e responsabile del Servizio di Lavoro obbligatorio nella Francia occupata. Un’onta per la Germania.

La polizia francese si lancia alla caccia del gruppo. La Gestapo pretende di avere i capi e Missak in particolare, vivi. Parte una dura campagna di falsa propaganda: i partigiani sono terroristi, criminali e vanno perseguiti a ogni costo.[3]



Traditi, Manouchian e i suoi compagni sono presi il 16 settembre 1943 in una retata e portati in carcere. Tra loro ci sono cinque italiani: Rino della Negra, 19 anni, Cesare Luccarini, 22 anni, Spartaco Fontanot, 22 anni, Antoine Salvadori, 24 anni, e Amedeo Usséglio, 32 anni. Li attende la corte marziale tedesca che, riunita nei locali dell’hotel Continental di Parigi, dopo un processo farsa (detto il processo dell’Affiche Rouge), condanna tutti gli imputati alla fucilazione a eccezione di Golda Bencic che, in quanto donna, viene trasferita in Germania per essere qui ghigliottinata.

Richiesto di una ultima dichiarazione dalla Corte, Missak testimonia “... muoio a due dita dalla vittoria. Sono sicuro che il popolo francese e tutti i combattenti per la libertà sapranno onorare la nostra memoria degnamente”. Pochi giorni dopo, al prete tedesco che viene a confessarlo, aggiunge: “Non provo alcun odio contro il popolo tedesco né contro chicchessia. Ciascuno avrà quello che meriterà come punizione e come ricompensa”.

Il 21 febbraio 1944 Manouchian e i suoi compagni vengono fucilati al Mont Valérien[4].

Il 9 maggio Golda Bencis, la sera prima di essere giustiziata, scrive alla figlia Dolores Jacob: “Amore mio, non piangere, tua madre non piange più. Muoio con la coscienza tranquilla e con tutta la convinzione che un domani tu avrai una vita e un avvenire più felice di tua madre. Non soffrirai più. Sii fiera di tua madre, mio piccolo amore. Ho sempre la tua immagine davanti a me. Io credo che tu rivedrai tuo padre, spero che lui avrà una sorte diversa. Digli che ho pensato sempre a lui come a te. Vi amo con tutto il mio cuore ..”[5].

Il 7 maggio 1945 la Germania si arrende alle truppe alleate. Ha perso la guerra ed è un paese distrutto. Ottanta anni dopo, il 21 febbraio 2024, Missak e Mélinée entrano nel Pantheon francese a simbolo di tutti combattenti stranieri morti nella lotta di Liberazione del paese. Vi entrano come “soldati con i loro fratelli” (Macron). Una targa ricorda i nomi degli altri ventitre FTIP-MOI loro compagni

Avevi ragione Missak. Il popolo francese vi ha saputo onorare degnamente con la ricompensa più grande. E la storia ha riservato ai carnefici la fine che meritavano.

Quando sarete a Parigi non mancate di far visita ai partigiani dei FTIP-MOI!



Prima di far calare il sipario prendetevi un momento per onorare l’amore puro del poeta Missak verso Mélinée (che onorerà la memoria del marito fino alla morte nel 1989[6]) e l’Armenia.

“Mia Cara Mélinée, mia amatissima orfanella,

tra qualche ora non sarò più in questo mondo. Saremo fucilati questo pomeriggio alle 15. Questo mi capita come un incidente della vita, non ci credo, ma so dunque che non ti rivedrò più. Cosa posso scriverti? Tutto è confuso e molto chiaro allo stesso tempo in me. Mi ero arruolato nell’esercito di Liberazione come volontario e muoio a due dita dalla Vittoria e dall’obiettivo. Felicità a quelli che ci sopravvivranno e potranno gustare la dolcezza della Libertà e della Pace del domani. Sono sicuro che il popolo francese e tutti i combattenti per la Libertà sapranno onorare la nostra memoria degnamente. Nel momento della morte dichiaro che non provo alcun odio contro il popolo tedesco e contro nessuno, ciascuno avrà quello che meriterà come punizione e come ricompensa. Il popolo tedesco e gli altri popoli vivranno in pace e fraternità dopo la guerra che non durerà più molto. Auguro felicità a tutti .. Ho un profondo rimpianto, di non averti reso felice. Avrei tanto voluto un figlio da te come tu hai sempre voluto. Ti prego, dunque, di sposarti dopo la guerra, senza sensi di colpa, e di avere un bambino per la mia felicità e per eseguire le mie ultime volontà, sposati con qualcuno che possa renderti felice. Tutti i miei averi e i miei affari li lascio in eredità a te, tua sorella e ai miei nipoti. Finita la guerra tu potrai far valere il tuo diritto alla pensione di guerra in quanto mia moglie, poiché io muoio come soldato regolare dell’esercito francese di liberazione.

Con l’aiuto degli amici che vorranno onorarmi, farai pubblicare le mie poesie e i miei scritti che meritano di essere letti. Porterai i miei ricordi, se possibile, ai miei genitori in Armenia. Morirò presto coi miei 23 compagni con il coraggio e la serenità di un uomo che ha la coscienza molto serena perché, personalmente, non ho fatto male a nessuno e, se l’ho fatto, l’ho fatto senza odio. Oggi c’è il sole. È guardando il sole e la natura che ho tanto amato che dirò addio alla vita e a voi tutti, mia carissima moglie e miei carissimi amici. Perdono tutti quelli che mi hanno fatto del male o che hanno voluto farmi del male a eccezione di chi ci ha tradito per salvarsi la pelle e quelli che ci hanno venduto. Ti abbraccio forte e così tua sorella e tutti gli amici vicini e lontani, vi tengo tutti stretti al mio cuore. Addio

Il tuo amico, il tuo compagno, tuo marito Manouchian Michel.

P.S. Ho quindici mila franchi nella valigia a rue de Plaisance. Se riesci a prenderli, paga i miei debiti e dai il resto all’Armenia. M. M.”




[1] Manoukian une vie eroique, Daeninckks, Mako, Osuch, Les ArènesBD/Ministère de l’Armée, pag. 20

[2] Missak Manoukian une vie eroique cit. pag. 45. La traduzione dal francese è dell’autore)

[3] Il manifesto detto “l’Affiche Rouge” che viene affisso dal febbraio 1944 in tutta Parigi in vista del processo

[4] Tre foto dell’esecuzione, prese da un sottufficiale tedesco, Clemens Ruther, sono portate a conoscenza dell’opinione pubblica nel 2009 da Serge Klasfeld, noto avvocato e cacciatore di nazisti

[5] La lettera viene fatta avere alla Croce Rossa con preghiera di consegnarla alla figlioletta alla fine della guerra: “Questo è l’ultimo desiderio di una made che vivrà solo altre dodici ore”. La traduzione dal francese è dell’autore

[6] Si veda Mélinée Manouchian, Manouchian, Paris, les editeurs français réunis, 1974 

[7] Famille Manouchian, Katia Guiragossian. La traduzione è dell’autore. Nel 1955 il testo della lettera di Manouchian ispira la poesia di Louis Aragon Strophes pour se souvenir

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